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 2026  gennaio 26 Lunedì calendario

Intervista a Ale & Franz

Aspettavano Godot seduti su una panchina e Godot, nelle vite di Ale e Franz, si è materializzato, nelle sembianze di un successo enorme, del calore di un pubblico vastissimo che da una moltitudine di anni si sbellica dal ridere quando li vede insieme. Oppure Godot, come accade agli artisti veri che non si sentono mai arrivati, non è arrivato affatto e continua a rimanere, per entrambi, una entità impalpabile che imperterriti seguitano a cercare, nella collaudata certezza che il loro mestiere consista in una voglia permanente di mettersi in gioco, perlustrando nuovi sentieri.
Questa seconda ipotesi, tra le due, è la più attendibile: Ale e Franz sono inquadrabili nella categoria dei numeri uno perché le loro performance possiedono ancora oggi quel condimento, bello aromatizzato, della ricerca al setaccio del loro personalissimo Godot. La loro nuova avventura, un tour teatrale con la regia di Alberto Ferrari intitolato Capitol’ho, è cominciata nei giorni scorsi (prime fermate Cagli e Bologna, accolti dall’accoglienza favorevole dei convenuti) e andrà avanti, con un botto di date, fino ad aprile inoltrato. Anche stavolta il duo non è in missione, come i Blues Brothers, per conto di Dio, bensì per conto della…surrealtà, declinata puntualmente in sketch che catturano il cuore della gente perché parlano il linguaggio della gente. Gli spettatori troveranno gli evergreen della loro comicità (la scenetta di Franz che scoccia sulla panchina Ale e quella dei due criminali da strapazzo Gin e Fizz non possono e non devono mancare nel loro repertorio), abbinati a invenzioni comiche nuove sì di zecca, ma che ripropongono il millenario contrasto tra il Clown Bianco e l’Augusto, in un gioco di coppia dove nessuno dei due è spalla dell’altro, in una sfida a colpi di racchetta tra un Sinner e un Alcaraz dell’arte umoristica, il cui traguardo non è rincorrersi l’un con l’altro nella classifica Atp della comicità, bensì piazzare insieme il match point della risata contagiosa, del “gas esilarante” da effondere nell’aria tra chi li ascolta.
Ragazzi, conoscendo la vostra energia, di sicuro il vostro Capitol’ho non è una capitol…azione.
«Esatto. Siamo felici di rilanciare la nostra comicità con nuove idee in un momento, superati i trent’anni di attività insieme, di maturità espressiva. Ci divertiremo, nel corso della tournée, a rileggere alla maniera nostra i classici del teatro vero, specificatamente i classici shakespeariani. Il titolo dello spettacolo nasce solo dalla voglia che abbiamo di giocare con le parole, di scioglierle e distorcerle. Capitol’ho è un calembour, che controbilancia la gravosità di una parola impegnativa come “capitolo”, con tutti gli annessi e connessi esistenziali che esso implica, con l’espressione giocosa “capito mi hai”».
Tra le coppie comiche che vi hanno ispirato, menzioniamo i fratelli Santonastaso. La panchina l’avete presa da loro…
«Per la verità, la nostra panchina è nata in una circostanza casuale, in uno dei nostri primi spettacoli: all’inizio di un quadro c’era una stazione ferroviaria, con una panchina. Trovandoci lì seduti abbiamo iniziato a improvvisare, e il pubblico rispose con risate fragorose alla nostra improvvisazione, inducendoci a coltivare quello sketch. Detto questo, pur non ricordando nello specifico quel loro sketch, la nostra ammirazione nei confronti di Mario e Pippo Santonastaso è assoluta: da bambini siamo venuti su con le loro gag geniali, e ancora oggi sono una fonte di ispirazione enorme. Nel nostro primo film, La terza stella, abbiamo voluto Pippo perché lo riteniamo un talento sopraffino».
Tra i vostri fan insospettabili, c’era pure Raimondo Vianello…
«In un’intervista disse: “Mi piacciono molto i due comici sulla panchina”, ma ci fu anche un incontro simpatico dal vivo. Sandra, molto cortesemente, ci prese da parte: “Con Raimondo vi guardiamo sempre, ci divertite molto”. Lui era lì e, col disincanto spassosissimo che lo rendeva unico, uscì fuori con: “Ma non è vero, ma chi sono questi, ma chi li conosce…”. Sandra subito venne in nostro soccorso: “Non dategli retta, è proprio uno scemo!!”».
