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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Cronaca di un successo annunciato

Tratto da Il Boom latinoamericano

Da Gabriel García Márquez a Carlos Fuentes

Città del Messico, 4 marzo 1967

Master, dalla tua lettera – che ho appena ricevuto – mi rendo conto che non hai ricevuto l’ultima che ti ho mandato, insieme all’edizione brasiliana di Aura, che ho avuto per vie diplomatiche, all’Hotel d’Isly. Magari sono lì. Prima di tutto, un enorme abbraccio per il premio Biblioteca Breve. La stampa di qui, in uno slancio di fortunato sciovinismo che per un momento le ha fatto dimenticare i suoi rancori, ha pubblicato la notizia in prima pagina. Grande gioia dei tuoi amici e indigestione di massa del resto dell’umanità. Qui in casa festeggiamo l’evento come se il premio l’avessero dato a me. (...) 

Fra tre mesi avrò risparmiato abbastanza denaro per l’anno in Europa, senza contare gli anticipi che mi aspetto da ogni lato per Cent’anni, e che serviranno a prolungare il soggiorno. Per me sono finiti i primi quarant’anni di lavori forzati: a partire da adesso, anche se mangiando terra, non farò nient’altro che scrivere romanzi. Nella Settimana Santa c’è un congresso di scrittori patrocinato dal ministero dell’Educazione. All’inizio era antimafia: un museo di vecchi. All’ultimo momento si sono resi conto del pericolo e ci stanno invitando. Non ci andrò. Ho preparato una lettera che spiega le mie ragioni: in un certame con criteri tanto diversi, le conclusioni devono essere, per forza, di compromesso perché le cose non finiscano a colpi di pistola. Vale a dire, una perdita di tempo in questi paesi in cui il problema più drammatico degli scrittori è la mancanza di tempo per scrivere. Hanno cercato di convincermi dicendomi che Vargas Llosa, Cortázar e tu sareste venuti. Lo so che non è vero. Ero a conoscenza dei malintesi presenti a Cuba e ho saputo degli interventi di Julio e Mario in tuo favore. Tutto questo mi sembra semplicemente stupido. Se gli amici cubani si trasformano nei nostri poliziotti, si beccheranno, almeno da parte mia, una bella mandata affanculo. Tutto il problema si riduce al fatto che hanno paura gli uni degli altri e sono impegnati in una maratona del radicalismo, che può portare soltanto al settarismo. Non devono dimenticare che siamo scrittori indipendenti, che siamo con loro per convinzione e non per paura che ci arrestino. Già è abbastanza essere schedati dai gringos e non avere il visto per vedere film e mostre a New York, per poi scoprire che adesso non possiamo vederli neanche all’Avana. (...) 

Cent’anni di solitudine esce tra un mese e mezzo, e la prima copia ti raggiungerà volando da Buenos Aires. Ho già corretto le bozze e ho trovato poche cose di cui pentirmi. Saranno diecimila copie che spero finalmente mi tirino fuori dalla cerchia dei miei amici. Le anticipazioni su Mundo Nuevo, su Amaru e su Eco sono andate molto bene: ricevo lettere entusiastiche da ogni dove. Mi unisco con piacere, per lettera, al dibattito sulla critica, e non soltanto su quella latinoamericana. Ho appena letto su Nouvel Observateur quella a Rayuela, di Jean Bloch-Michel, che mostra di nuovo la pedanteria, la distanza, la miopia e l’insopportabile sufficienza francese nei confronti della letteratura di tutto il mondo. Mi sembra criminale la sproporzione tra lo splendido lavoro di Cortázar e quell’articolo pontificale, idiota, miserabile, piccoloborghese, che però influenzerà i lettori francesi. A me, che non mi critichino, e si ficchino dove vogliono il loro cartesianesimo, il loro dit donc e il loro d’une parte et d’un autre parte. Come vedi, sono in una giornata storta. È naturale: lunedì compio 39 anni, perciò dalla settimana prossima sono un quarantenne importante, stanco di compiacere tutti e di evitare suscettibilità. Che sappiano che ce li abbiamo i romanzieri bravi, e che continueremo a rompere le palle, e che siamo una mafia, e a chi non piace, cazzo, gli spacchiamo la faccia, e tutto quello che ne deriva. Ti dicevo nell’ultima lettera che sono in contatto diretto con Roger Klein, che è uscito da Harper ed è diventato direttore editoriale da Coward-McCann, portandosi appresso tutti i miei libri e quelli di Mario. Maestro: non può immaginare quanto le si vuole bene in questa cazzo di casa. 

