Domenicale, 25 gennaio 2026
Quante avventure nei viaggi della rupia
Alzando lo sguardo verso il soffitto di teak birmano della Sarmaya Arts Foundation di Mumbai torna alla mente la folgorante immagine, nata dalla penna di Arundhati Roy, del cristianesimo che si diffonde nel sud dell’India come il tè da una bustina. Non solo perché queste travi ultracentenarie sono state testimoni di viaggi, conquiste e trasformazioni sociali. Ma anche perché dal legno bruno pende un’installazione che invece di rubare la scena alla mostra sottostante, la arricchisce di senso.
Si tratta di semplici nastri di ottone battuto disposti in modo da disegnare la sagoma dell’India del Sud. Ma, nel farlo con una linea spezzata anziché continua, raccontano una terra che non si è mai chiusa al mondo esterno e, attraverso i porti che punteggiano le sue coste, dal Malabar al Coromandel, ha accolto ben di più delle merci scaricate sui propri moli, e fatto viaggiare per mare ben altro delle spezie che pure fecero la fortuna di queste regioni.
Visitando la mostra Odyssey of the Rupee si scopre che tra le esportazioni di maggiore successo c’è stata proprio l’umile rupia, una moneta che nel corso dei secoli è stata coniata (e in alcuni casi riconiata, per “localizzare” i capitali esteri) in un gran numero di Paesi, lubrificando i commerci da Giava alla Somalia, passando per il Caucaso. Il fondatore della Sarmaya Arts Foundation Paul Abraham – un collezionista seriale partito dalle monete e arrivato alle fotografie di Felice Beato, passando per le mappe del Subcontinente – non cercava che un pretesto per raccontare questa odissea. A offrirglielo è stato il 75esimo compleanno della rupia indiana che nel 1950 prese il posto di quella britannica, dando una nuova dimensione alla sovranità conquistata pochi anni prima. Ma la storia di questa moneta va ben al di là della dicotomia tra colonialismo e indipendenza e affonda le sue radici in un tempo lontano, quasi 500 anni, quando Sher Shah Suri, un sultano afghano al potere a Delhi decide una riforma valutaria da cui nasce una moneta d’argento del peso di una tolā, circa 11,6 grammi.
Da quel momento la rupia inizia un lungo viaggio nel tempo e nello spazio che da una parte la rende, grazie all’adozione di uno standard di grande successo, un elemento unificante, e dall’altra la trasforma in uno specchio dei tempi e della natura frammentata del Subcontinente. Una tela su cui i regnanti non resistono alla tentazione di lasciare un segno del proprio passaggio, dai delicati ricami in persiano, arabo, sanscrito e urdu dei Mughal al profilo severo della regina Vittoria. Nascono così le rupie dei Maratha e quelle dei Sikh, quelle dei portoghesi di Goa e quelle dell’East India Company di Calcutta, quelle bellicose – usate per pagare le truppe durante gli assedi e battute a Gingee dai Mughal lanciati alla conquista del sud dell’India – e quelle intrise di piaggeria del maharaja di Jodhpur, che rende omaggio alla corona britannica pur di restare al potere del suo staterello. Ma siccome quella della rupia è un’odissea, ecco che la ritroviamo in Africa Orientale – per esempio nella Somalia italiana, battuta dalla Regia Zecca di Roma su disegno di Luigi Giorgi con tanto di effigie di Vittorio Emanuele III – dove, spiega Abraham, «diventa la moneta di scambio preferita tra le popolazioni tribali di Etiopia e Yemen». Ma anche nelle isole dell’odierna Indonesia (la cui moneta continua a chiamarsi rupiah), portata dagli olandesi della Dutch East India Company. A testimonianza di questo viaggio verso oriente troviamo in mostra una moneta coniata a Lahore, oggi in Pakistan, a cui è stata aggiunta successivamente la parola Giava – isola dove diventa la valuta ufficiale nel 1693 – scritta nella forma in voga nella penisola malese di una lingua originaria dell’odierno Iran, il farsi. Più globale di così!
Ma la rupia non si è mai stancata di raccontare storie. Lo ha fatto anche in epoca più recente, come quando la Reserve Bank of India, nel 1959, si mise a stampare banconote anticontrabbando utilizzabili solo nei Paesi del Golfo Persico. Oppure quando, nel 1997, fece coniare monete dall’altra parte del mondo, alla Casa de Moneda de México, perché le sue zecche di Bombay, Calcutta, Hyderabad e Noida da sole non riuscivano a soddisfare la domanda di un Paese in cui il Pil cominciava finalmente a correre.
La celebrazione dei 75 anni della rupia moderna – quella sovrana e indipendente dai conquistatori stranieri – giunge in un momento cruciale nella storia di questa moneta. Non perché stia raggiungendo chissà quali lidi, ma perché sta progressivamente uscendo – perlomeno nella sua forma fisica – dalla vita quotidiana di molti indiani. Certo, un bel pezzo dell’economia è ancora sommerso. Negli hotel a cinque stelle della capitale non è raro vedere saldare conti astronomici con grandi rotoli di banconote e, pochi mesi fa, la perquisizione della casa di un giudice un po’ chiacchierato ha portato alla luce i resti, ancora fumanti, di un falò parecchio sospetto. Neppure il brutale e spericolato esperimento di demonetizzazione fatto dal governo Modi nel 2016 è riuscito a far emergere il “nero”. In compenso ci sta riuscendo, un poco alla volta, la tecnologia. Merito di un sistema di pagamento che passa dagli smartphone ed è così efficiente da essere stato adottato praticamente da tutti gli esercenti del Paese. Compresi i chaiwallah che per sole 10 rupie, spesso digitali, non hanno mai smesso di servire bicchierini di tè – molto dolce e per nulla virtuale – agli angoli delle strade.