Robinson, 25 gennaio 2026
La scoperta dell’America Latina
Quando, a metà del XX secolo, le università americane e successivamente quelle britanniche scoprirono l’esistenza di un mondo intellettuale in America Latina, decisero di interessarsi alla letteratura “a sud del Rio Grande” e stabilirono che il modo migliore per farlo fosse attraverso alcune etichette che consentissero loro di definire a colpo d’occhio le numerose letterature di una ventina di Paesi così diversi tra loro. Ciò diede origine a nomenclature improbabili ma estremamente utili per creare corsi universitari: il “realismo magico”, che riuniva sotto un unico ombrello creato dai gringo scrittori diversi come Juan Rulfo, Bioy Casares e Isabel Allende; la curiosa classificazione cabalistica di Harold Bloom nel suo Il genio, dove equiparava Borges a García Márquez attraverso qualche segno esoterico; e il “Boom” degli anni Sessanta, un fenomeno letterario che, raccogliendo opere pubblicate principalmente da Seix Barral in Spagna e Sudamericana in Argentina, permetteva a Vargas Llosa e Cabrera Infante di intrecciarsi misteriosamente.
La dotta introduzione a quattro mani alla raccolta di lettere tra Cortázar, Fuentes, García Márquez e Vargas Llosa, tradotta in modo impeccabile da Bruno Arpaia con il titolo Il Boom latinoamericano (Oscar Mondadori), tenta una definizione del “Boom” come gioco tra editori e pubblico. «Come ogni gioco», affermano collettivamente i quattro editori, «il Boom latinoamericano ha delle regole. Crediamo che sia il loro rispetto, senza eccezioni, a spiegare l’abitudine di iniziare a raccontare il “Boom” parlando di questo quartetto. Le regole sono quattro, come gli autori, che 1) hanno scritto romanzi totalizzanti; 2) hanno forgiato una solida amicizia; 3) hanno condiviso una vocazione politica; 4) hanno scritto libri che hanno avuto una grande diffusione e un forte impatto a livello internazionale». Forse questa definizione è un po’ troppo limitata.
Come la maggior parte dei movimenti letterari (se il “Boom” può essere definito un movimento), ha assunto la forma di un gruppo eterogeneo di autori, molti più dei quattro la cui corrispondenza è qui raccolta. Gli autori del “Boom” sono stati scelti da editori e pubblicisti europei che hanno ideato un brillante schema pubblicitario che ha permesso loro di promuovere con nonchalance ecumenica scrittori di ogni orientamento letterario e politico. Sullo sfondo fin troppo reale delle dittature militari che si diffondevano come una piaga in tutto il continente latinoamericano, l’industria editoriale vide nel vivace calderone della letteratura in spagnolo e portoghese possibilità commerciali fino ad allora quasi inesistenti all’estero.
Con una sola parola, “Boom”, l’industria creò un mercato per quelle opere tradotte, che a volte erano risultati brillanti (García Márquez disse che la versione di Gregory Rabassa di Cent’anni di solitudine era migliore dell’originale), a volte di successo allora e oggi discutibili (come quella di Enrico Cicogna per Feltrinelli). C’erano stati altri tentativi di creare una mappa letteraria comune in America Latina. Nel 1967, dopo il successo di La morte di Artemio Cruz (1962) di Carlos Fuentes, Fuentes e Vargas Llosa proposero ai loro amici scrittori un’antologia collaborativa di romanzi sui dittatori latinoamericani che si sarebbe chiamata Los Padres de las Patrias. In Paraguay, Augusto Roa Bastos scrisse Yo, el Supremo; in Colombia, García Márquez offrì L’autunno del patriarca, a Cuba, Alejo Carpentier pubblicò Il ricorso del metodo e in Perù, Vargas Llosa ideò La festa del caprone. Sebbene il progetto non sia mai stato portato a termine, esso ha comunque riconosciuto un tema comune in gran parte della letteratura latinoamericana, sia nei romanzi precedenti, come Il signor Presidente (1946) di Miguel Ángel Asturias, sia in quelli successivi, come Santa Evita (1995) di Tomás Eloy Martínez.
Poiché il “Boom” era un’impresa commerciale, non ha mai avuto bisogno di fingere di avere un’identità rigida. Mentre alcuni scrittori voltarono le spalle alla precedente letteratura indigenista che, sulla scia di Zola, aveva cercato di dare voce agli emarginati del continente (come nella narrativa di Ciro Alegría e José María Arguedas, per esempio), altri, come Rosario Castellanos e Eduardo Galeano, tentarono una visione onnicomprensiva del loro mondo.
Altri ancora (Borges, Sábato, Cabrera Infante), pur avendo già trovato un pubblico in altre lingue, hanno beneficiato della ribalta in cui sono stati proiettati i loro colleghi. Il “Boom” era una sorta di club semi-esclusivo al quale oggi, con il senno di poi, molti di coloro che allora erano assenti rivendicano l’appartenenza. I quattro scrittori la cui corrispondenza è qui raccolta mostrano nei loro argomenti punti in comune, ma molti altri su cui erano in forte disaccordo. E attorno a questo quartetto creato dal “Boom”, ruotavano, come in un universo latinoamericano tolemaico, dozzine di soli e stelle, maggiori e minori.
Manuel Puig, sempre deliziosamente irriverente, scrisse una lettera a Cabrera Infante, esiliato a Londra negli anni Sessanta, accostando le stelle del “Boom” alle stelle di Hollywood, a cominciare da Borges come Norma Shearer («Così raffinato!»). Sábato era Vivien Leigh («Temperamentale e malata, sempre malata»), García Márquez era Liz Taylor («Bella ma con le gambe troppo corte»), Carlos Fuentes era Ava Gardner («Il glamour la circonda, ma sa recitare?») e Vargas Llosa era Esther Williams («Così disciplinata e così noiosa»). Puig vedeva nel “Boom” l’ombra della macchina pubblicitaria hollywoodiana che trasformava l’aspetto fisico e il talento in fama sulle riviste patinate e, a volte, in profitto economico.
Qualunque siano le vere ragioni che hanno portato al “Boom”, le conseguenze sono state positive, perché non solo i lettori comuni, ma anche gli scrittori di talento possono imparare dai libri che capita loro di leggere. Senza il “Boom”, gli europei e i nordamericani, ma anche i cinesi, i giapponesi e i coreani, potrebbero non aver scoperto i libri che alla fine avrebbero ispirato gli autori di questi ambiti linguistici stranieri. Senza il “Boom” che ha portato la letteratura latinoamericana nelle biblioteche di tutto il mondo, Calvino ed Eco, Murakami e Yan Lianke, Olga Tokarcuzck e Dubravka Ugrešić, sarebbero stati scrittori molto diversi e avrebbero scritto libri molto diversi. La perdita sarebbe stata nostra.