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 2026  gennaio 26 Lunedì calendario

Intervista ad Antonio Caprarica

Antonio Caprarica, è sicuro di poter tornare negli Stati Uniti dopo questo libro?
«Ah, ma do per scontato di non poterlo più fare! Almeno finché resterà in vita Trump. Politicamente, intendo...».
Non ci è andato piano fin dal titolo: «Il bullo».
«Sottotitolo: Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente. All’editore, Piemme, ho chiarito subito che avrei scritto un saggio di parte. Del resto, gli inglesi del Telegraph, cioè il bastione del conservatorismo britannico, parlano apertamente di Madness of King Donald, la pazzia di re Donald. Al Congresso americano c’è chi si interroga sulla sua salute mentale».
Quando ha chiuso il libro, peraltro, il presidente americano non aveva ancora lanciato l’Opa verso la Groenlandia e l’Ice non aveva ucciso Renée Good e Alex Pretti.
«Ma del fatto che l’Ice si stesse trasformando in una “task force Frankenstein” c’erano già tutti i campanelli di allarme. La definizione è di un suo ex alto dirigente».
«Il bullo» è il suo libro numero 25. Una dozzina l’ha dedicata alla famiglia reale inglese. A quale è più affezionato?
«A Elisabetta. Per sempre regina, scritto per Sperling & Kupfer. Uscì un anno prima della sua morte».
Glielo aveva mandato?
«Certo, come tutti quelli sulla famiglia reale. Mi rispondeva, per ringraziarmi, la sua dama di compagnia, la povera Lady Susan Hussey costretta a lasciare la corte per aver chiesto con insistenza a un’attivista britannica di colore da quale parte dell’Africa provenisse: come se io avessi voluto sapere da un inglese di origine pugliese di quale paese fosse».
Le sarà capitato più volte, negli anni di corrispondenza della Rai a Londra, di essere invitato a corte. Ricorda la prima volta?
«Sono state due, le prime volte importanti. La prima in “black tie” e la seconda in “white tie”: la cravatta bianca è riservata ai galà di Stato».
Racconti.
«Il primo invito, in smoking classico, era al Castello di Windsor, sei mesi dopo la morte di Lady D. E feci una gaffe memorabile con il principe Carlo».
Non mi lasci sulle spine.
«Al galà per The Purcell School of Music fummo invitati in 130. Ebbi l’onore di partecipare a un aperitivo riservato a una decina di ospiti. Quando il principe mi chiese se era difficile, come giornalista, occuparmi di lui, la mia lingua corse più veloce del pensiero e risposi che non era semplice far apprezzare la sua immagine in Italia. Lui sgranò gli occhi e mi salvò mia moglie Iolanta, dicendo che tutte le donne italiane erano innamorate di lui e dunque gli uomini lo sopportavano poco. Finse di crederci».
E come andò durante la cena in «White Tie»?
«La cosa divertente fu quando, prima di mezzanotte, la regina e il principe Filippo sparirono e ricomparvero dopo poco dicendo che avevano “messo a letto” il presidente Ciampi e sua moglie, gli ospiti d’onore. Fu meno divertente quando ebbi l’ardimento di commentare una sua battuta sul caldo anomalo per marzo. In quel periodo a Londra si protestava ogni settimana contro la presenza dei soldati inglesi in Iraq. Così dissi che i militari di stanza a Baghdad avevano ancora più caldo. Lei stette zitta quasi un minuto e poi ribadì che “a Londra” c’era molto caldo».
Il suo libro più venduto?
«Un giallo di fantapolitica che scrissi nel 1985 con Giorgio Rossi, La ragazza dei passi perduti. Raccontava il delitto di una giovane donna delle pulizie a Montecitorio, ed era un atto d’accusa contro la classe politica italiana e in particolare contro il Partito socialista, che all’epoca ne era la spina dorsale. Vendette oltre 200 mila copie».
Non se ne fece un film?
«I diritti cinematografici, scoprimmo dopo, furono acquistati con il contributo del Sismi. E non se ne fece mai niente. Chissà perché...».
È stato direttore, corrispondente dal Cairo, da Gerusalemme, Londra, Mosca e Parigi, caporedattore, inviato, notista politico. In quale ruolo si è divertito di più?
«In tutti. Qui, faccio mie le parole di Enzo Biagi, che aveva scoperto l’elisir del giornalista: “Faccio quello che mi piace e mi pagano pure”».

