la Repubblica, 26 gennaio 2026
Michele Bravi: “Torno a Sanremo ma sogno di vivere in una fattoria con l’asinello”
Elogio dell’inadeguatezza, che fa sentire fuori posto, dell’imbarazzo che ci disarma quando vorremmo brillare. «Uno sguardo tra la risata impacciata e le parole non dette che rimpiangi: è lo spazio umano che mi piace osservare», dice Michele Bravi. Per il suo terzo Festival di Sanremo porta Prima o poi. Nel 2017 con Il diario degli errori era arrivato quarto. Nel 2018 l’incidente che lo segna (uscendo da un parcheggio a Milano travolse una donna in moto che morì. Ha patteggiato 18 mesi). Nel 2022 torna a Sanremo: con L’inverno dei fiori decimo. Classe 1994, nato a Città di Castello, ha studiato chitarra e piano. Ha sperimentato, duettato con Carla Bruni, Giuliano Sangiorgi ha scritto per lui Atlante degli amanti. Nel 2013 vince X Factor, nella categoria Under Uomini (16-24 anni) capitanata da Morgan. È stato giudice di Amici di Maria De Filippi, è anche attore: La compagnia del cigno, Amanda, Monterossi, Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Perché raccontare gli inadeguati?
«Lo faccio un po’ sempre. Prima da adolescente, poi a trenta anni ti chiedi: “Ma perché la fragilità non se n’è andata?” È la goffaggine, tenera, rispetto a come ti muovi nello spazio, quando vuoi fare una cosa e la fai male».
Quindi è un riconoscersi.
«L’inadeguatezza che mi piace è con te stesso, non quando è il mondo a farti sentire inadeguato».
Le è successo?
«A chi non è capitato?».
Quanto conta Sanremo?
«Quel palco ha ritrovato un’importanza enorme, è una grande fortuna per chi fa musica. Professionalmente è l’unico palco dove raccontarsi e avere un’attenzione mediatica. A livello umano, non voglio fare il cinico, sono arrivato in una fase in cui vorrei una fattoria. Il mio obiettivo è arrivare ad avere l’asinello».
Festival e asinello non possono convivere?
«Voglio dire che Sanremo è bellissimo, ma le cose importanti nella vita sono altre. Tutto quello che ci circonda è meraviglioso».
Come ha scelto la canzone da presentare?
«Ho mandato il brano nel WhatsApp di famiglia. Risposta: “Finalmente una bella canzone”».
Fa un po’ ridere.
«Lo so, ma mi sono detto: bene, è arrivata. Tante volte devo spiegare le canzoni, stavolta no. A casa mia non c’è un ascolto della musica ricercato, va a seconda delle necessità. Se ne fa un uso spontaneo: quando si ha bisogno di piangere, si sceglie un brano; se si vuole sorridere, un altro. Non c’è quella ricercatezza che ho io, e he può essere anche stucchevole».
Due festival alle spalle.
«Il primo Sanremo, quello in cui sono andato meglio, l’ho vissuto malissimo. Ricordo il terrore puro, ma con Il diario degli errori, il festival mi ha cambiato la vita. Ritrovare Carlo Conti è bello, è un cerchio che si chiude».
È emotivo?
«Se mi avessero detto: “Scappa”, sarei scappato. Oggi cerco di viverla con più distacco. Nonno diceva: “Però divertiti”».
Genitori medici, è stato cresciuto dai nonni, Graziella e Luigi, che non ci sono più. Un legame fortissimo.
«Ora papà in pensione, mamma continua. I miei nonni sono stati fondamentali, a loro ho dedicato il libro Lo ricordo io per te sull’Alzheimer e. Mi ha fatto conoscere tante famiglie, un’esperienza umana bellissima».
Qualche storia?
«Dopo che le avevano letto il libro, una bambina ha preso la matita e ha iniziato a disegnare per il nonno la strada per tornare a casa. A Firenze un signore mi dice: “Mio fratello si sta dimenticando di me”, l’Alzheimer ha sconvolto così tante famiglie».
Quanto conta la famiglia?
«Alla fine, è tutto. Le prime volte che conosci qualcuno – quando vuoi far innamorare o ti innamori – hai l’urgenza di raccontarti. E parti dalla tua storia, dalle radici, da chi ti ha reso, nel bene e nel male, la persona che sei».
Che valore dà alla memoria?
«È fondamentale, e è il retaggio di chi è cresciuto con i nonni. Chi ha guardato la guerra con gli occhi di bambino, ti dà la chiave per tutto, anche per affrontare l’imprevisto, quello che chiamo “il tubo rotto della vita”. Hai una visione in più»
Lo può spiegare?
«Se si rompe un tubo ci trasferiamo? No, convivi con quel disagio, anche con la muffa sul muro per un periodo. Ti adoperi per aggiustare le cose. Poi non sempre va bene. Ma lo sforzo che facciamo, è quello di convivere con qualcosa che non ti aspetti. Fai i conti anche con il dolore. La terapia aiuta».
Ha partecipato al Pride a Torino Lgbtqia+, in prima linea per la battaglia per i diritti.
«Su questa tematica mi sento egoista, mi appartiene; è una battaglia in cui sono protagonista. Parla di me, se vuole c’è una vena di egoismo. Per quanto ci fosse un pregiudizio, le persone non me lo hanno fatto sentire. Ma i problemi esistono e sento la responsabilità di fare qualcosa».
È innamorato?
«Sempre o, meglio, per ora sì. Tengo le mani avanti nella questione amorosa, nonna mi diceva sempre: “Quando sei felice delle cose non sfidare il destino”. Non si sfidano mai gli dei, va bene così. Non compro Gratta e vinci».
Ha fatto incontri importanti: da Maria De Filippi a Saverio Costanzo, a Carlo Verdone, che dopo il successo di X Factor, a diciotto anni, la chiamò per cantare la canzone del suo film “Sotto una buona stella”. Che ricordo ha?
«Carlo fu un grande signore, una delle chiacchierate più belle. Nel film c’era Paola Cortellesi a cui chiesi qualche consiglio. Mi disse: “Ricordati che le grandi carriere si fanno sempre dicendo i no”. Saper dire di no rispetto a chi sei e a chi vuoi essere, è fondamentale. È una frase che mi ripeto tante volte».
Ha cantato anche con Carla Bruni, “Malumore francese”. Continuate a sentirvi?
«È un tesoro. L’anno scorso mi hanno invitato alla Mostra di Venezia e ho sfilato sul red carpet con mamma. Carla mi ha scritto facendo i complimenti solo a mia madre: “È bellissima”. Non le dico la gioia, si è un po’ montata la testa».