Il Messaggero, 25 gennaio 2026
Automobili, pannelli e data center l’industria fa i conti con l’argento
Ogni cella di un pannello solare contiene tra 15 e 20 milligrammi di argento. Se non è un allarme rosso, l’esplosione dei prezzi del metallo bianco è senz’altro qualcosa di molto vicino di cui la macchina mondiale della transizione green e tech deve tenere conto a dovere. E questo perché il costo dell’argento utilizzato nelle celle solari rappresenta ormai oltre il 29% del costo totale di un pannello, dicono le stime più recenti fatte solo a metà mese, un aumento vertiginoso rispetto al 3,4% del 2023 e al 14% circa del 2025. Senza contare che certi numeri si sono ulteriormente allargati con l’impennata delle ultimi giorni (+44% il rialzo dell’argento nell’ultimo mese). Qualcosa di simile dobbiamo immaginare per quanto riguarda l’utilizzo del metallo bianco per le batterie, per i semiconduttori, per i componenti dei veicoli elettrici, ma anche per le infrastrutture del 5G, per i data center (l’argento è utilizzato in molti componenti elettrici per la sua capacità di conduzione) e per la robotica. Un potenziale tsunami per i margini dell’industria che oltretutto conosce bene gli scenari disegnati dagli analisti. Le preoccupazioni di Elon Musk per la sua Tesla ne sono solo la conferma. A fronte di un incremento della domanda (che viene per il 58% dall’industria) si sta solo allargando il deficit rispetto all’offerta. È l’effetto del nuovo ruolo geopolitico di certe materie prime critiche, che vede in prima linea, neanche a dirlo, Cina e Usa. Gli Stati Uniti hanno inserito appema a novembre l’argento tra i minerali critici per la sicurezza nazionale. Mentre dal primo gennaio sono scattate le limitazioni all’export della Cina, che controlla la capacità di raffinazione globale (il 60-70%).
Così la caccia alle scorte di un metallo così cruciale è in pieno svolgimento. I segnali di stress arrivano anche da un mercato entrato in “backwardation": i prezzi spot (del metallo a pronti) sono più alti di quelli dei future, un evento raro per un metallo con alti costi di stoccaggio, segno che gli operatori preferiscono avere l’argento subito piuttosto che rischiare carenze future.
Dunque per ora le quotazioni continuano a gonfiarsi lasciando spazio anche alla speculazione. Un film già visto solo nel 1980 (il picco del 1980 corrisponderebbe, secondo gli analisti, a 153 dollari attuali) e mentre si cercano metalli alternativi (a partire dal rame, meno efficiente ma meno caro nonostante i rialzi arrivati al 38% in un anno) si avvicina anche lo spettro del calo della domanda, a partire dai pannelli solari. Shanghai Metals Market, tra le le analisi più aggressive, prevede una riduzione del 17% nel settore fotovoltaico dovuta alla frenata della produzione di pannelli. Anche perché un sondaggio fresco di uscita dell’autorevole LBMA inglese sui metalli preziosi presso oltre 30 analisti vede arrivare le quotazioni dell’argento a superare i 150 dollari l’oncia nel 2026 (secondo ICBC Standard Bank che vede l’oro anche oltre 7.000 dollari l’oncia).
Una rivoluzione che però va letta nel contesto di un generale riassetto dei prezzi tra i metalli preziosi. Se l’oro ha guadagnato oltre l’80% nell’ultimo anno per motivi geopolitici e finanziari, il platino e il palladio, più utili per l’industria hanno guadagnato rispettivamente il 192% e il 104% in un anno. Il palladio, così indispensabile nei catalizzatori per veicoli termici e ibridi (l’80% della domanda) ma largamente utilizzato anche nell’elettronica e nella raffinazione del petrolio, ha raggiunto il massimo storico il 7 marzo 2022 subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina (3.440 dollari) prima della marcia indietro. Anche il platino, meglio conosciuto come “l’argentaccio”, largamente utilizzato nei catalizzatori delle auto sconta un deficit strutturale tra domanda e offerta. Il 2025 ha sofferto le piogge in Sudafrica (che vanta il 71% della produzione mondiale). Circostanza di cui si è avvantaggiata la Russia (secondo produttore con il 12%) senza riuscire a colmare la crescente domanda da Cina e Usa. Gli analisti più ottimisti, in questo caso, vedono la soglia dei 3.600 dollari, nelle stime di JBMA, contro i 2.777 dollari attuali), un traguardo alla portata anche del palladio (ora a 2.014) per Sumitomo Corporation. Ecco perché l’industria si è già attrezzata. La LONGI Green Energy Technology cinese sta già usando metalli comuni invece dell’argento nelle sue celle solari. Una strada già presa da altri due player del Dragone, Jinko Solar e Aiko Solar Energy. Non senza mettere in conto problemi tecnici e finanziari dall’effetto sostituzione.Il punto è che ragioni industriali sono così ormai legate a quelle geopolitiche che sull’effetto scarsità gioca anche un altro fattore. Se l’oro è l’asset numero uno per gli acquisti delle banche centrali (Cina, Russia, Arabia Saudita in testa) che vogliono alleggerire il peso del dollaro nelle riserve per limitare l’esposizione America nella nuova era del Trump trade, del cosiddetto “debasement” (svalutazione, ndr) del dollaro e di un’instabilità istituzionale che guarda a nuovi tagli dei tassi della Fed, l’argento è subito in seconda posizione negli acquisti delle banche centrali. Tanto per spiegare come certi metalli sono oggi ormai più “beni fiducia” che “beni rifugio”.