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 2026  gennaio 24 Sabato calendario

Boualem Sansal: "Sono molto scettico sulla democrazia nelle società islamiche"

«Sono solo un piccolo scrittore», ci dice Boualem Sansal, per denunciare l’assurdità del destino che lo ha trasformato in ostaggio della guerra diplomatica tra Francia e Algeria. Accuse inconsistenti, un processo farsa. Odio, ingiurie, minacce: niente gli è stato risparmiato. Settantasette anni, alto funzionario del ministero dell’industria, sul finire del secolo, compiuti i cinquant’anni, ha cominciato a scrivere romanzi sempre più incalzanti sulla società algerina, per denunciare gli abissi di una guerra civile mai terminata, del fondamentalismo religioso, di un totalitarismo islamista che ha paragonato al regime nazista. Il primo grande successo in libreria è del 1999, Il giuramento dei barbari, l’altro romanzo emblematico è 2084. In Francia è pubblicato da Gallimard, in Italia da Neri Pozza. Sono libri di un grande scrittore e di un uomo umile e coraggioso. Arrestato il 16 novembre 2024, è stato liberato un anno dopo grazie alla mediazione del presidente tedesco Steinmeier. Il presidente Macron gli ha dato la cittadinanza francese.
Monsieur Sansal, com’è il ritorno alla normalità?
«Non ci sono ancora, è un processo lungo. Intanto devo occuparmi della mia salute e proseguire le cure per il cancro. Per ora sono nomade, devo trovare una casa, mi hanno cacciato dall’Algeria, devo iscrivermi alla sécurité sociale, compiere tutte le pratiche burocratiche. Quando le avrò finite, potrò pensare di scrivere».
E sa già cosa scriverà?
«Devo finire il romanzo che ho cominciato in prigione, per ora è tutto nella mia testa, devo mettere nero su bianco, ma ho bisogno ancora di tre o quattro mesi».
Un saggio, un mémoire, un diario?
«Ero partito banalmente con l’idea di un diario, come ha fatto Sarkozy. Poi mi sono detto che preferivo andare un po’ più lontano, tenendo conto della mia situazione, interrogandomi sul perché l’Algeria ci teneva tanto a distruggermi e perché la Francia ci teneva tanto a liberarmi».
Com’è cominciata?
«Sono sbarcato all’aeroporto di Algeri. Al controllo passaporti la guardia ha chiesto i nomi di mio padre e di mia madre. Mi ha detto di aspettare. Dopo un po’ sono venuti a prendermi e mi hanno portato nei sotterranei dell’aeroporto, dove sono rimasto qualche ora. Poi mi hanno messo le manette, un cappuccio in testa e mi hanno condotto in un luogo segreto dove sono rimasto sei giorni, senza nessuna spiegazione. Mi interrogavano tutta la giornata e una parte della notte».
Cosa volevano sapere?
«Niente. Era solo una commedia. Avevano deciso di arrestarmi, di condannarmi a cinque anni e di espellermi dall’Algeria. Per giustificarsi hanno costruito un capo d’accusa infamante. E allora ci hanno messo dentro tutto: spionaggio, terrorismo, attentato all’unità dello Stato, attentato all’islam e all’onore del popolo algerino».
Come potevano accusarla di spionaggio?
«Loro procedono così: ti prendono il telefono e cercano nella rubrica, trovano il suo nome, per esempio, e chiedono: chi è questo signore? Rispondo: un giornalista italiano, ci siamo conosciuti qualche anno fa… E loro insistono: perché? E io rispondo: perché lui fa il suo lavoro e io faccio il mio. E di cosa avete parlato? Rispondo: di libri. Poi continuano a cercare, trovano un fotografia di Sarkozy e mi chiedono: perché tiene questa foto? E io rispondo: è una persona che conosco. Poi trovano il nome di un rappresentante della comunità ebraica di Parigi. E io di nuovo: lo conosco, come un sacco di altre persone con le quali discuto di tutto, che siano ebrei o musulmani, non è un mio problema».
E cosa hanno trovato per accusarla?
«Niente, perché non c’era niente. Dopo sei giorni hanno fatto rapporto al procuratore. Il quale ha detto, più o meno: visto questo, visto quello, passo il dossier a un giudice inquirente perché proceda in tribunale. A quel punto mi hanno portato in prigione».
Un carcere comune?
«Un reparto di massima sicurezza, dove eravamo solo venti. E là, scopro che del mio caso si parlava in Francia, in Belgio, che se ne discuteva al Parlamento Europeo e mi sono stupito di avere tanta importanza: io sono solo un piccolo scrittore. Ma tra i detenuti era nata la leggenda che ero il più forte oppositore del regime algerino, che ero appoggiato dalle potenze straniere e che dunque il regime sarebbe caduto e loro sarebbero stati liberati. Si diffonde un passaparola per aiutarmi e sostenermi psicologicamente. E così sono diventato una specie di portavoce dei prigionieri di tutte le prigioni d’Algeria».
Ha scoperto una umanità che non conosceva?
«Esatto. Assassini condannati all’ergastolo, oppositori di ogni tipo, separatisti partigiani dell’indipendenza della Kabylia. Anche islamisti di diverse nazionalità che rivendicavano lo status di prigionieri di guerra: dei maliani, dei siriani, c’era un russo che aveva combattuto in Cecenia, dei libici. Un luogo internazionale. C’erano anche trafficanti di droga. Ho discusso con loro, perché in prigione si condivide una condizione. Degli islamisti che fuori avrebbero potuto uccidermi, in prigione parlavano con me. È l’umanità del carcere dove tutti hanno un unico pensiero: la caduta del regime per tornare in libertà. Contavano molto sull’appoggio internazionale che poteva venire dal mio caso. Si raccontavano che l’Europa è formidabile, ci sono le convenzioni che proteggono i prigionieri, ci sono i diritti umani…».