Un abbraccio immenso, Gabo 


Da Julio Cortázar a Mario Vargas Llosa

Saignon, 3 luglio 1967

Mio caro Mario, siamo arrivati due giorni fa a Saignon, e tra due metri cubi di lettere e pacchi ho trovato la tua lettera dell’11 giugno che mi ha dato come sempre una grande gioia. Ce n’era anche una dell’altro Mario, l’uruguaiano, in cui mi diceva che era venuto a trovarvi a Londra, notizia che mi ha procurato una considerevole invidia. Anche se non sono troppo d’accordo con la tua teoria riguardo alla mia influenza su Antonioni, la tua critica di Blow-Up mi è piaciuta molto per la quantità di linee di fuga e di aperture in ogni direzione. Ho visto il film ad Amsterdam, l’ho rivisto a Parigi, e tutt’e due le volte mi ha lasciato abbastanza freddo. Obiettivamente ti dico che l’ho visto come se fosse qualunque altro film, senza che la citazione del mio nome nei titoli mi mettesse in una prospettiva diversa. È chiaro che una cosa è quello che uno afferma e un’altra quello che accade a livelli più profondi; è possibile che la mia reazione abbia avuto una sorta di inconsapevole risentimento. Inconsapevole perché fin dall’inizio A. e io abbiamo deciso che lui avrebbe lavorato per conto suo, basandosi soltanto sull’idea centrale del mio racconto; ma ormai ho vissuto troppo per non sapere che ci sono molti me, e che quella che chiamiamo opinione è il prodotto misterioso di infiniti livelli, e noi ne conosciamo solo pochi, in genere i meno importanti. Ho ammirato il genio cinematografico di A., la sua ammirevole gestione della macchina da presa, e la sequenza degli ingrandimenti della fotografia mi è parsa la cosa migliore del film. Ti dirò che mi sono riconosciuto soltanto in un brevissimo istante, e mi ha commosso molto: quando il fotografo torna nel parco e scopre che il cadavere è scomparso, la macchina da presa inquadra il cielo e i rami di un albero che il vento agita. Lì, in quell’inquadratura che dura appena due secondi, ho sentito che c’era qualcosa di mio. Il resto, forse per fortuna, è integralmente di Antonioni. 

