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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Enrico Bertolino: "Sono come Gambardella, non ho tempo da perdere"

Festeggia in questi giorni su Canale 5 fino al 2 marzo i trent’anni dello storico e popolarissimo programma comico Zelig e, dopo anni di gavetta nei cabaret, i trent’anni dal suo debutto in tv con Seven Show, su Italia 7. Lui, Enrico Bertolino da Milano, 65 anni e una figlia di 16, di pensione non vuole neanche sentir parlare. Lo spirito è quello di sempre e finché dura, va bene così.
Come se la passa la comicità ultimamente?
«Quella impegnata, cioè la satira, se la passa male perché ormai è superata dalla realtà e dal tasso altissimo di ridicolo di alcuni personaggi politici, italiani e no. Da prendere in giro prima, al di là del colore, c’erano titani come Andreotti, Fanfani o Almirante. Oggi, per non parlare dei nostri – alcuni dei quali a destra come a sinistra sono così folcloristici che solo come pupazzi potrebbero essere rappresentati – che vuoi fare con un presidente come Trump ? E poi ci sono le follie social».
Che spaventano anche lei, giusto?
«Quando arrivano le tempeste di merda, le shit storm, sì. Basta una parola non gradita o equivocata e succede di tutto: insulti, minacce, boicottaggi. Prima arrivava la querela o, al massimo, Silvio Berlusconi ti metteva nella lista dei cattivi».
Parla per esperienza personale?
«Diciamo che spesso alcuni politici mi hanno invitato a cambiare lavoro (ride, ndr). Qualcuno aggiungendo: “Perché non si occupa solo di comicità?"».
La sua risposta?
«"Purché sia reciproco, lo faccio volentieri"».
Di chi parliamo?
«Non faccio nomi solo perché non ci sono più, non per altro».
Contro di lei si è mai scatenata una tempesta?
«Sì, ogni tanto qualcosa è arrivato».
Se ne frega o no?
«Ne tengo conto quando mi minacciano in malo modo. Io, anche se mi occupo di comunicazione come formatore e so bene che la prima regola è non replicare, a volte non resisto: “Amico, sono favorevole al dissenso, ma se mi dici che sono un coglione, un vecchio da pensionare e mi auguri di morire con tutti gli amici e i parenti, non ci sto”. Ovviamente i leoni da tastiera si sgretolano subito: “Non volevo offendere, ma solo dire...”. Il problema, però, sono i cosiddetti social media manager che suggeriscono di non toccare certi argomenti e qualcuno fra i miei colleghi gli dà anche retta"».
Le è passata la voglia, o no?
«A me, no. Infatti a Zelig la settimana scorsa ho fatto un intervento sull’inclusione e sono stato sommerso di commenti e insulti che mi invitavano a tenere tutti gli stranieri a casa mia etc».
Lei da anni tiene corsi di comunicazione per le aziende. Sul suo sito ho letto le tre regole per parlare in pubblico: catturare l’attenzione, mantenere vivo l’interesse della platea, spettacolarizzare l’evento. Con tutti i cambiamenti degli ultimi anni per un comico è diventato più difficile?
«Sì. Bisogna essere velocissimi e tenere un ritmo sostenuto. Il pericolo è la faccia illuminata».
Che vuol dire?
«Se in platea ne vedi una vuol dire che il tipo ha acceso il telefonino. Non ti sta ascoltando più».
È successo?
«Lo dico, anche se molti miei colleghi non lo farebbero mai: certo. Fiorello tempo fa fece una genialata, una specie di esorcismo. In teatro all’inizio dello show chiese al pubblico di accendere tutti i telefonini in sala: “Guardate che poi vi vedo...”. Insomma, li ha avvisati così ci avrebbero pensato bene prima di rifarlo. Io provo a “catturare” il pubblico concentrandomi tanto».
Su cosa: nuovi mostri, media, social o altro?
«Le intolleranze elementari. A 65 anni mi sento come Jep Gambardella della Grande bellezza di Paolo Sorrentino: non posso e non voglio più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare».
Faccia un esempio.
«Sto scrivendo un monologo sui viaggi in treno, che non reggo più. L’altro giorno uno parlava senza sosta nel vagone del silenzio, gli ho fatto notare che non poteva e quello mi ha risposto che c’era venuto apposta perché così poteva chiacchierare tranquillamente visto che lì non c’è casino. Poi ci sono gli agenti immobiliari che citofonano a tutte le ore per venderti casa anche se tu non hai mai pensato di farlo. Roba così».
