La Lettura, 25 gennaio 2026
Jo Nesbø: "L’America è troppo avida"
Jo Nesbø, capofila del thriller nordico, torna in libreria dal 3 febbraio con L’impronta del lupo (traduzione di Eva Kampmann, Einaudi Stile libero). Dalla consueta Oslo in cui si muove il suo celebre detective Harry Hole, l’azione si sposta negli Stati Uniti, per la precisione a Minneapolis, città non nuova all’autore (qualcuno ricorderà che uno dei personaggi della Famiglia, uscito l’anno scorso, aveva studiato qui) e che incidentalmente è oggi al centro delle cronache, con un nuovo protagonista e un caso assai sanguinoso che attraversa il mondo delle gang e quello dei mercanti di armi e delle loro lobby. Abbiamo intervistato l’autore in occasione dell’uscita.
Nesbø, il titolo originale del romanzo è «Minnesota», ed è ambientato a Minneapolis, prima città dello Stato, oggi al centro delle cronache per l’uccisione della poetessa Renée Nicole Macklin Good da parte di Jonathan Ross, un agente dell’Ice, l’agenzia anti-immigrazione potenziata da Trump. La stessa Minneapolis che in questo momento è infiammata dalle proteste – martedì 20 l’Ice ha fermato un bambino di cinque anni, usato come esca per arrestare il padre (entrambi sono stati trasferiti in Texas sotto la custodia della Homeland Security) – fu sotto i riflettori nel 2020, quando il poliziotto bianco Derek Chauvin soffocò l’afroamericano George Floyd...
«Detto oggi può far sorridere, ma la verità è che avevo scelto Minneapolis come ambientazione di questo romanzo perché, dati alla mano, risulta... meno violenta della maggior parte delle altre città americane. In effetti quelli che lei cita non sono due omicidi ordinari – se mai possiamo considerare “ordinario” un omicidio – visto che Renée Good e George Floyd sono stati uccisi rispettivamente da un agente delle dogane e da un agente di polizia, e non da criminali comuni. Quindi per certi versi – e nonostante l’enorme gravità di questi due omicidi – il mio ragionamento vale ancora, sebbene al momento Minneapolis non evochi esattamente un senso di tranquillità... C’è anche un altro motivo per cui l’avevo scelta, ed è il fatto che si tratta di una tra le città americane con la maggiore percentuale di abitanti di origine scandinava, in particolare norvegese. Credevo che questo fatto mi avrebbe reso più semplice trovare una connessione con la sua cultura, anche se poi ho scoperto che molti abitanti di origine scandinava oggi sono diventati cristiani ultrareazionari, appassionati di armi ed elettori di Trump... In ogni caso, quando mi sono messo a scrivere non prevedevo che al momento dell’uscita del romanzo Minneapolis sarebbe stata una città al centro di grandi tensioni sociali, esattamente come non immaginavo di ritrovarmi a fare il profeta quando scrivevo la serie tv Occupied...».
Quella volta (la serie è uscita nel 2015 ed è stata scritta negli anni precedenti) aveva immaginato una Norvegia sotto attacco da parte della Russia.
«Sì, e non si creda che prima della guerra in Ucraina ci fosse chissà che percezione della Russia come una minaccia da parte di noi norvegesi. Diverso è il caso della Finlandia, che è già stata attaccata dalla Russia in passato, ma dai norvegesi del nord, che conservano memoria di quando l’Armata Rossa arrivò a cacciare i nazisti, la Russia era sempre stata vista con una certa simpatia. Va da sé che ora le cose sono diverse: c’è grande preoccupazione per la tenuta della Nato e in generale per l’incredibile aggressività che Trump sta mostrando verso i Paesi scandinavi – penso ovviamente a questa sua nuova idea di rubare un pezzo di Danimarca come se niente fosse».
Lei ha sempre avuto un legame speciale con gli Stati Uniti anche per via di suo padre, cresciuto a Brooklyn... Come sta vivendo questo riassetto politico e geopolitico?
