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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Intervista a Renato De Maria

Renato De Maria sta vivendo strani giorni, tra un cinghiale bianco e quella stranizza d’amuri di chi incontra per strada un essere speciale; tra le lezioni di Gurdjieff, gli orinali messi sotto i letti per la notte, e soprattutto quel cuccurucucu paloma “che quando mi entra in testa, è la fine”.
Renato De Maria sta vivendo strani giorni perché è inevitabilmente ossessionato da Franco Battiato, la sua storia, la sua mistica, la musica, i cambi repentini, i silenzi, il tono della voce, l’elettronica prima, il pop dopo; è ossessionato perché il primo febbraio esce al cinema con Franco Battiato – Il lungo viaggio, un film intenso, fedele (“Abbiamo studiato di tutto”), innamorato, spericolato. E sotto certi lati, inaspettato.
Nel film Battiato è sessuato.
Quello del sesso è il grande tema nascosto: lui lo ha sempre tenuto segreto, in realtà nelle sue interviste emerge la volontà di evincere il corpo dalle passioni, di entrare in una zona mistica. Poi è un essere umano e questa lotta interiore la canta anche ne L’animale.
Battiato quanto le è entrato dentro?
Un’ossessione; però parto da un dato personale: lo sono da sempre.
Perfetto.
Se prima del film uno mi domandava: lo conosci Battiato? Rispondevo: sì. Poi ho scoperto che non è così.
E…
Per entrare nel suo mondo ho letto Gurdjieff, Uspenskij, ho seguito le sue ricerche sui dervisci, sulle danze mistiche, sul Caucaso, sull’Asia centrale e il crocevia di religioni. Gurdjieff è di quelle terre lì.
È entrato in un’altra dimensione.
Tutti i testi di Battiato, che alcuni credono un mix tra frasi a effetto e banalità del quotidiano, legati in maniera apparentemente incongrua, alla fine ti portano dentro un mondo.
All’inizio non compreso.
Fino a quando è arrivato a vendere un milione di copie con La voce del padrone, quando solo pochi anni prima rischiava le botte ai concerti; a quei tempi c’era una trasmissione radio condotta da Luciano Salce e Bice Valori, Schif Parade, con Paranoia di Battiato che era sempre in testa alla classifica. Nel film c’è una scena descritta esattamente: dopo il percorso mistico e l’elettronica, Battiato decide di avere successo, con gli amici che gli ripetono “ma che fai?”.
Quanto le durerà l’ossessione per Battiato?
Sogno il film, sogno Dario (Aita, il protagonista) e mi accade da un anno; pensare che quando mi hanno prospettato l’idea ho reagito con un “boh”.
Come mai?
Per un po’ di timore, quello di non centrarlo, di non realizzare il film giusto; lui è un mito ed è dentro l’immaginario di tante persone, non solo in Italia: in Germania è di culto per la musica elettronica, poi c’è la Spagna dove è conosciutissimo; (pausa) temevo di pestare una merda, una di quelle che non si staccano più dalla scarpa.
Poi?
Ho pensato: ma quando mi ricapita di poter entrare in un mondo così vasto, articolato, complesso, anche contraddittorio? E ho iniziato dalla biografia di Aldo Nove su Battiato (si avvicina alla sua libreria, trova il libro. Anche la libreria è vasta, articolata, complessa).
Ogni fan di Battiato ha la frase preferita di Battiato stesso. La sua qual è?
L’ombra della luce. È un titolo, ma racconta tutto. Mentre Aldo Nove ama l’incipit de Il re del mondo: “Strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo / Stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi” (mette il brano).
Battiato lo ha conosciuto?
Incontrato una sola volta; (cambia tono) primissimi anni 80, ero un pischellone, e con il mio gruppo di lavoro del tempo, tra di noi c’era pure Andrea Pazienza, preparavamo una puntata pilota per una trasmissione televisiva dedicata ai fumetti. Battiato era amico del produttore e invitato venne per capire se poteva occuparsi della musica.
