Corriere della Sera, 26 gennaio 2026
Baby gang in aumento dove sbaglia il governo
Si dice che dietro un adolescente che delinque c’è il fallimento degli adulti. A darne le dimensioni ci pensa la cronaca quotidiana. Un’indagine Demopolis per Con i Bambini dice che il 43% degli adolescenti italiani quando esce di casa teme di rimanere vittima di violenze e bullismo e il 26% è convinto che gli episodi di violenza da parte delle baby gang nella sua città siano sempre più frequenti.
Fino a qualche anno fa le bande giovanili erano formate da componenti fissi, con le stesse origini etniche, bassa estrazione sociale e agivano nei loro quartieri: furti o spaccio di stupefacenti ai coetanei erano finalizzati a mettersi qualche soldo in tasca. Dopo il Covid il fenomeno è esploso e ha cambiato pelle. Oggi ad accomunare i membri delle baby gang sono gli abiti che indossano, la musica che ascoltano, l’uso di droghe, i modi strafottenti. I membri del gruppo cambiano di continuo: dentro c’è il minore straniero e quello italiano, quello che arriva dal quartiere disagiato e quello di famiglia benestante, e l’età va dagli 11 ai 17 anni. Si danno appuntamento sui social per poi ritrovarsi nei luoghi della movida, e lo scopo del furto o della violenza è l’atto di prevaricazione sulla vittima, meglio se filmato e postato sul web. La questura di Milano ha analizzato centinaia di commenti a questi video, e rilevato «un preoccupante livello di consenso da parte dei coetanei».
Nel 2025 gli adolescenti indagati e seguiti dai Servizi sociali per i minorenni del ministero della Giustizia sono stati 23.862, il 23% stranieri, e rispetto al passato si è abbassata l’età: i 14-15enni che delinquono sono sempre più numerosi. Stando a un campione esaminato da Transcrime (centro di ricerca della Cattolica di Milano), gran parte dei reati sono commessi in gruppo. Negli ultimi sei anni gli illeciti di cui sono accusati si sono impennati: rissa +93%; rapina +54%; lesioni +53%; violenze sessuali +29%; omicidio +28%; minacce +26%. Quelli finiti nei guai perché trovati a girare con una spranga o un coltello in tasca, sono schizzati del 93,5%. Ormai, spiega Luca Villa, procuratore presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, «l’uso dei coltelli è vissuto come una moda, che diventa devastante nelle mani di chi non è in grado di controllare rabbia e frustrazione». I distretti più colpiti sono quelli di Milano, Bologna, Venezia, Napoli.
Nell’estate 2023 esplode a Caivano il caso di violenza su due bambine. Il 6 settembre l’allora Garante per l’infanzia Carla Garlatti scrive alla premier Giorgia Meloni: «Ogni tentativo di rendere il sistema penale minorile più rigido e orientato alla mera ottica punitiva non appare condivisibile. Tali soluzioni non hanno vantaggio dal punto di vista educativo e di riduzione della recidiva». Pochi giorni dopo, il governo vara il Decreto Caivano, che inasprisce le pene: è possibile arrestare i minori anche per spaccio di lieve entità, furto aggravato, resistenza.
A due anni di distanza dall’entrata in vigore del decreto gli effetti si vedono: +90% di ingressi nei Centri di prima accoglienza dove finiscono i minori fermati in attesa di convalida; +40% di presenze nei 19 istituti penali per minorenni (Ipm), dove il 63% è rinchiuso senza che sia intervenuta una condanna definitiva. Per la prima volta, dice il Garante per i detenuti, oltre la metà delle carceri per minori sono andate in sovraffollamento; aumentati i casi di autolesionismo, violenze, tentati suicidi. La soluzione individuata dal governo è stata quella di aprire 3 nuovi Ipm: L’Aquila, Lecce e Rovigo. In queste strutture, dove finiscono ragazzi che sono poco più che bambini, c’è una carenza cronica di educatori, assistenti sociali e agenti mentre i programmi di recupero e riabilitazione di fatto si contano sulle dita di una mano. Più spesso gli adolescenti sono numeri senza volto, che una volta scontata la pena tornano a delinquere. Nel 2025 il Dipartimento giustizia minorile ha subito un taglio al budget per 19 milioni di euro, e nel 2026 è prevista una riduzione del 12% ai fondi per i corsi di istruzione e di reinserimento dei ragazzini arrestati.
