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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Intervista a Tullio Pericoli

Più passa il tempo e più per alcuni questo monarca delle nostre vite sembra a volte allontanarsi. È ciò che provo guardando Tullio Pericoli al lavoro nel proprio studio milanese. È lì, avvolto da una parannanza che lo protegge dagli sbruffi dei colori, mentre appoggia le ultime pennellate. È instancabile. Per i 90 anni che festeggerà a settembre si è regalato una mostra a Roma (titolo Doppio sguardo: Ritratti e Paesaggi, nella galleria Carlo Virgilio & C., dal 28 gennaio) e un libro dove si racconta e racconta la vecchiaia come un’età felice. E penso che sia tanto più felice quanto più il tempo, appunto, sembra essersi dimenticato di lui. 
Che cosa si può chiedere alla vecchiaia, o meglio cosa chiederesti tu? 
«D’impulso ti direi che mi lasciasse in pace o che si conviva come buoni vicini. Ma so che è molto difficile che essa ascolti le mie preghiere. So di certo che non mi ha dato per ora eccessivi fastidi. Ma so anche che essa è lì pronta a ricordarmi che esistono le leggi della natura. Non è facile sottrarsi alla biologia». 
Soprattutto per un artista. 
«Le leggi della natura seguono il loro corso, quelle dell’arte sono assai più misteriose». 
Che cos’è importante per chi fa arte come te?
«Potrei dirti il successo e la riconoscibilità. Ma so che non è così. O almeno non è soltanto questo. Conta, al di là dell’avere più o meno talento, la tenacia. So che tutto quello che faccio – letture, incontri, viaggi ormai pochi – è in funzione del mio lavoro. Come indossare un abito che non tolgo mai, che mi fa stare bene e a volte male». 
Sacrifichi tutta la vita per un fine che ha quasi del religioso. 
«Diciamo che arte e religione condividono una sorta di assoluto». 
Quando ti sei scoperto artista? 
«Negli anni Novanta. Ed è stato come un regalo inaspettato». 
Avrei immaginato molto prima. 
«Negli anni Novanta ho scoperto la pittura. Prima disegnavo per il teatro, poi per i libri e soprattutto i giornali». 
Quindi una scoperta tarda. 
«Praticamente in età matura. Ancora adesso ho la fortuna di potermi alzare la mattina con la voglia di venire qui in studio a lavorare accompagnato dalla sensazione di aver ancora cose da dire». 
Accennavi ai giornali. Dove hai lavorato? 
«Ho cominciato al Giorno, poi l’Espresso e infine Repubblica». 
Che ha appena compiuto 50 anni. 
«Per me un lungo attraversamento. A volte consegnando un ritratto o un paesaggio avevo l’impressione che su quelle pagine i miei disegni sembrassero dilatarsi». 
Intendi che avevano una dimensione diversa? 
«Come se l’attenzione mentale dei lettori, il calore che immaginavo emanasse dalla loro curiosità, dilatasse la percezione di quelle pagine». 
Ritieni la pittura così diversa dal disegno? 
«Attribuisco alla pittura qualcosa di definitivo». 
Il disegno prepara al dipinto. 
«Nel disegno tutto si risolve in una sintesi immediata. Invece la pittura somiglia a una seduta psicoanalitica. Il linguaggio dell’arte parla e nel parlare rivela la mia parte profonda. Oscura. Inaccessibile ad altri strumenti conoscitivi». 
Che cosa provi? 
«Per me è come entrare in un bosco pieno di ombre, di rumori ma anche di piccoli miracoli che si materializzano davanti agli occhi. Di sentieri che non so dove realmente mi condurranno. La pittura somiglia a queste percezioni che mettono in moto la parte più conflittuale e sconosciuta di me, ma anche quella più gioiosa». 
Che relazione c’è tra felicità e tormento? 
«Non esisterebbe l’una senza l’altro. Ma occorre abbastanza coraggio per affrontarne la conseguenze. La pittura è una sfida da cui il più delle volte si esce sconfitti». 