Lui con voi.
Molto gentile, si è divertito. Ed è rimasto l’intera mattina, vestito di bianco, con ai piedi dei sandali alla Battiato; (pausa) mi colpì allora e mi colpisce oggi il suo atteggiamento, l’apparire a suo agio nonostante fosse in mezzo a ragazzi di circa 21 anni belli ignoranti.
Belli ignoranti, tradotto.
Spesso a 21 anni si è convinti di sapere tutto, di capire tutto, di conoscere la vita, di realizzare progetti pazzeschi. Nonostante questo approccio, è rimasto e si è divertito. (suonano ripetutamente alla porta. Si alza. Risponde al citofono. Come un fumetto, apre le braccia, sconsolato, zitto, quando le parole non servono. È un pacco. “Di mia figlia, un continuo”).
Battiato come avrebbe giudicato il film?
(Sospira, ci pensa a lungo) Il suo percorso è stato una continua lotta alle emozioni più superficiali e una continua ricerca della verità; gli attori sono stati bravissimi e la ricostruzione è stata rigorosa: questo l’avrebbe apprezzato; dall’altra parte il film è molto emotivo, e sotto questo lato avrebbe sussurrato un “anche meno”. Però non l’ho fatto apposta, è venuto così.
Si è lasciato trasportare.
In alcuni momenti abbiamo avuto la sensazione di essere approvati da lui; c’è Dario che a volte mi è sembrato posseduto da Battiato; dietro il film c’è una ricerca mostruosa, con anche il recupero e lo studio di tutte le sue apparizioni televisive, non solo italiane; la ricerca di chi ha lavorato con lui, o di chi lo ha solo conosciuto bene come Eugenio Finardi.
Il consiglio di Finardi?
Mi ha raccontato di quando in sala d’incisione, ai tempi de La voce del padrone, sentì Battiato chiedere al tastierista: “Più brutto, non così bello, più brutto”. Voleva un suono naturale, comune, semplice.
Battiato si è cimentato con la regia a partire da Perdutoamor. Cosa ne pensa?
Ho amato tantissimo il Battiato musicista che ha approcciato alla regia con la stessa libertà di chi vuole rompere le regole.
Arriva il “però”.
Per romperle devi conoscere alla perfezione il linguaggio e per lui quello della musica aveva pochi segreti anche grazie al suo orecchio assoluto; rispetto alla regia la conoscenza era meno approfondita, ma restano delle pellicole oneste.
Cosa diranno i fan di Battiato?
Mi piacerebbe rispondere come lui: “Non mi interessa”, ma non sono così bravo a fregarmene di emozioni e ferite.
E allora?
Dal punto di vista del rigore il film è inattaccabile, poi ognuno ha la propria immagine di Battiato e alcuni non troveranno le parti, gli aspetti che magari credono fondamentali; (sorride) aspettiamo i social…
Il timore dei social oramai spesso blocca.
Quando ho girato Lo spietato, film a basso costo, poi diventato un grande successo, a un certo punto è finito il budget ma dovevamo ripulire la pellicola dalle luci di Milano di notte. Insomma, è ambientato negli anni 70 ma in lontananza, in una scena, si intravede la scritta di Unicredit.
Ahi.
Nel Gladiatore c’è un aereo che passa; insomma, esce Lo spietato ed ecco l’accusa: “Questo è il cinema italiano, non sanno neanche togliere una scritta”.
E lei?
Sarei voluto andare dal tipo e spiegargli: “Non sai quanti cazzi ci sono dietro a un film, perché non stai buono? Pensi che non me ne ero accorto?”.
Come vive le critiche?
A un certo punto uno fa pace.
Quando arriva il suo “certo punto”?
Dopo tanto tempo.
Ecco.