«Devo dire la verità? Sto perdendo sensibilità. All’inizio mi preoccupavo, mi angosciavo, mi infuriavo, ma adesso arrivano così tante notizie orrende una dietro l’altra che mi sento anzitutto stordito. Vivo in Norvegia ma per via di mio padre appartengo anche alla cultura americana, amo gli Stati Uniti, ci vado ancora spesso e so quanto può essere straordinaria la gente di là, ad esempio proprio a Minneapolis ho incontrato persone meravigliose, pronte a farsi in quattro per te senza chiedere nulla... Ma anche se io perdo sensibilità, non significa che la situazione non sia preoccupante. Gli Stati Uniti restano il Paese più potente al mondo e quello che “setta il tono generale”: quindi il problema va ben oltre le minacce dirette di Trump o le violenze della Ice: se il clima negli Stati Uniti peggiora di colpo, ecco che peggiora di colpo quello di tutto il mondo, o almeno di quello occidentale».
Quali sono a suo avviso le ragioni di questa situazione?
«Penso che una buona risposta, ancorché brutale nei toni, l’abbia data Thomas Piketty: “La classe media è finita giù per lo scarico del cesso”. Quando si parla di disuguaglianze, in genere si pensa ai poverissimi, al sottoproletariato e ai senzatetto, ma il nodo non è lì, anche perché in America c’è sempre stata una differenza enorme tra i più ricchi e i più poveri. Il nodo, secondo Piketty – e anche secondo me che sono un suo lettore —, sta nella distruzione della classe media: oggi una famiglia americana i cui genitori sono, poniamo, due insegnanti, fa fatica ad arrivare a fine mese; una volta, un solo stipendio da insegnante – o altro mestiere ottenibile con la laurea – bastava a mantenere una famiglia... Il costo della vita e degli immobili è aumentato a dismisura, quello dell’istruzione è letteralmente impazzito, la classe media si è impoverita in massa e questo impoverimento ha causato molta amarezza, anche perché i ricchissimi hanno continuato invece ad arricchirsi. La mobilità sociale è finita, esplosa, saltata in aria – pensi al fatto che oggi gli Stati Uniti d’America, il luogo che aveva costruito tutta la sua mitologia sul “farsi da sé”, hanno un tasso di mobilità sociale pari a quello della Lituania, poco sopra a quello dell’Ungheria – e con la mobilità sociale è morto anche il sogno americano».
La violenza ha contribuito a ucciderlo?
«Direi proprio di no. Anche se i miei romanzi raccontano storie di violenza – e quest’ultimo, ambientato a Minneapolis, non fa eccezione – credo che la violenza non c’entri nulla. Certo, ogni volta che negli Stati Uniti c’è qualche strage, oppure omicidi come quelli di cui abbiamo parlato, noi europei siamo molto colpiti e se ne parla a lungo, ma gli Stati Uniti sono sempre stati un Paese violento, anzi potremmo quasi dire un Paese costruito sulla violenza. Basta attraversare la frontiera tra il Canada e gli Stati Uniti e si ha l’impressione di avere attraversato un oceano. No, oggi come oggi il problema è economico e sociale, e ha a che fare con l’avidità di pochi e la mancanza di controllo politico su quest’avidità. Qualcuno dice che non c’è più speranza, c’è chi parla di fine impero; io credo che se ci sarà una reazione forte, che porti a un netto cambio di direzione politica e conseguenti riforme, le cose potranno tornare a posto in poco tempo, magari anche solo una quindicina di anni... Vogliamo dire una trentina? Diciamo una trentina, tanto sembrerò comunque un ingenuo ad affermarlo. Ma io sono ingenuo!». (ride)
A proposito di violenza, non trova curioso che molta crime fiction di successo arrivi dai Paesi scandinavi, che sono così poco violenti?
«Direi di no, in fondo non c’è connessione tra l’incidenza del crimine in un luogo e la sua capacità di produrre buone storie di crimine... Anzi, se ci pensiamo bene, il rapporto potrebbe essere persino opposto: un Paese ha un tasso di criminalità basso se investe molto nell’istruzione e nel welfare, e in genere se investe molto nell’istruzione e nel welfare, avrà anche più scrittori, e di conseguenza più buoni romanzi... Suonerà poco romantico, ma se ci pensiamo con obiettività è così. Aggiungerei anche il fatto che l’idea stessa di “thriller scandinavo” o “giallo scandinavo” fa un po’ sorridere, perché i Paesi scandinavi in realtà sono diversissimi tra loro... Molto tempo fa, un antropologo sociale arrivò a dire che la Danimarca era un po’ l’Olanda della Scandinavia, la Svezia la sua Germania e la Norvegia la sua Italia, e ho detto tutto. Per quanto riguarda in particolare la Norvegia e il suo rapporto con gialli e thriller, potrebbe entrarci anche il fatto che negli anni Settanta alcuni autori ebbero l’idea di usare il thriller come strumento di analisi della società: questo approccio, che ebbe anche buoni riscontri critici, oltre che di pubblico, in qualche modo nobilitò il genere e con esso il mestiere di “giallista”. Questo, nei decenni successivi, ha portato diversi giovani di talento a scegliere di scrivere romanzi di genere senza timore di essere considerati scrittori di serie B come avveniva prima».
