Domenicale, 25 gennaio 2026
La fenice risorge sempre e finisce per vivere nei libri
Tra tutti i posti in cui praticare bird-watching, con tanto di binocolo, forse Piazza del Popolo a Roma non è il primo c he verrebbe in mente. Eppure è proprio lì che mi sono recato alcuni mesi fa, mentre ero sulle tracce di un pennuto particolare. A un certo punto l’ho visto, proprio sull’obelisco al centro della piazza. Avevo trovato la fenice.
A fornirmi la dritta, però, non era stato Gli animali fantastici: dove trovarli di J.K. Rowling. In realtà l’indicazione arrivava da Ermapione, un oscuro dotto che nei primi secoli dell’impero romano aveva tradotto in greco le iscrizioni geroglifiche che ricoprono l’obelisco, già vecchio di milletrecento anni quando Augusto lo fece trasportare a Roma per decorare il Circo Massimo. Prima di allora il monumento svettava nella città santa di Eliopoli, in Egitto. Si diceva che lì, in quello che oggi è un anonimo sobborgo del Cairo, fosse emerso il primo lembo di terraferma dalle acque primordiali. La Collina della Creazione, la chiamarono. Il primo a sfiorarla fu un raggio di sole. E poi vi si posò un uccello misterioso, che gli Egiziani chiamavano benu.
All’inizio veniva rappresentato come un airone, poi come una gru. Si disse che ve ne fosse un solo esemplare al mondo, e che tornasse ciclicamente, come quella prima volta, per annunciare l’inizio di una nuova era. Anche sull’obelisco di Piazza del Popolo compare, mescolata tra tante altre, la sagoma della fenice. Sì, perché il benu venne ribattezzato così dai Greci. Ce ne parla Esiodo, che ne descrive la vita lunghissima, e poi Erodoto, che asserisce di averlo visto raffigurato in Egitto. Ed è proprio da questi due autori che ho iniziato il lungo viaggio in cerca del mitico volatile. Mitico per noi, ma realissimo per tanti di coloro che ne hanno trattato, pronti a giurare che qualcosa di vero doveva pur esservi, dietro a questa storia. Tra di loro persino il serissimo storico Tacito, secondo il quale la fenice sarebbe comparsa nella terra del Nilo «sotto il consolato di Paolo Fabio e Lucio Vitellio», ovvero nel 34 d.C. Non sapremo mai, in realtà, che cosa fosse stato avvistato. Un uccello esotico finito lì per caso? Oppure si trattava di una montatura beneaugurante, magari creata ex post per celebrare il passaggio di regime (Tiberio sarebbe morto di lì a poco, e gli sarebbe succeduto Caligola)?
Il punto è che a Roma, in ogni caso, la fenice diventò un simbolo potentissimo al servizio della propaganda. Fu lì che si iniziò a rappresentarla su vessilli e monete per celebrare la capacità dell’impero di rinascere dopo ogni difficoltà, dopo ogni disfatta, come quella di Adrianopoli nel 378, in cui decine di migliaia di legionari furono annientati dai Goti. Se la fenice per noi è diventata quello che è, un emblema di ripresa che figura nel nome del celeberrimo teatro veneziano (ma anche nello stemma di San Francisco, ogni volta risorta da terremoti e incendi), lo si deve però anche all’uso che ne fecero, quasi fin dall’inizio, i cristiani. La fenice come simbolo della Resurrezione. La fenice come esortazione alla buona morte, al prepararsi una pira funebre di “buone azioni” dalla quale rinascere alla nuova vita. La fenice comparsa sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme nel momento in cui nacque Gesù. La fenice protagonista, alla fine dell’antichità, di due raffinatissimi poemetti che ispirarono anche Torquato Tasso: uno di Lattanzio, un cristiano che faceva finta di essere pagano, e l’altro di Claudiano, un pagano che faceva finta di essere cristiano.
Sono tanti i testi in prosa e poesia, in latino e in greco, che mi sono passati tra le mani e che ho tradotto appositamente (talora per la prima volta in italiano) per la parte antologica che costituisce il cuore del libro sulla fenice, edito da Marsilio, nato al termine di questo percorso. E poi ho collezionato e discusso altri autori, che scrivevano in italiano, francese, inglese, tedesco. I loro testi illuminano le ulteriori evoluzioni del mito della fenice dal Medioevo fino alla contemporaneità.
La fenice, innanzitutto, che diventa un brand, antesignano di mele e coccodrillini: quello dell’editore veneziano Gabriele Giolito de’ Ferrari, che nel Cinquecento gestiva la Libreria della Fenice e che chiamò la figlia, indovinate un po’, Fenice.
La fenice come simbolo d’amore, dapprima come emblema dell’unicità della propria donna e poi, con ironia sempre crescente, pulce nell’orecchio di chi si vantava ingenuamente della fedeltà adamantina e impareggiabile della propria amata. Come scrive Lorenzo Da Ponte (ma la strada l’aveva aperta Ariosto) nel Don Giovanni, non senza misoginia, «è la fede delle femmine / come l’araba fenice: / che vi si ciascun lo dice; / dove sia nessun lo sa».
In effetti, l’età moderna è quella in cui l’esistenza del mitico uccello viene messa sempre più in dubbio. Il grande naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi sottolinea l’impossibilità biologica di una specie costituita sempre e comunque da un solo individuo. Lo fa, è vero, ricorrendo anche a sofismi già utilizzati dai teologi bizantini (Dio ordinò a Noè di imbarcare sull’arca una coppia di ogni razza di uccelli; ergo, o esiste più di un esemplare della fenice, o la fenice non è un uccello reale), ma era comunque l’inizio della fine.
A cantare l’ultimo requiem ci avrebbe pensato un giovanissimo Leopardi, che nel chiuso della biblioteca di Recanati lanciava i suoi strali contro i creduloni di ieri e di oggi; ma stabilirne l’inesistenza non ha certo segnato la fine della fenice. Nel libro riporto brani di Fahrenheit 451, dove l’antico uccello egiziano è simbolo della speranza di rinascita e di riscatto dell’umanità dopo il rogo dei libri. Bradbury, nel 1953, era preoccupato dalle prime forme di dipendenza e disinformazione legate a radio e televisione. Nulla, rispetto a quello che sarebbe venuto poi. Non c’è che da scrutare l’orizzonte e attendere con ansia la ricomparsa del «peregrino augello». Che magari, chissà, finirà per posarsi proprio sull’obelisco di Piazza del Popolo.