Oggi il pericolo arriva dai messaggi sul cellulare, un tempo ti beccavano al bar.
Cioè?
Prendevo il caffè, vedevo il giornale sul bancone e mi ripetevo: non lo aprire, non lo aprire. Cedevo. E trovavo la notizia che mi feriva: magari un progetto che volevo realizzare ed era andato a un altro. E da lì il dolore durava mesi.
E con le recensioni?
Vorrei seguire la lezione di Moretti: leggere solo quelle positive, invece cerco le negative. E mi faccio del male.
Non è un iper produttivo.
Con il cinema il rapporto è pessimo: per il primo vero film, Hotel Paura, ho impiegato cinque anni; altri cinque per Paz!, grande successo; quindi Amatemi, tre anni e un disastro come risultato: è uscito a giugno. Per quattro anni fermo, quando arriva La prima linea, e ci punto tutto, dovevo pure andare a Venezia. Esce e veniamo attaccati in maniera pazzesca, continua, feroce senza alcuna possibilità di rispondere. Fino a perdere Venezia stessa.
Era il 2009.
Da quell’anno non sono più uscito al cinema e fino al 2014 non ho lavorato. Sono andato avanti solo grazie a mia moglie (Isabella Ferrari). La fatwa è finita per Roberto Cicutto e con Italian Gangsters sono tornato a Venezia.
Com’è stato ritrovare il Lido?
(Qui si apre una voragine, si blocca, porta leggermente la testa indietro, rallenta l’eloquio, maschera gli occhi rossi) Con molto dolore. Il danno c’era stato. Avevo comunque perso cinque anni e non bastava Venezia per compensare…
Isabella Ferrari che le diceva?
Mi è stata vicino; da bravo ossessivo restavo in casa a guardare i film poliziotteschi, leggere libri, altri film. Quando i miei figli tornavano a casa o si svegliavano e mi vedevano sul divano, gli spiegavo “papà sta lavorando”.
Negli ultimi anni ha realizzato dei successi mondiali.
Lo spietato è stato un successo pazzesco e Svaniti nella notte ha segnato un record per Netflix, ma niente cinema nelle sale.
A questo punto amen.
No, ci torno con Battiato e per tre giorni. Dopo 17 anni.
Ha pensato di mollare?
Non so fare altro.
Nessun chiringuito a Fomentera…
Alcun piano B, la mia testa è settata su questo lavoro, sul resto sono una pippa.
L’attore?
Dopo i due film con Nanni (Moretti) e quello con Paolo (Virzì) ci ho pensato, ma non mi hanno più chiamato.
Le piace recitare?
È divertente.
Sono 20 anni dal Caimano.
Il mio massimo l’ho raggiunto con la scena del metro in Aprile (si trova su Internet, bellissima, con Renato De Maria che sintetizza con un “metro” la vita).
Cult immediato.
Una volta in aeroporto un signore mi guarda con le lacrime. Credevo desiderasse parlare con Isabella, come sempre, invece ero io l’obiettivo: “Mi ha cambiato la vita”. “In che senso?”. “Dopo la scena del metro ho lasciato la finanza, sono andato a vivere in campagna per diventare agricoltore. Oggi sono un contadino felice”.
Quanti ciak sono stati necessari per quella scena.
(Ride) 70.
Anche lei da regista ne pretende così tanti.
No, mi perderei. Non so come Nanni ci riesce e 70 non è neanche un numero esagerato, ad altri Nanni ne ha chiesti più di cento (torna a Battiato). Nel film c’è una scena su Stranizza d’amuri e se qualche fan protesta per l’anno in cui l’ho inserita, ho la prova di aver ragione.
Battiato chi era?
Un fantasma apocalittico che viene dal futuro, come sostiene lui; è stato un ricercatore dello spazio che ha cercato di viaggiare nell’universo.
Lei chi è?
(Silenzio, sospiro) Un ricercatore che avrebbe voluto volare di più.