Che in Algeria non sono riconosciuti?
«In Algeria con la legge di riconciliazione nazionale, hanno cancellato la Storia. Parole come guerra civile, islamisti o terroristi sono proibite, solo a pronunciarle si rischiano due anni di carcere e duecentomila dinari di multa. Io insistevo per chiedere come mi consideravano. Non ero un islamista, non ero un terrorista, non un prigioniero di guerra. La costituzione algerina garantisce la libertà di espressione. E dunque che cosa ci facevo in prigione? Perché mi tenevano in un quartiere di massima sicurezza?».
E come le rispondevano?
«Non c’è mai stata nessuna risposta. Ho scritto al presidente, ai ministri degli Esteri e della Giustizia chiedendo: chi sono io? Non avete nemmeno concesso il visto al mio avvocato. Non ho mai avuto un difensore e le mie lettere non hanno mai avuto una risposta. Ho il diritto di considerarmi un ostaggio e voi siete i rapitori. Come potete rappresentare l’Algeria nel mondo e tenere un ostaggio in carcere? Mettetemi in una gabbia, in una grotta, cosa faccio in un carcere? Sono soltanto una vittima».
E come si è arrivati alla grazia presidenziale?
«Il mio non era più un affare di giustizia, è cominciato in seguito a uno scontro diplomatico franco-algerino e si è risolto in negoziati segreti tra il regime, la Francia, la Germania e non so chi altro».
La distopia del suo romanzo “2084” è diventata la realtà nella sua vita?
«Sì, questo regime ha fatto dell’Algeria il 2084. Un universo alla George Orwell, assurdo, non si può immaginare di peggio, salvo forse la Corea del Nord, ma ancora, perché là tengono un discorso coerente, guerra con l’occidente, frontiere chiuse… In Algeria la propaganda diffonde l’idea del paese emergente, aperto al mondo, invece è lo stato del segreto assoluto, della menzogna. Il paese ha un fondamento religioso radicale, a partire dagli anni Quaranta, quando si è cominciato a pensare di combattere la Francia per ottenere l’indipendenza, la società algerina si è allora divisa in quattro tendenze politiche che hanno poi stretto un’alleanza per l’indipendenza. Quando si è scoperta molto ricca con petrolio e gas, è scoppiata la guerra civile, è cresciuta la corruzione e il governo è stato incapace di tenere una rotta».
Il presidente Tebboune l’ha definita “impostore”, i giornali algerini la chiamavano “traditore” e “bastardo”. Prova odio per loro?
«No, non ne sono capace non è nella mia natura, è un sentimento futile, non serve a niente. Io sono un combattente, e sono pronto a discutere con chiunque. Dal mio arresto non ho smesso di discutere. Ho scritto a tutti, ho espresso educatamente il mio punto di vista e ho criticato il loro dicendo che stavano isolando l’Algeria. Tebboune è una persona particolare, insulta, è arrogante, io penso che avesse bisogno di presentarmi come una figura abominevole per conquistare la simpatia degli islamisti e degli ultra nazionalisti, le sue clientele politiche».
Lei combatte da anni una battaglia culturale per la laicità nell’islam, il reciproco rispetto di tutte le fedi. Come si sente dopo questa avventura?
«Sono più laico che mai e molto scettico sulla possibilità della democrazia nei paesi musulmani. L’Islam si è sviluppato verso il nazionalismo e il patriottismo in maniera molto radicale, con regressioni terribili nei confronti delle donne e di chi non è musulmano. Incompatibile con la laicità. Nella storia ci sono stati solo dei piccoli momenti, per esempio nella Tunisia di Bourghiba. Ma quando è caduto, una dittatura militare ha partorito uno stato islamico».
Si è sentito strumentalizzato in questi mesi anche nel dibattito politico in Francia così sensibile al tema dell’islamofobia?
«Io sono sempre stato strumentalizzato. Ogni volta che parlo, ciascuno interpreta la mia parola come vuole. Anche questo è libertà di espressione. In Algeria per vent’anni il presidente Bouteflika (ha governato tra il 1999 e il 2021, ndr) mi ha usato per dimostrare di essere un democratico. Diceva: Sansal ci critica, ma è un alto funzionario, è libero di scrivere ciò che vuole, non ci sono inchieste contro di lui. Ed era vero. Dopodiché i miei libri non si trovavano, ma non ho mai avuto la prova che fossero proibiti».
Com’è stato accolto in Francia?
«Mi sento in obbligo di ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato e non sempre ci riesco. L’altro giorno ero per strada a Parigi con degli amici, si è avvicinato un uomo per augurarmi “bon courage!” Io l’avevo guardato un po’ distrattamente, i miei amici me l’hanno fatto notare e allora l’ho rincorso e gli ho stretto la mano per ringraziarlo. A lui sono venute le lacrime agli occhi».
Si sente libero?
«Non ancora. Per me la libertà è scrivere. In questo momento ho ancora troppi obblighi, intorno a me c’è un’attività mondana, devo curarmi, sono sotto la protezione del governo francese e sono tenuto alla riservatezza. Sento un obbligo morale».