Sua figlia, che ha quasi 17 anni, che ne pensa del lavoro di suo padre?
«Le farò compassione... (ride, ndr) Non me lo dice perché sa che è proprio grazie a quello che suo padre la manda a scuola, le compra il telefonino e via dicendo. Sui social non credo guardi le mie cose, anche se di sicuro le piacciono i meme di Aldo, Giovanni e Giacomo».
E se un giorno dovesse manifestare qualche interesse proprio per la comicità?
«Per carità, non condividerei, ma di sicuro lascerei scegliere a lei, come fecero i miei genitori con me. Alla fine se fai un mestiere che non ti piace, la paghi».
Ha provato a scrivere una battuta con l’Intelligenza Artificiale?
«Sì. Sul tema per la Rcs Mondadori sto scrivendo un libro con un mio autore e quando abbiamo provato a chiedere a Chat Gpt una barzelletta è venuta una schifezza. Gli abbiamo detto: “C’è un tedesco, un francese, un americano... Ha tirato fuori delle cose vergognose (ride, ndr)».
Da formatore quanti eventi fa in un anno?
«Da tanto tempo, ormai, ho alcuni clienti affezionati che mi chiedono sempre cose nuove. Ne faccio abbastanza per evitare l’umiliazione di dover accettare per forza alcuni programmi televisivi. Ai miei amici ho detto che se mi vedono da quelle parti o sono a fine carriera o mi hanno dato una vagonata di soldi, cosa che non succede più perché il mondo social ha spinto tutti a farsi vedere sempre e quindi a sputtanarsi».
Di quali programmi parla?
«Grande Fratello Vip, Pechino Express, certi format giapponesi, coreani etc, che sono anche fatti bene ma servono solo a far vedere che sei ancora vivo. Meglio invecchiare con dignità».
Questo doppio binario ha innescato equivoci che le hanno un po’ complicato la vita?
«Certamente. La mia agenzia spesso mi ha detto di lasciar perdere la formazione, ma io sapendo di non avere il talento di alcuni grandi miei colleghi, non l’ho mai fatto. Non sono uno da Sanremo, per esempio».
A proposito, secondo lei perché la figura del comico che all’Ariston tanto andava fino a qualche anno fa, ormai è completamente sparita?
«Il pubblico ora è meno reattivo alla comicità. Vuole altro».
Lei ha lavorato undici anni in banca e sa fare i conti: come le è andata finora?
«Benissimo. Quanta gente fa un lavoro che gli piace?».
Lasciare il posto fisso fu difficile?
«No, ma all’epoca a mia madre chiesi di reggermi il gioco e non dire mai a mio padre che lasciavo la banca per sempre. Lui è morto pensando che fossi in aspettativa. Quando mi fecero il provino nel locale di Zelig, vedendomi con la giacca e la cravatta, mi dissero che ero bravo, ma di tenermi il posto di lavoro. Fecero anche fatica a darmi i dieci minuti in tv e la mia salvezza fu Enzino Iacchetti che quella sera era in platea. Uscendo disse: “Ragazzi, guardate che questo fa ridere. Non fate cazzate”.
Deve dimostrare qualcosa a qualcuno o a se stesso?
«Sì. Capire quando è il momento di smettere. Sicuramente non sono uno di quelli che starà a casa con il plaid sulle ginocchia a vivere di ricordi. Penso che farò una fine tipo quella di Ornella Vanoni».
La sua compagna e madre di sua figlia è brasiliana e in quel paese da trent’anni ha una casa e una onlus con la quale, a Pititinga, ha aiutato tanta gente: la lezione più importante di questa esperienza qual è?
«Che dare agli altri fa bene anche a chi dà e non bisogna mai aspettarsi la riconoscenza di nessuno. Io lo chiamo egoismo solidale».
Lei ha saputo ringraziare tutti quelli che lo meritavano?
«Forse no. Senza cadere nel patetico, penso a chi non c’è più come i miei genitori – che lo meritavano senz’altro – e chi non ho ringraziato perché ero pieno di me».
Ultima domanda: come si presenta oggi, a 65 anni?
«Enrico Bertolino, aspirante pensionato attivo. Uno di quelli che vuole fare ancora tante cose e soprattutto divertirsi divertendo e divertire divertendosi».