Con il nuovo decreto sicurezza, che sarà varato a giorni, sono previste multe fino a 12mila euro per chi vende coltelli ai minori, e l’ammonimento del questore scatta anche per i 12/13enni se accusati di lesioni, rissa, violenza privata e minacce con l’uso di un coltello. Sanzioni fino a mille euro pure ai genitori di chi viene sorpreso a girare con il coltello nello zainetto. La novità si affianca alla legge sulla «culpa in educando», che già prevede per i genitori il risarcimento dei danni causati dai figli, a meno che non dimostrino di aver fatto il possibile per impartire una sana educazione.
Ma come si dimostra di essere bravi educatori? Cristina Maggia, per 32 anni magistrato minorile, è perplessa: «Ci sono famiglie dove la priorità è arrivare a fine mese, non certo controllare le foto che il figlio posta sui social. E da giudice mi chiedo: perché dovrei sanzionare una mamma e un papà, trascurando tutti gli altri adulti che a scuola, per strada, sui social, offrono modelli comportamentali sbagliati? La soluzione non è multare, ma prevenire».
Dunque cosa si fa per limitare l’attrazione degli adolescenti verso i modelli che vedono scorrere sugli schermi dei telefonini, dai video delle risse al porno estremo? Prendiamo il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, nato nel 2016 con uno stanziamento da 100 milioni di euro l’anno: nel 2019 era già sceso a 55 milioni, nel 2022-23 a 45, e ora ridotto a 3 milioni. Il Fondo politiche giovanili, al quale attingono Regioni, Comuni, parrocchie, scuole e società sportive o culturali per finanziare progetti di educazione e inclusione è passato dai 90,8 milioni di euro del 2022 ai 49,9 milioni per il 2026. Il Fondo per l’infanzia e l’adolescenza, che paga progetti di contrasto a violenza ed esclusione sociale nelle grandi città, è sceso da 28,7 milioni a 25,9 milioni. Sui Comuni, sempre a corto di risorse, sono stati scaricati i 17.500 minori stranieri non accompagnati che rappresentano la vera grande emergenza perché sono i più esposti al reclutamento da parte della criminalità. Nel 2025, il solo Comune di Milano ha speso 20 milioni per la loro gestione, e lo Stato, se tutto va bene, ne rimborserà 15.
In sostanza: la repressione da sola serve a nulla, se non accompagnata da interventi di politiche sociali, con il diretto coinvolgimento della famiglia e, soprattutto, della scuola. A oggi, nel programma scolastico, l’educazione alle relazioni e affettività non è ancora materia obbligatoria.
«L’esposizione continua a contenuti violenti e l’assenza di programmi scolastici di “educazione alle relazioni” genera negli adolescenti disagio e in alcuni casi aggressività», sintetizza Marco Dugato di Transcrime. Lo scrive anche l’Istituto Superiore di Sanità: «L’uso problematico dello smartphone colpisce oltre il 25% degli adolescenti» e gli studi dimostrano che alimenta prepotenza e brutalità. Nel nostro Paese lo sbarramento di accesso ai social è fino ai 13 anni, l’Australia ha avuto il coraggio di alzare il divieto a 16, la Francia si prepara a fissare il limite a 15. La Commissione Ue ha chiesto a tutti i Paesi membri di armonizzare verso l’alto: divieto assoluto sotto i 16 anni, con sanzioni salatissime per le piattaforme che non attivano filtri adeguati. È vero che i ragazzini sono abilissimi a raggirare le barriere, ma alzarle è un dovere, e i controlli – con punizioni esemplari e implacabili verso le piattaforme – un imperativo.