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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Banana Yoshimoto: "Io ero così"

Com’eravamo. Com’era lei. Arriva una nuova Banana Yoshimoto e non è nuova. Come un miraggio, che Feltrinelli si appresta a mandare in libreria il 27 gennaio, è un libro che viene dal passato: è il suo secondo titolo pubblicato in patria dopo il fulminante Kitchen che la impose sulla scena letteraria, e più che letteraria, del Giappone. La traduzione italiana di Giorgio Amitrano, proposta sempre da Feltrinelli nel 1991, fu la prima in una lingua straniera e aprì a Kitchen la strada del mondo; Come un miraggio apparve lo stesso anno, il 1988, ma non è mai uscito dal Giappone.
È allo stesso Amitrano che si deve la prima versione di Come un miraggio, composto da due novelle (Yoshimoto le definisce «brevi romanzi»), quella che dà il titolo al libro e Santuario. Nella prima storia il giovane io narrante femminile rilegge il legame con Arashi: si sono scambiati «solo un bacio» ma il ragazzo ha saputo colmare i vuoti di una famiglia mai davvero formata e in parte condivisa; ci sono un padre impossibile – burbero, sfuggente – e una madre evanescente che decide di seguire l’uomo fino in Nepal. Arashi ha una collocazione mediana e ambigua: le forme degli affetti e il dubbio che impregna le relazioni sono la sostanza di pagine attraversate da «una leggera sensazione di vertigine», quella che la malinconia procura alla protagonista. Santuario, in terza persona, mette in scena l’incontro tra il giovane Tomoaki e la più matura Kaoru, che è poi l’incontro tra la perdita patita da lui e la doppia perdita di lei: il cauto accostarsi di individui dolenti non è, o non sembra, un corteggiamento, finché «all’improvviso, come una vertigine, discese su di loro un perdono per tutto ciò che era successo». Tocca al lettore lasciar vibrare le due trame e fidarsi del delicato minimalismo di Yoshimoto, del suo Giappone tenuto discosto dalla cronaca e dalla storia.
Banana Yoshimoto ha risposto per iscritto alle domande de «la Lettura».
L’uscita di questo libro in Italia a tanti anni dalla pubblicazione in Giappone (38!) consente di guardare a ritroso alla sua carriera. Chi era la Banana di allora, che nella nota all’edizione italiana definisce «insicura e sperduta, ma comunque decisa a impegnarsi al massimo delle sue possibilità»? E chi è la Banana di oggi?
«La me di allora era sicuramente giovane e piena di entusiasmo, mentre ora sono così stanca da preoccuparmi».
Che cosa di quella scrittura, di quello stile le è rimasto addosso?
«Penso che non sia affatto cambiato il mio voler rappresentare i paesaggi naturali e le folate di vento improvvise, o l’effetto dei profumi o di suoni aggraziati sull’animo umano».
Da allora a oggi lei ha scritto moltissimi libri (qualche critico ha aggiunto: troppi). Nel suo percorso creativo c’è stato un punto di svolta che ha cambiato le cose – in termini di temi, di stile – in modo drastico?
«In Giappone, se uno scrittore non è particolarmente produttivo non riesce a sostenersi e, confesso, non penso che questo sia positivo. Inoltre, non credo che il mio percorso creativo sia cambiato affatto, però penso sia diventato più raffinato con il tempo».
«Kitchen» è diviso in due parti, «Come un miraggio» è composto da due novelle indipendenti. Perché aveva scelto, allora, di restare nella forma breve?
«Mi considero una scrittrice abile nella forma breve o medio-breve e, a dirla tutta, il mio stile di scrittura lascia spesso spazio ad audaci omissioni: non è adatto a romanzi lunghi».
Quando uscirono i primi suoi libri, la critica li associò all’estetica degli «shojo manga», i fumetti «per ragazze». Li leggeva davvero? Li legge ancora?
«Da bambina leggevo tantissimi manga di grandi autrici, come quelli di Hagio Moto e di Oshima Yumiko, mentre adesso leggo principalmente shonen manga (i fumetti per ragazzi, ndr)».
Come trova che sia cambiata nel corso degli anni la rappresentazione delle figure femminili nella cultura pop giapponese?
«Non è cambiata più di tanto, ma si è in qualche modo allineato con lo stile deglianime contemporanei. Seguendo la scia dei gruppi idol (band musicali di giovanissimi orientate al successo commerciale, ndr), è aumentata molto anche la presenza di opere corali, in cui si vede chiaramente l’influenza della cultura dei videogiochi. Ho l’impressione che siano, però, diminuiti i personaggi femminili indipendenti e molte storie sembra non abbiano un vero finale».
Sia «Kitchen» sia le due storie di «Come un miraggio» osservano famiglie disgregate e/o atipiche. Che visione della famiglia aveva lei allora? E oggi? Viene anche da chiedersi quali siano le condizioni di salute della famiglia oggi in Giappone...