Vi siete conosciuti come studenti al Cta di Milano. L’idea di diventare una coppia a chi è venuta per primo?
«Abbiamo avuto la fortuna di incontrare una grande talent scout, Paola Galassi, che ha al suo attivo la direzione di molti protagonisti della comicità, tra cui Aldo Giovanni e Giacomo, Claudio Bisio, Bertolino. Era una nostra insegnante al Cta. Fu lei a intravedere in noi le potenzialità della coppia, e a fornirci la prima possibilità di esibirci in un locale. Poi abbiamo vissuto la nostra gavetta formativa. Al Ca Bianca, locale milanese dalla clientela raffinata, ci presentammo davanti a duecento persone, e non rise nessuno. Il proprietario disse che eravamo stati bravissimi. Semplicemente era un pubblico di francesi, che non aveva capito una mazza».
L’approdo a Zelig come è avvenuto?
«Anche l’arrivo allo Zelig è farina di Paola Galassi, la quale ci diede la possibilità di un provino col direttore artistico Giancarlo Bozzo. Prenderemo parte all’ultima delle quattro puntate che stanno andando in onda, su Canale 5, per il trentennale. Per noi sarà un graditissimo ritorno a casa».
Con la Gialappa’s grande stima reciproca, ma hanno il rimpianto di non avervi valorizzato a sufficienza.
«La colpa era solo nostra: eravamo agli inizi, troppo acerbi per il ritmo incessante che contraddistingue le loro trasmissioni. Sarebbe interessante se, alla soglia dei sessant’anni, si ripresentasse l’occasione di lavorare insieme. Siamo amici, potrebbe capitare che siano loro a voler coinvolgere noi, oppure noi che presentiamo un progetto a loro. È successo anche ai tempi di Pippo Chennedy Show di rimanere un po’ nell’ombra, ma a noi andava bene così. Eravamo molto giovani, e vedere all’opera un genio come Corrado Guzzanti era un regalo enorme».
Dopo Mi fido di te, del 2007, non ci sono stati altri film vostri da protagonisti.
«Non dipende da noi, ma dai produttori, che non hanno più voluto investire cinematograficamente sui nostri progetti. Mi fido di te è un film che abbiamo scritto a modo nostro, senza preoccuparci di venire troppo incontro alle esigenze commerciali: non era stato un trionfo, e i primi a prenderne atto furono i produttori, che non si sono più fatti vivi. C’è da dire che adesso, con le piattaforme, si sono aperte più possibilità di produzione, e quindi chissà».
In molti vorrebbero vedervi a Lol. Nicchiate?
«Non è che nicchiamo, è che con la produzione di Lol non abbiamo mai avuto reali contatti. Lol ha per protagonisti comici singoli, mentre noi siamo una coppia. Finché non cambiano il regolamento, noi in duo non andremo mai».
Siete soddisfatti di Zelig On, lo spin off cui avete preso parte nei mesi scorsi?
«Siamo molto contenti. Abbiamo avuto modo di scoprire nuovi comici di ottima caratura. Sta ripartendo un nuovo ciclo molto propizio nella comicità, una nuova ondata fresca di cui c’era bisogno».
Si ha l’impressione che la coppia Ale e Franz non scoppierà mai…
«Abbiamo riversato la nostra capacità di creare una coppia stabile nell’ambito professionale, perché invece nell’ambito sentimentale, entrambi abbiamo combinato uno svariato numero di casini».
Agli inizi degli inizi prendeste parte alle trasposizioni di La cantatrice calva, Antigone, Il malato immaginario. In futuro rileggerete anche Ionesco, Anouilh e Moliere?
«Per adesso ci divertiamo a giocare con Shakespeare, con l’irriverenza giocosa di due allievi profondamente consapevoli della grandezza del Bardo. Accettiamo, con piacere, il suggerimento di estendere la nostra attitudine profanatoria ad altri mostri sacri della cultura mondiale».