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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Dallara nel jukeboxe l’estate del 1960

Negli ultimi tempi Tony Dallara veniva spesso a trovarmi a casa mia. Mi era grato perché avevo sostenuto più volte, anche su questo giornale, che era stato lui a mettere in soffitta la canzone melodica italiana, le Nilla Pizzi e i Claudio Villa e non Domenico Modugno.
Modugno resta un melodico, Vecchio frak, Strada ’nfosa e la stessa Volare anche chiamata Nel blu dipinto di blu che è la più brutta canzone italiana di tutti i tempi insieme alle Mille bolle blu di Mina.
Dallara aveva preso il “singhiozzo” (“co-ome prima”) dai Platters (“o-only you”) e da Paul Anka (“Cra-azy love”). Aveva accentuato il “terzinato” ma di veramente suo aveva messo l’urlo, infatti è ricordato anche come “il re degli urlatori”. Una volta in taxi avevo scommesso 50 euro con un tassista – a me piace fare scommesse su tutto, in questo son inglese – se sapeva chi aveva cambiato, anzi scaravoltato, la canzone melodica italiana. Il tassista ci pensò un po’, poi disse: “Ah, gli urlatori, Tony Dallara”. Ovviamente onorai la scommessa e scucii i 50 euri.
Dopo aver fatto vari mestieri, il barista, l’impiegato, Dallara conosce una prima, anche se limitata, popolarità cantando al Santa Tecla con I Campioni, un locale quasi attaccato all’Università Statale di Milano. Il cursus honorum dei cantanti, almeno a Milano, erano La Magolfa, una trattoria a Porta Ticinese dove si esibivano i menestrelli, Jannacci e Gaber per esempio anche se nessuno sapeva chi fossero, e il Santa Tecla. Infine i migliori, fra cui appunto Jannacci e Gaber, approdavano al Derby (per il Derby passerà anche Gioele Dix, che però intraprenderà la carriera di attore e fine dicitore, ci si vada ad ascoltare la sua lettura di Sessanta racconti di Dino Buzzati: riesce a dare al testo una forza, nel parlato, che pur il grande Dino, nello scritto, non ha). A Roma invece il locale storico era il Piper, che sdoganerà Patty Pravo, che di Mina ne vale tre, e la più modesta Mita Medici.
Ma il grande successo per Dallara arrivò in un’estate, mi pare del 1960. Complice il jukebox. Mentre infatti prima era il gestore della discoteca o dei Bagni a scegliere le canzoni, cercando di indovinare i gusti dei ragazzi (il mitico Gaetanin dei bagni Umberto di Savona era abbastanza abile in questo, proponeva per esempio Un treno per Yuma di Frankie Laine che, sia pur successivamente sorpassato, si avvicinava alla canzone moderna) adesso, a scegliere, eravamo noi: con cento lire, infilate nel jukebox, potevamo mettere tre canzoni. E in quella mitica estate del 1960 noi ne mettevamo, ossessivamente, solo tre: Only you dei Platters, Diana di Paul Anka e appunto Come prima di Dallara. Un ruolo importante in questa vicenda canora, che non è solo tale, l’ha avuto Paul Anka. Canadese proponeva un basic english, perfettamente comprensibile per noi ragazzi che l’avevamo studiato male a scuola. “You are my destiny” chi non lo capisce? E non è certo un caso che molte ragazze nate in quel periodo si chiamino Diana, a cominciare da Diana Spencer.
La prima volta che Paul Anka venne a Milano, preceduto da una vendita di 20 milioni di dischi solo per il singolo Diana (era il più popolare di tutti, superiore anche ai mitici Platters) accadde una cosa che sbalordì noi ragazzi: eravamo al Lirico e vedemmo le nostre coetanee, che a scuola portavano ancora il grembiule nero, slacciarsi il reggiseno e gettarlo ai piedi di Paul, nonostante non fosse assolutamente un fico ma anzi piuttosto bruttino.
Allora il mondo non era così globalizzato e il rock non era così conosciuto (Elvis Presley, Little Richard non erano ancora arrivati in Italia). Tanto che Milva, nella sua bellissima canzone Flamenco rock dice “roack” invece di “rock”. È interessante quella canzone perché racconta anche dei profondi mutamenti avvenuti. Dice infatti il testo: “Mi piacerebbe tanto visitar la Spagna Terra di matador e di grandi toreri – Ormai anche laggiù nella caliente Spagna non si ballano più passi doppi o boleri – Ora ballano il flamenco roack– Ora ballano il flamenco roack– Espagna, paradiso di sogni e di donne ardenti d’amore – Hai tradito anche tu le più belle canzoni del cuore – Per il frenetico ‘roack’… Espagna, anche tu hai un disco dei Platters in tutte le case”. Allora la Spagna e la lingua spagnola ci parevano lontanissime, nonostante in Spagna ci fosse stata una guerra civile durissima fra i franchisti e le brigate anarchiche arrivate da tutta l’Europa. Inutile quasi dire che noi italiani ci schierammo con i franchisti, cioè i fascisti e che le stesse brigate arrivate dalla Russia sovietica si diedero, contro ogni logica militare, a colpire gli anarchici (Omaggio alla Catalogna di George Orwell, 1938). Il rock allora, che già furoreggiava in America, c’era così distante che un quotidiano del pomeriggio italiano, La Notte, di destra, si chiedeva allarmato: ma arriverà anche da noi? Oggi quella Spagna che ci appariva allora lontanissima la si raggiunge in un’ora e mezza di aereo e pagando pochi euro. A rinverdire la lingua spagnola ci ha pensato Trump con l’aggressione al Venezuela.
Il mondo stava cambiando, i jeans, anche se noi non ce ne accorgevamo. Ghigo cantava “Coccinella”, un famoso transessuale francese, e la cantava a modo suo (“Coccinella non far più la barboncella, non vestirti di blu”).
La passione per Dallara in quei tempi era tale che anche quando si esibiva con un’altra star della musica, noi, dal fondo della sala, chiedevamo solo Ti dirò e Come prima. Accadde, ricordo, anche con Jane Russel, famosa attrice americana.
Probabilmente eravamo solo giovani, ingenuamente giovani, circondati da un mondo di altrettanti giovani.
La forza di Come prima è tale che ancora oggi molti quotidiani, quando vogliono segnalare che i nostri politici fanno le mascalzonate di sempre titolano: “Come prima, più di prima”.
Dallara non è stato fortunato, come cantante, come artista, ma non come uomo. All’epoca del suo massimo successo Dallara, in realtà Antonio Lardera, faceva il militare quando era ancora una cosa seria. Dovette quindi rinunciare a molti concerti. Anche di quattrini non deve averne fatti molti, perché i soldi non vanno agli interpreti ma agli autori. Oggi, Come prima, fa da sottofondo a molte pubblicità, ma a Dallara non arriva un soldo.
Quando mi veniva a trovare negli ultimi tempi mi faceva ascoltare delle cover dei suoi maggiori successi, Ti dirò, Come prima, Brivido blu, Yulia, che però non avevano lo stesso impatto perché la musica, come ogni altra cosa al mondo, va contestualizzata. Se io risento Come prima nella versione originale mi si rivela un tempo ormai perduto.
E la morte di Tony mi riporta a un tempo perduto per sempre, quello degli anni Sessanta, quello delle “notti blu”, quello della mia adolescenza e della mia giovinezza.