Avvenire, 25 gennaio 2026
Haiti precipita nel caos a due settimane dalla «transizione»
L’escalation dell’escalation è iniziata a dicembre. Settimana dopo settimana, la violenza – già feroce, al ritmo di 25 vittime al giorno secondo le ultime stime, al ribasso, dell’Ufficio Onu – di Port-au-Prince è cresciuta a ritmo sostenuto. E, con l’avvicinarsi del 7 febbraio, è improbabile un’inversione di tendenza. Quel giorno, il Consiglio incaricato di gestire la transizione in attesa delle elezioni dovrebbe scadere. Il condizionale è d’obbligo perché, a due settimane dal termine, non si sa chi e come gli subentrerà. Gli Stati Uniti premono perché lo scioglimento avvenga nei tempi stabiliti. Lo ha ribadito il segretario di Stato, Marco Rubio, in una telefonata con il premier Alex Didier Fils-Aimé di cui cinque esponenti dell’organismo – sul totale di sette – hanno chiesto la rimozione, accusandolo di con collaborare alla transizione. L’ipotesi ha mandato su tutte le furie Washington che sostiene Fils-Aimé tanto da minacciare «gravi conseguenze se la mozione non sarà ritirata». Almeno due esponenti del Consiglio – Leslie Voltaire e Edgard Leblanc –, però, hanno detto che intendono andare avanti.
La tensione politica si riflette nell’acuirsi degli scontri nelle strade, segno che le due dimensioni sono intimamente intrecciate. Non solo perché le gang, protagoniste delle violenze, erano, all’origine, il braccio armato delle élite dei partiti che le impiegavano come mezzo di competizione cruenta. Anche ora che hanno risorse sufficienti per essere indipendenti, i legami con i referenti di “palazzo” non sono stati del tutto recisi. Le bande, inoltre, approfittano dei momenti di vuoto istituzionale per intensificare gli attacchi. E ribadire il proprio potere in modo che qualunque delle fazioni abbia la meglio. La polizia locale – debole –, supportata dai contractor di Erik Prince, al contempo, hanno lanciato una nuova offensiva, arrivando a colpire direttamente il quartier generale del super boss Jimmy Chérizier alias Barbecue. La palazzina del capo della coalizione di formazioni armate Viv Ansam è stata distrutta la settimana scorsa anche se Barbecue si è salvato. Questo ha innescato un’ulteriore reazione delle bande. L’Ong Medici senza Frontiere (Msf) ha dovuto curare nella clinica di Drouillard della capitale, una delle poche rimaste aperte, 101 persone in due settimane. Il doppio della media mensile. In media sette al giorno: un terzo donne, il 9 per cento minori sotto i 15 anni. Un numero ancor più elevato se si considera la difficoltà degli abitanti di spostarsi all’interno di Port-au-Prince per le barriere visibili e invisibili erette dalle gang e dai paramilitari che le combattono. «Chi viene dalla mia zona è sempre visto come un criminale, soprattutto se sono feriti, anche se non hanno fatto nulla di male. Le ambulanze non arrivano qui e i mototaxi spesso si rifiutano di trasportare i feriti per paura di essere presi di mira», spiega Anderson, 35 anni, uno dei feriti. «Molti pazienti arrivano con ferite che si sono aggravate perché non sono stati in grado di accedere alle cure tempestivamente» spiega Dembélé Dionkounda di Msf.