Mi dica allora quando ha avuto più paura?
«In Afghanistan, nel 1988. Nessun inviato della Rai era riuscito a trovare un modo per arrivarci, io ero stato aiutato da un mio contatto russo. Arrivai embedded, con un gruppo di soldati russi. Atterrammo a Jalalabad al buio, ma subito dopo si accesero tutte le luci e partì la pioggia dei razzi dei mujaheddin che distrusse gli alloggi dove avremmo dovuto dormire. Giusto il tempo di buttarci a terra per evitare le schegge».

Il servizio di cui è più orgoglioso?

«Sempre in quella trasferta fui l’unico giornalista, con il bravissimo operatore Rai Franco Stampacchia, a salire sulla prima colonna di tank russi in ritirata sotto il fuoco dei mujaheddin. La Rai vendette le immagini a tutte le tv europee. E Paolo Frajese, che non avevo nemmeno ancora incontrato, affisse in bacheca al Tg1 una lettera aperta per elogiarmi: la conservo. Lì ad aiutarmi fu un soldato russo che amava le canzoni di Luca Barbarossa: quando gli dissi che eravamo amici impazzì e mi trattò come un fratello».
L’intervista di cui va più fiero?
«Diverse, ma ne cito due. Una a Gorbaciov nel 1992: aveva lasciato la presidenza da poco. Mi stupirono le lodi senza riserve verso Giovanni Paolo II, che tutto sommato aveva contribuito in modo determinante a buttare giù il comunismo».
E l’altra?
«A Yitzhak Rabin durante la sua campagna elettorale. Era un militare vero, rigidissimo, non sorrideva mai, ma aveva uno sguardo di una umanità straordinaria. E anche quando ci ricevette per l’intervista e ci offrirono un caffè, per prima cosa ci chiese se era buono o se preferivamo un tè o un’altra cosa».
Parliamo delle sue cravatte? Questa che indossa oggi di chi è?
«È una cravatta inglese Ascot, prodotta in Germania, come le Rolls Royce...».
Non mi dica. Quante ne ha?
«Un migliaio, ma una parte l’ho ereditata da mio padre: anche lui le amava molto».

E dove le tiene tutte?
«Nei nidi conservati in giro per il mondo: uno a Londra e uno a Lugano. Poi abbiamo una casa nella mia amatissima città natale, Lecce, e un’altra che adoriamo al mare, a Leuca».
La sua portafortuna?
«Non credo nella fortuna».
La sua preferita?
«Quelle di colore rosa».

Il nodo che fa più spesso?
«Il semi Windsor».
A lei è capitato di ritrovarsi un calzino bucato, come Carlo III durante la visita nella moschea di Brick Lane?
«Mi è capitato, ma non l’ho mai messo. Rimasi però sbalordito una volta, quando mi accorsi che l’orlo della gonna della Regina in visita al Campidoglio in un punto era scucito: con venti sarte a disposizione, possibile che nessuno se ne fosse accorto?».
Come sono i suoi rapporti con la Rai? Nel 2013 se ne andò via sbattendo la porta.
«Già da anni sono eccellenti. Gli uomini in grigio sono scomparsi, e questa è stata la mia grande rivincita: il tempo è galantuomo, come si dice».
Tornasse indietro, rifarebbe «Ballando con le Stelle»?
«No, ma per un motivo: ci vuole un fisico bestiale, non il mio... Milly mi aveva detto mezza verità sul programma, aveva omesso che gli allenamenti quotidiani sarebbero stati così impegnativi. Io ero sfinito. Però almeno mi sono molto divertito».
Dal 2000 è sposato con Iolanta Miroshnikova, pianista greco-russa discendente da una dinastia di musicisti. Di cosa le è più grato?
«Iolanta ha abbandonato la carriera di concertista, perché incompatibile con la mia vita sempre in viaggio. E per entrambi era più importante amarci da vicino. Di questo le sarò grato per sempre».