Libero, 26 gennaio 2026
Remuzzi è ottimista sull’ai in medicina
«Mettiamola così: l’intelligenza artificiale è uno strumento che i medici hanno a disposizione e che permette loro di svolgere ancora meglio un lavoro che già stanno facendo bene». Giuseppe Remuzzi è uno di quegli esperti che in giro ce ne son pochi. Ha una virtù che, per uno con un lavoro come il suo, è il direttore dell’Istituto di ricerche Mario Negri di Milano, è fondamentale: sa spiegarsi chiaramente anche da chi non è del mestiere. È puntuale, è preciso, guarda la realtà dal punto di vista oggettivo della scienza: «Al mondo ci sono 230 milioni di persone che interrogano ChatGpt con problemi di salute. Se i numeri sono questi è logico chiedersi quanto sia utile un software di intelligenza artificiale nella prevenzione e nella cura delle malattie».Professor Remuzzi, andiamo oltre. Domanda secca: è meglioun chatbot o il proprio dottore?«Guardi, quando si lancia questo quesito, in genere, le risposte vanno dalla grande cautela allo scetticismo. “L’intelligenza artificiale è di grande aiuto però sbaglia anche lei”, oppure “sì, ma non potrà mai competere con la mente umana”. Io dico: d’accordo, però facciamo un altro ragionamento. In letteratura medica viene pubblicato un articolo ogni 39 secondi. Solo per scorrere il riassunto, l’abstract, di sti lavori ci vorrebbero 22 ore e lo si dovrebbe fare tutti i giorni. Mi dice quale mente umana può farlo?».Direi nessuno a queste premesse. Però neanche ChatGpt è infallibile...«Lo vede? “Però”, “eppure”. Cambiamo prospettiiva. Chiediamoci non quando sbaglia l’intelligenza artificiale, ma se lo fa più del nostro medico».Ecco. Sbaglia più lei o il dottore che ci cura da anni? «Le do qualche dato. Nel mondo ci sono 134 milioni di eventi avversi legati a errori medici (anche se questi sono più rari di quando i medici sono nel giusto), tuttavia i numeri dicono anche che ci sono 2,6 milioni di morti evitabili all’anno, che vuol dire 7 mila al dì. A oggi, glielo spiego senza giri di parole, l’intelligenza artificiale supera il medico nel ragionamento clinico e non lo fa solo nelle cose semplici, lo fa soprattutto sui casi difficili».Addirittura?«Sì, ma non lo dico io. Il più grande giornale di medicina del mondo che è il New England General Medicine ogni mese sottopone un caso complesso ai suoi lettori chiedendo ai medici di risolverlo. Il Microsoft artificial intelligence diagnostic orchestrator, cioè uno strumento che guarda alla capacità diagnostica dell’intelligenza artificiale, ha risolto 1’85,5% di questi casi, mentre i medici solo il 20%. Alla stessa conclusione è arrivato un altro lavoro di Nature che ha vagliato il servizio sanitario inglese nella dermatologia».A me sembra fantascienza, più che scienza...«A me non sbalordisce, invece. E le dico il perchè. Nel 1970, pensi quanti anni fa, un uomo straordinario come l’immunologo William Schwartz scriveva che la scienza del computer avrebbe cambiato il modo con cui si pratica la medicina e ci avrebbe costretti a ripensare al ruolo del medico. Siamo esattamente di fronte alla realizzazione di quella previsione».Ma allora la figura del medico, camice bianco e stetoscopio, è destinata a tramontare? «No, non mi fraintenda. Non sarà assolutamente così. Carlotta Bliase ha scritto un libro lungimirante a riguardo, nel quale teorizza che l’intelligenza artificiale può salvarci la vita. Gliela faccio breve: almeno la metà di chi (purtroppo) si suicida ha contatti con medici o assistenti sociali nei mesi e nelle settimane precedenti, l’intelligenza artificiale, dice Bliase, è in grado di prevedere questi gesti con due anni e mezzo di anticipo. Non vuol dire che il medico non serve, vuol dire che il medico, con questi strumenti, può affinare le sue capacità di prevenire e curare le malattie. Pensi anche alle patologie rare: ce ne sono 7 mila e ogni giorno se ne aggiungono. Diagnosticarle con l’intelligenza artificiale non significa scavalcare i medici, significa affidarsi a loro per la cura specialistica». Quindi c’è solo da guadagnarci? «Se usata correttamente sì. Prenda i Paesi poveri dove prima per una diagnosi occorreva fare chilometri magari su strade disagiate in mezzo all’Africa o all’America Latina. Adesso si può consultare un medico a distanza. Oppure restiamo qui. Diciamo, giustamente, che l’intelligenza artificiale non può, o non può ancora, incidere sul rapporto medico-paziente. È vero, ma questo rapporto, stando alle statistiche, negli ospedali è di otto minuti al giorno di media. Quanto si potrebbe dilatare delegando gran parte del lavoro all’intelligenza artificiale?».