«Penso che oggi l’istituzione della famiglia si stia disfacendo. Per questo ho l’impressione che ciò che ho scritto allora stia diventando realtà proprio adesso. In futuro, le “pseudo-famiglie” continueranno ad aumentare esponenzialmente».
«Kitchen» e «Come un miraggio» contengono storie di perdita. Quali sono gli elementi di continuità e quali le discontinuità fra i due libri, usciti uno a ridosso dell’altro, riguardandoli ora?
«Sicuramente li accomunano la giovinezza e la semplice paura della perdita. Nonostante sia difficile definirne il tema, Come un miraggio è caratterizzato da uno stile molto rifinito ma, a essere sincera, non ricordo molto bene né il contenuto né il periodo in cui l’ho scritto...».
La malinconia che pervade «Come un miraggio» si ritrova come una costante nei suoi libri successivi. È una malinconia tutta letteraria o riflette una sua malinconia personale?
«Penso che le oscillazioni dello stile dipendano dai temi, non dal riflesso dei miei sentimenti. Non ho quasi mai scritto romanzi facendomi guidare dai miei sentimenti».
Ma la letteratura per lei è una forma di consolazione?
«Sento che ogni forma di cultura e di arte possano avere il potere di guarire e di restituire vitalità alle persone».
In «Come un miraggio» c’è molto silenzio, non soltanto è stato scritto e si svolge alla fine degli anni Ottanta, in un tempo pre-cellulari. Sarebbe possibile oggi, nell’era dei social, scrivere storie così «silenziose»?
«Non penso sia impossibile, ma inevitabilmente i testi scritti tendono comunque ad allungarsi. Forse anche nella vita reale si parla più di prima».
Un altro tema di questo libro ora tradotto è la speranza. Le speranze che Banana Yoshimoto aveva al tempo in cui lo scrisse sono state esaudite?
«Veramente, più che speranza, penso che il tema sia la libertà. Non nutrivo grandi speranze all’epoca, però continuo a pensare che il presente sia il momento che mi piace di più».
In un passaggio della prima novella lei cita il «karma»: «Mio padre, mia madre, Arashi e io eravamo tutti anime in pena, gravate dal karma». Per lei esiste il «karma»?
«Percepisco il karma proprio come quando si immerge la mano nell’acqua e si formano delle increspature. Nella realtà, ogni azione genera onde che vanno espandendosi. L’impatto si affievolisce man mano che si allontanano, ma continua a esistere».
Altra citazione: «Amare qualcuno rende infinitamente tristi». È abbastanza pessimista... Lo pensava davvero anche lei? E ora?
«Ho sempre pensato che senza il dolore derivante dalla perdita, non sia davvero possibile entrare in contatto con gli altri».
In un altro passaggio lei scriveva: «La nostra è una razza di persone egoiste e solitarie». Suona come una profezia, guardando i tempi attuali.
«Sì, penso che gli uomini siano sempre stati egoisti e solitari. Eppure, penso che l’arte esista proprio per questo motivo: per sollevare l’animo umano».
Sembra che i suoi personaggi e le sue atmosfere si siano imposti in modo così profondo che il filone fiorentissimo della «comfort-lit» giapponese – con tutti quei ristoranti, le sale da tè, le librerie, luoghi magici e consolatori, gatti saggi, eccetera – appare debitore dei suoi primi libri. È così?
«In realtà non sono d’accordo. Penso di essere stata solo precoce e aver anticipato i tempi».
A che cosa attribuisce il persistente successo dell’estetica e della produzione culturale del suo Paese in Occidente (vedi anche il successo di film occidentali ambientati in Giappone, da «Lost in Translation» dell’americana Sofia Coppola, 2003, a «Perfect Days» del tedesco Wim Wenders, 2023, giusto per fare due esempi)?
«Il Giappone resta un luogo in cui ci si prende cura delle cose con attenzione e in cui si trascorre una vita semplice e minimalista. Magari per questo è facile riprodurre un’immagine del genere».
Chi erano i suoi lettori ieri? E oggi? Sono (anche) gli stessi?
«I lettori, ieri come oggi, mi sembrano uguali. Hanno uno spirito indipendente, un cuore delicato e suscettibile, sono brave persone. Ci sono anche lettori che si sono susseguiti per tre generazioni ma, nonostante tutto, percepisco una certa somiglianza tra loro».
Come sta il suo Paese, oggi?
«Giù di corda».
Il Giappone ha per la prima volta una donna come premier, la conservatrice Sanae Takaichi, del partito liberaldemocratico. Che riflessioni le suggerisce questa circostanza?
«In realtà su di lei non ho un’opinione precisa né nel bene né nel male. Vorrei che si prendesse cura di sé stessa e continui a mettercela tutta».