Perché? 
«È il destino di ogni gesto artistico riconoscere che quello che lo aspetta è una sconfitta, ma senza rassegnazione. In un certo senso necessaria. È come il masso di Sisifo che il mito greco racconta». 
Non raggiungere mai la vetta della montagna. 
«Lo spingi verso l’alto ma gli dèi ti impediscono di raggiungere la meta. Questa è la crudeltà dell’arte. Mentre la felicità risiede in tutto quanto puoi scoprire durante la salita. La passione che ci metti, la bellezza che ritrovi nelle forme che stai creando, le emozioni nel sentire le tue dita sul legno del pennello. Tutto questo piacere fisico e mentale per un attimo ti fa dimenticare che comunque ne uscirai perdente». 
In fondo questa forma di fallimento è comune anche alla scrittura. 
«Mi viene in mente Kafka che ho molto disegnato. Ogni cosa che scriveva odorava di fallimento. Mi colpisce che i suoi romanzi siano incompleti e che non raggiungano la cima agognata. Come se il vero fallimento fosse nella meta e non nel cammino». 
Non credi che alla fine ci si innamori un po’ dei propri fallimenti? 
«Perché li sentiamo come la parte più segreta di noi. Innamorarsene non lo so, certo l’artista ha spesso qualcosa di patologico. Del resto cos’è la normalità nell’arte? Non credo esista. Van Gogh era normale? Questo artista immenso, più che testimoniare un proprio fallimento faceva intravedere, nelle lettere al fratello, l’impossibilità di esprimere attraverso le mani, i colori, la pittura quello che davvero accadeva nella sua mente. È la tragicità che oggi non riusciamo più a capire». 
Perché? 
«Perché viviamo un’epoca assetata di banalità. Dove ci insegnano non ad affrontare la complessità del mondo ma a scansarla. Ho sempre più voglia di rifugiarmi nel passato». 
A proposito di insegnamenti, chi sono stati i tuoi maestri? 
«Ernesto Ercolani, un nome sconosciuto ai più, è stato la mia guida. Ma la verità è che non ho avuto maestri nel senso classico, soltanto persone che ho inseguito non per la fama che le circondava bensì per la convinzione di poter “rubare” loro qualcosa».
La tua voglia di rifugiarti nel passato come la motivi? 
«Non ho più un’idea di quale possa essere un futuro desiderabile. Un tempo l’utopia ti offriva qualche suggestione. Oggi ho la sensazione che il mondo stia scivolando come una slavina che nessuno è in grado di arrestare». 
La pittura è in tal senso un rifugio? 
«Un rifugio ma soprattutto un’esplorazione. È la combinazione a rendermi felice. Anche se poi alla felicità subentra la delusione dovuta alla vocazione malsana dell’uomo all’autodistruzione. Sempre meno riesco a capire questa entità che definiamo intelligente e socievole». 
Ma tu, nell’approssimarsi dei 90 anni, hai capito chi sei? 
«Dovrei parlarti di alcuni episodi che hanno segnato l’infanzia e l’adolescenza. Dai sette anni fui perseguitato da un’ernia che mi impedì di essere un bambino normale. Non potevo fare sforzi né giocare come gli altri. E questo andò avanti fino ai 12 anni. A far crescere una certa sensazione di diversità subentrò il tardivo sviluppo del fisico. Fino a 18 anni non mi crebbe la barba. Vedevo i miei compagni svilupparsi e io restare con le fattezze del bambino». 
Ne soffrivi? 
«Tantissimo, al punto che implorai mio padre di fare qualcosa. E lui, che non si era accorto di niente, mi portò da un endocrinologo che nel giro di pochi mesi con una cura di ormoni risolse il problema». 
Di solito la sofferenza di un adolescente trova rifugio nella madre. 
«La mia soffriva di depressioni. Quando piombava in quello stato la casa dove abitavamo si oscurava. Si chiudevano le finestre e ci si apriva al dolore. In quelle circostanze avvertivo come un senso di ostilità nei miei confronti». 