Da Carlos Fuentes a Gabriel García Márque

Londra, 30 giugno 1968 

Maestraccio, bastardo e miserrimo sarà lei, maledetto villano, cosa ci fa in giro fuori da Macondo, mandandomi numeri di telefono inesistenti a Sori, Genova o dintorni, a cui chiamo vanamente giorno e notte al fine di comunicare a lei, Amaranto e Úrsulo, le mie esaltazioni e angosce e notti insonni e follie del turbine francese? A vendere ghiaccio e dentature posticce nella selva, compagno! Però, per farti vedere che malgrado tutto vi vogliamo bene come a Cristo incarnato, stiamo venendo a Parigi tutti insieme, con Macedonia e Gordinflona a passare sei settimane di chiacchiere, perché è ormai ora, e un altro minuto senza i Gabi sarà una sfida alla provvidenza le cui sofferenze non voglio sopportare. Il romanziere gringo Mr James Jones (Da qui all’eternità) mi ha lasciato, per un periodo più breve di quello del titolo, il suo magnifico appartamento al quai d’Orléans, sull’Île Saint-Louis, di fronte alla Notre Dame ben lustrata da M. Malraux. Cosicché saremo tutti lì dal 25 luglio al 6 settembre, e la cosa migliore sarà darsi appuntamento all’ambasciata di Cuba il 26, attraverso il nostro amico Alejo. Allora parleremo tanto con Buñuel, Goytisolo, Semprún e i Cortázar, se si faranno vedere un weekend, di tutto quello che è successo. Io ho la testa che mi ribolle di dati e conversazioni e impressioni raccolti a Parigi durante le ultime due settimane, e adesso cerco di riordinare tutto e di scrivere un lunghissimo saggio per Siempre! e per Marcha: bisogna difendere e spiegare una rivoluzione che lascia senza mutande tutti i regimi "liberali" dell’America Latina e la loro ispiratrice Alpro (Alleanza per il Progresso, il programma di assistenza economica lanciato dal presidente Kennedy nel 1961 per ridurre la povertà nei paesi latinoamericani e far fronte al comunismo, ndr). Ho fatto una follia e mezza a Parigi, e mi sento come uno dei tuoi personaggi, con la verga dell’anima tatuata. Cazzo! Cortázar è magnifico! Il suo comportamento è stato di un’intelligenza e di un coraggio stupefacenti! A te, un abbraccio di quelli grandi per il successo di Cent’anni nell’Italica Famosa. Avrai visto con quanta cura ed entusiasmo si occupano delle nostre cose Riva e Ravoni. Dimmi, sai se hanno pubblicato il piccolo saggio sul tuo libro che ho mandato a Feltrinelli? Scrivi presto e ricevete tutto il nostro amore, Carlos 


Da Mario Vargas Llosa a Carlos Fuente

Pullman, 20 gennaio 1969

Mio caro Carlos, non so dove ti trovi ma spero che Gallimard stia seguendo le tue tracce e ti faccia avere questa lettera. È da un sacco di tempo che voglio scriverti, ma, a parte la mia allergia al genere epistolare, me l’ha impedito la mancanza di tempo. Ho lavorato molto al mio romanzo, che per fortuna è agli sgoccioli, e ho sprecato ore atroci con le lezioni, che per giunta e per raddoppiare la mia angoscia erano in inglese. Ho seguito abbastanza da vicino quanto succedeva in Messico e conosco a memoria tutti gli improperi e tutta la sporcizia che ti hanno gettato addosso. Credo che debba sentirti molto contento di questo: con il tuo ammiratore e critico Joseph Sommers abbiamo fatto firmare da più di cento professori universitari una lettera di protesta per la repressione contro intellettuali e studenti in Messico. Immagino che non servirà a nulla, ma sarebbe stato peggio non protestare. La tua lettera con lo stemma del caffè La Rotonda mi ha lasciato moralmente ferito per qualche giorno, ma la cosa triste della faccenda è che sembra adattarsi alla realtà. Il panorama non può essere più bigio. Qui tutto andrà peggio con Nixon alla Casa Bianca e temo che quanto è accaduto nella Repubblica Dominicana sia un gioco da ragazzi a quanto può succedere in America Latina nei prossimi anni. (...) In Perù la confusione politica raggiunge livelli paranoici. I generali rimarranno al potere molti anni e contano sull’appoggio della sinistra, che proclama a destra e a manca che il regime è nazionalista e antimperialista, la qual cosa è uno sproposito apocalittico. Però non si possono nemmeno attaccare i generali, perché significherebbe fare il gioco dell’estrema destra che capeggia l’opposizione. In vista di questo caos ho deciso di non tornare in Perù. Non sono riuscito a risparmiare qui abbastanza da avere alcuni mesi di libertà e ho accettato per un semestre un contratto a Porto Rico, che è come mettere la testa nella bocca del lupo, perché nell’isola pullulano i gusanos cubani (ci sono anche, mi dicono, quarantamila poetesse). Starò lì fino a luglio e poi tornerò a Londra, a identificarmi con la nebbia e a trasformarmi forse in un fantasma. L’unica cosa che rimane, almeno per ora, è chiudere gli occhi, stringere i denti e scriveee, scrivere fino a perdere il respiro.