Il Messaggero, 25 gennaio 2026
Giovanni Franzosi: "La vittoria più bella. Franzoso era con me"
Il ragazzo con il cerotto sul naso l’ha combinata grossa. Giovanni Franzoni è il quarto italiano a vincere la discesa sulla Streif. Stenta a crederci, pensa a chi non c’è più e chiede una cosa sola: «Per favore, non svegliatemi».
Franzoni, partiamo da lì. Questa vittoria ha un nome e un cognome: Matteo Franzoso.
«Sì. In partenza pensavo a lui. L’anno scorso condividevamo la stanza, era impossibile non averlo in testa. Ho sentito che era il momento giusto per dedicargli la gara che tutti vogliono vincere. Non so nemmeno io come ci sia riuscito, ma è stata la dedica più bella che potessi fargli».
Kitzbühel non era nei suoi piani. O almeno non così.
«Vincere qui in discesa non era un obiettivo dichiarato. Pensavo di poter fare bene, quello sì. Diciamo che ora le gare importanti sono dalla mia parte e anche la testa è più serena».
Dopo Wengen è arrivata l’attenzione, poi il SuperG opaco chiuso in 12esima piazza. Un passaggio necessario?
«Paradossalmente sì. Una gara mediocre mi ha permesso di riposare, di non avere troppi impegni. Prima di partire ho ascoltato Hometown Glory di Adele, poi ho switchato un po’ più sul rock. Mi sono caricato così».
Ha battuto Marco Odermatt e lo ha visto piangere. Che effetto fa?
«Quasi dispiace. So quanto ci teneva a questa gara. Ma non è una tragedia per lui, con tutto quello che ha vinto. Ogni gara riparte da zero, non significa che io arrivi all’Olimpiade super gasato o lui battuto. Oggi festeggio, domani si torna con i piedi per terra. Come ho sempre fatto».
Tra mille anni, cosa racconterà: la prima Streif o aver battuto Odermatt?
«Racconterò di aver vinto Kitzbühel. Odermatt è una leggenda, per me è un onore gareggiare con lui. Un giorno vince uno, un giorno l’altro. Lui molto più spesso di me».
Sua madre Irene al parterre. Poche parole, molte emozioni.
«Ci siamo capiti con un abbraccio. I miei genitori non vengono spesso a vedermi, per questo vincere la gara con la G maiuscola e averli lì è qualcosa di meraviglioso».
In due settimane è cambiato tutto. È scattato qualcosa nella testa?
«È un insieme di cose. Non vinci Kitz solo sbloccandoti mentalmente. È il risultato di anni di lavoro. Però la testa conta tantissimo. Io ho problemi di autostima, quando però ingranano gara e fiducia riesco a essere super concentrato».
Empatia e sensibilità: sono queste le sue qualità umane migliori?
«Penso di sì. Non tutti i vincenti devono essere freddi o arroganti. Mi piace mostrare quello che sono davvero. Anche per ispirare le persone. Il fatto di poter trasmettere questa mia debolezza, se vogliamo chiamarla così, per me conta tanto. Essere sensibili è tosto, ma nei momenti felici la gioia è amplificata».
Due anni fa parlava di quanto fosse duro emergere in Italia. Oggi è in cima.
«Dopo l’infortunio di Wengen nel 2023 è stata durissima, ma mi è servito. Ho imparato a gestire anche i momenti brutti. Mi sento ancora un ragazzino visto che in squadra ci sono diversi veterani. Non mi fanno ancora il caffè, ma qualche presa in giro sì (sorride, ndc)».
Le ha scritto qualche fuoriclasse?
«Sinner sì. Qualche giorno fa è uscito un articolo su una gara del 2009 a San Sicario che lui vinse e in cui mi diede 4 secondi. Ho iniziato a seguirlo su Instagram, lui ha ricambiato e così gli ho scritto. Ci siamo sentiti dopo le prove. Mi ha fatto i complimenti, è una persona spontanea. Ricevere un messaggio da lui dà una grande carica».
Brignone, la settimana magica dello sci italiano e la cena di gala. Come l’ha vissuta?
«Federica è stata fenomenale, tornare così dopo un infortunio è incredibile. A Kitz c’è il protocollo: ti vestono, c’è la cena. Con i soldi del premio compro lo smoking ai miei amici. Io però festeggio senza esagerare: quando mi hanno offerto un goccio di grappa, l’ho rifiutato perché sennò mi addormento. Non sono quel tipo di ragazzo».
Verso l’Olimpiade, con che spirito?
«Tranquillo. Gestione del fisico, del riposo, zero aspettative e tanta voglia di godermela. Ma prima dei Giochi c’è ancora una discesa a Crans Montana il 1° febbraio».
Ultima: il cerotto sul naso è diventato un simbolo.
«Lo uso per respirare meglio, perché ho il setto nasale deviato e quindi respiro male; ma se porta fortuna continuerò a metterlo. Qui mi chiamano il “ragazzo col cerotto”. Mi piace».