Quanti anni avevi? 
«Undici. Per un bambino non era facile vivere in quel clima. La mia salvezza fu il disegno. Ero il più bravo. Per me disegnare era come varcare le porte del paradiso. Capisci allora che rifugiarmi in quel mondo più che una scelta per è stato un destino. E sapevo che se fossi rimasto ad Ascoli non avrei avuto nessuna possibilità di dare a quel destino la giusta direzione». 
Era così forte il peso delle costrizioni? 
«Fortissimo, al punto da scatenare in me un senso di rivalsa. Volevo dimostrare ai miei genitori, ai miei amici, a coloro che non credevano in me e che vedevano soltanto l’eterno bambino, che ce l’avrei fatta grazie a quel dono. Allora chi sono? Sono questo: uno che ha cercato di non affogare. Il disegno e la pittura mi hanno trasmesso la forza per salvarmi». 
Capisco l’idea che tu hai della felicità legata alla pittura.
«È vero, ma visto che siamo in vena di confidenze vorrei precisarti un dettaglio. Non voglio strumentalizzare il dolore, né apparire patetico. La mamma e il papà, certo segnarono la mia infanzia. Ma la cosa importante è stata l’attitudine, il talento che ostinatamente ho cercato di mettere in pratica. Perciò quello che conta è l’arte in sé». 
Cosa intendi? 
«Che alla fine vale ed è importante solo quello che ho fatto, l’oggetto che ho realizzato. Solo questo conta». 
Quando hai detto: «io rincorrevo le persone, non per la loro fama ma perché sapevo che potevo prenderle qualcosa, era come rivestire il tuo dono della relazione con l’altro». 
«A me interessano le persone – un poeta, un regista, un musicista, uno scrittore, un architetto – i cui mestieri sono diversi dal mio e scoprire come fanno quello che fanno». 
Perché ti interessa? 
«Perché più modi di produrre arte mi consentono artisticamente di capire meglio chi sono. Io ho un estremo bisogno di questi confronti». 
Anche adesso? 
«Anche adesso la curiosità e il bisogno degli altri mi paiono un freno all’invecchiamento». 
C’è un momento in cui hai pensato all’inizio della vecchiaia? 
«Salendo le scale e contemporaneamente guardandomi la punta delle scarpe. Quando mi è accaduto la prima volta ho pensato all’insicurezza insita nella paura di inciampare». 
Quanto è forte l’insicurezza in questa fase della vita? 
«Tanto, non solo insicurezza fisica ma anche mentale. Mi provoca ansia sbagliare i nomi, non ricordarli. Invece non sono insicuro nel mio lavoro. Anzi con la vecchiaia mi sembra di avere guadagnato maggiori certezze. Per esempio cresce il disinteresse verso il giudizio altrui e questo agevola la libertà. Invecchiando mi sento meno oppresso dai doveri normativi del super io». 
È corretto dire che quella diversità che hai vissuto da bambino la ritrovo in qualche modo nel tuo confronto con l’arte contemporanea? 
«Non mi sento un diverso, a volte mi hanno fatto sentire diverso. Ma poi cosa vuol dire arte contemporanea? Anche il mio lavoro è contemporaneo. Il problema è come ci stai. Ho sempre avuto la certezza che nell’arte occorra essere liberi da pregiudizi e sinceri con se stessi. Il contemporaneo cui non credo è quello che pretende di cancellare tutto quello che è stato pensato e fatto prima». 
In molta arte contemporanea è sparito il bosco?
«Restano solo i concetti che invecchiano rapidamente. Perché il mercato prima li sposa, poi li consuma, infine li getta via». 
Il titolo del tuo prossimo libro (che uscirà in settembre da Adelphi) è “La bella età”. Davvero è così che consideri la tua? 
«Mi sforzo di pensarlo e mi auguro che almeno in parte sia così. Giunti a questo punto della vita si perde la prospettiva del proprio tempo, ma miracolosamente se ne guadagna l’intensità. Come se ogni attimo vissuto più che essere l’ultimo è il primo».