Perdoni la boutade, ma se parla di serie B viene inevitabile chiederle di quando era un calciatore nella serie A norvegese. Da calciatore professionista a scrittore professionista: un percorso oltremodo inusuale...
«Sono stato fortunato: mi ruppi i legamenti di entrambe le ginocchia quando avevo 19 anni e avevo da poco debuttato in serie A, così ero ancora abbastanza giovane per imparare un altro mestiere. Mi chiesi allora quale potesse essere il miglior mestiere dopo il calciatore, e mi risposi: il musicista! Purtroppo in quel campo non ebbi fortuna, così provai con la scelta successiva, che era lo scrittore, e lì le cose andarono decisamente meglio. Un altro lato positivo di tutta la faccenda è che al mio Paese mi ricordano ancora come un giocatore promettentissimo, un potenziale campione... Chissà se la mia carriera sarebbe durata a lungo, in realtà».
Sicuramente dura quella di scrittore, visto che dal suo primo romanzo «Il pipistrello» è continuata con successo per ventinove anni. Ed eccoci quindi all’«Impronta del lupo». Cosa devono aspettarsi i lettori da questo nuovo libro?
«Vediamo... Omicidi, battute di bassa lega, imbalsamazione e uomini soli. È abbastanza promettente? Ah, giusto, anche un nuovo detective».
Bob Oz. È molto diverso dal buon vecchio Harry Hole?
«Qualcosa in comune ce l’hanno: entrambi bevono troppo e non sopportano i loro capi. Per il resto, però, sono molto differenti. Per cominciare, Bob non è sveglio come Harry, anzi forse è proprio un po’ tonto... Inoltre è privo di fascino, anzi a pensarci bene è piuttosto brutto, e pure basso... Aggiungiamoci pure che Harry risulta affascinante perché taciturno, mentre Bob parla sempre troppo, e il quadro è completo. Sa come si dice in America, quando si parla dell’introduzione di un protagonista di romanzi, film o serie tv? “Make him save the cat”, fagli salvare il gatto, vale a dire presentalo subito sotto una buona luce, così che stia simpatico ai lettori o agli spettatori. Ecco, con Bob Oz ho voluto ucciderlo, il gatto... Lo presento subito male, anche se poi i lettori che vorranno dargli fiducia scopriranno che nel profondo è una brava persona. O almeno una persona decente, ecco».
E si troverà in mezzo a una bella scia di sangue...
«Quasi una strage, o forse l’opera di un serial killer... Il romanzo si svolge nel 2016, a un momento di svolta nella storia americana recente, quelle elezioni presidenziali che vedevano contrapposti Donald Trump e Hillary Clinton: l’esito pareva scontato, e invece è stato l’inizio di quella serie di rivolgimenti che ci ha portato alla situazione attuale. Siamo a un convegno della Nra, la potente lobby delle armi, e un mercante di armi viene ucciso... Il resto lo si scoprirà leggendo. Visto il contesto, il periodo e la città, e vista la situazione negli Stati Uniti, è possibile che venga preso come un romanzo molto politico, ma io credo che la scrittura sia sempre in qualche modo politica, anche quando, come nel mio caso, mira anzitutto all’intrattenimento. Se uno scrittore guarda al mondo – anche solo con l’obiettivo di scrivere la storia che possa piacere di più ai lettori – compie sempre delle scelte di sguardo, e decidere dove porre l’attenzione è già di per sé un gesto politico. Dall’altro lato, non credo che uno scrittore di fiction debba tentare di dare risposte: la postura didascalica è sempre pericolosa per i romanzi. Quello che deve fare uno scrittore è piuttosto fare domande, porre l’attenzione sulle cose; certo, se si parla della Nra, del commercio di armi, della libera circolazione di quelle automatiche, ho le mie idee e una posizione, ma piuttosto che enunciarla penso che sia efficace mostrare gli effetti di certe politiche e lasciare che il lettore tragga le proprie conclusioni secondo la propria sensibilità».