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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Il Venezuela tiene i poeti sull’abisso

«Fioriamo/ in un abisso»: così si esprime Rafael Cadenas, forse il più noto in Italia tra i poeti venezuelani contemporanei, pubblicato fra l’altro da Einaudi. È questa affermazione paradossale ad aver ispirato ad Emilio Coco il titolo dell’ampia scelta Fiori nell’abisso. Antologia della poesia venezuelana, pubblicata da Di Felice Edizioni. L’ambizione è quella di fornire un’immagine rappresentativa, sia pure per scelte e campionature, della storia poetica del Paese latinoamericano, partendo da un breve excursus su alcuni autori del XIX secolo e illustrando poi il Novecento e gli inizi del nuovo millennio. Gli autori accolti sono numerosi e lasciano nel lettore l’impressione di un continente sommerso, che infine viene alla luce per lasciarsi almeno accostare, in attesa di approfondimenti e messe a fuoco. Di non molti di questi poeti sono stati infatti pubblicati libri in Italia, soprattutto da editori capaci di farli circolare. Eppure c’è tutta una tradizione, una modernità contrastata e ardua che qui si rivela ai nostri occhi e che richiede la nostra attenzione.
Si è tentati di partire da quello che da molti viene considerato l’iniziatore della moderna poesia venezuelana, vale a dire José Antonio Ramos Sucre (1890-1930), che ha scritto tutta la sua opera in una condensata prosa poetica, memore tra l’altro dei bagliori e dei lampeggiamenti della Vita nova dantesca («Lei è una bianca Beatrice e, in piedi, sulla luna crescente, visiterà il mare dei miei dolori»; e altrove: «La morte assume la sembianza di Beatrice in un sogno caotico del suo trovatore»). Con questa sua peculiare espressione, certo debitrice dei poemetti in prosa della tradizione francese, Sucre può farsi talvolta quasi auscultatore e profeta di una terra, iniziando così per noi quel viaggio nel Venezuela profondo che questa antologia per scorci propone: «Io vivevo in un paese impercorribile, desolato dalla vendetta divina. Il suolo, opera di cataclismi dimenticati, si divideva in precipizi e montagne, concatenamenti disseminati a caso. Erano morti gli antichi abitanti, nazione malvagia e cruda. (…)». Si tratta di un Paese dal quale è necessario fuggire, dice il poeta, su un vascello «orientato da una luce incolume». È certo un’immaginazione, una visione metafisica ed esemplare quella di Sucre e non un rispecchiamento storico. Eppure si collega all’idea di fondo dei fiori su un baratro, di una poesia cioè «che fiorisce nell’abisso di dittature odiose e della repressione più feroce», come dice il curatore dell’antologia Coco: fino all’ultima, quella di Nicolás Maduro, a cui da poco ha posto fine, ma con ambiguità e strascichi difficili da gestire, il blitz americano del 3 gennaio.
Il Venezuela è stato in effetti la prima nazione latinoamericana a liberarsi dal giogo coloniale spagnolo, ma ha poi subito per lunghi tratti della sua storia dittature conclamate o travestite, da Juan Vicente Gómez fino appunto a Maduro. Il suo popolo è fortemente multietnico, derivante anche da folte immigrazioni dai Paesi europei e tra questi l’Italia. Di tale epopea fa memoria Vicente Gerbasi (1913-1992), figlio appunto di emigrati italiani. Il suo libro del 1945, Mio padre, l’immigrante (tradotto in volume in Italia anche come Mio padre l’emigrante), di cui ci viene offerto un assaggio nell’antologia, è un’opera in trenta canti: essa, poggiando sul refrain «Veniamo dalla notte e verso la notte andiamo», sbozza la figura maestosa e mitica di una paternità che si estende su tutta la vita del figlio, fino alla dichiarazione «padre mio, padre della mia pena./ E della mia poesia». Altri autori, come Juan Liscano (1915-2001), si immergono nel desiderio e nella passione per la donna amata, estraendone una sorta di cantico da nuova aurora del mondo: «inizia di nuovo la Creazione/ sulle acque tenebrose vaga Dio»; e in un altro testo: «Sono tornati i tempi del Diluvio./ Nella pianura inondata guardo le isole di solitudine/ terre appena emerse dalle acque/ sulle quali non si è ancora posata la colomba di Noè». Il tema può giungere fino a José Barroeta (1942-2006), al quale i seni dell’amata fanno pensare alla scoperta del Continente: «I tuoi seni folli/ come la scoperta dell’America» (il Venezuela fu toccato dal terzo viaggio di Colombo nel 1498).
L’autore forse più intrigante dell’intera scelta è però, nella sua raffinata elaborazione intellettuale e nella sua calibrata espressione, Eugenio Montejo (1938-2008), che immagina tra l’altro un Addio al XX secolo, dedicandolo al grande poeta e scrittore colombiano Álvaro Mutis. Montejo ci avvia alla nascita di un nuovo millennio, a una strada che continua dopo il secolo delle guerre mondiali e degli orrori su vasta scala. Proprio a cavallo tra Novecento e anni Duemila si collocano gli ultimi autori rappresentati, tra i quali diverse voci femminili. Come dice Edda Armas, nata nel 1955, l’imperativo sembra diventato quello di «occupare lo spazio/ delle domande». A farle eco, nella sua stessa generazione, è la voce di Laura Cracco (nata nel 1959), rappresentante di un nutrito gruppo di poeti espatriati o propriamente esiliati (sul tema dell’esilio nella poesia latinoamericana del XX secolo verteva un’antologia di Marina Gasparini Lagrange pubblicata proprio in Venezuela nel 2012). Residente in Spagna, Cracco non solo proclama che «la dittatura è ubiqua come Dio, irredimibile come la colpa», ma si carica del peso stesso della condizione di straniera, delle contraddizioni che quella sorte comporta, del senso di colpa per un’eredità da cui pare impossibile liberarsi: «il sottile equivoco se sono io così diversa da lui/ che tortura,/ imbavaglia,/ uccide?// (…)». In un testo lungo e potente come Straniera, l’esilio diviene infine per la poetessa una condizione universale di straniamento: «“Straniero sarai sino alla fine dei tuoi giorni/ e anche dopo di essi./ Straniero sarai perché sei nato./ Questa è la tua condizione./ Mai nessuna patria sarà la tua/ né troverai posto per te sotto questi cieli./ Vattene e non smettere di cercare/ ciò che mai troverai”».
Se c’è anche una poesia di aperta denuncia politica, come può essere quella di Adalber Salas Hernández (1987, il più giovane autore dell’antologia), è chiaro che molti di questi poeti, al di là del Paese che li «assedia» (come si esprime Eleonora Requena, nata nel 1968), mirano con la propria parola poetica a uno sconfinamento: «(…) la sua meta è l’immensità» dice per l’appunto Juan Calzadilla (1931-2025) del suo Il poeta cucciolo.