Specchio, 25 gennaio 2026
"Vaguebooking", benvenuti nell’era dei post allusivi (e della disperata ricerca di attenzioni)
Prima o poi capita a tutti: una relazione che si incrina, una storia che deraglia e qualcuno che sbatte la porta senza darci spiegazioni. E poi, ci prende quella smania di scrivere sui nostri social, poche righe visibili a tutti ma indirizzate ad una persona ben precisa (che legge e non risponde mai). Nascono così quei post brevi, apparentemente innocui: “Deluso/a, ma non sorpreso/a”, “Mi meritavo la felicità”, “A volte serve solo tempo”. È questo il cuore del fenomeno chiamato "vaguebooking” ovvero pubblicare contenuti volutamente allusivi, emotivamente carichi ma privi di contesto, pensati espressamente per provocare reazioni. È un linguaggio passivo-aggressivo che tiene la porta socchiusa e invita ad avvicinarci allo spioncino.
Certo, il vaguebooking non è nato oggi ma è un atteggiamento evergreen perché intercetta un modo contemporaneo di stare online. Ci permette di lanciare un segnale, di far capire che qualcosa non va, restando agganciati allo sguardo degli altri senza dover spiegare tutto. Un messaggio criptato, pubblicato alla luce del sole ma con un solo destinatario. Nel corso del tempo, seguendo l’evoluzione dei social, il vaguebooking si è codificato e oggi prospera nelle storie su Ig, nei reels, nelle canzoni scelte con cura chirurgica per evocare momenti clou, in quei post con i primi piani in bianco e nero fra puntini sospensivi, fra l’abuso di filtri e le citazioni poetiche che si sprecano. È una scrittura pensata per essere compresa e decifrata solo da chi “sa”, sperando di far breccia nella sua indifferenza.
Spieghiamolo bene: se scrivo che vivo un “periodo difficile” esprimo un disagio senza doverlo spiegare, voglio ottenere attenzione senza il rischio della confessione. Non sto dicendo cosa mi è successo, quindi tu non puoi giudicarmi; ma l’intento è proprio quello di fermare lo scroll compulsivo per costringerti a guardarmi, mi rendo interessante entrando nel radar dei tuoi pensieri. In fondo, è una mossa difensiva. Non racconto la storia, mostro solo il trailer. Questo dimostra che il vaguebooking è figlio dell’economia dell’attenzione: in un ecosistema che premia l’interazione, il non detto funziona meglio perché stimola curiosità e ciascuno avrà la propria interpretazione. Ogni post è un piccolo cliffhanger emotivo, una micro-drammatizzazione del quotidiano perché non informa ma lascia il dubbio e smuove il fondale. Diciamolo sinceramente, il vaguebooking piace perché scarica l’ambiguità sugli altri ma può essere assai rischioso, trasformandosi in un logoramento silenzioso fatto di allusioni ripetute e dialoghi mancati, in cui il confronto diretto viene sistematicamente rimandato; del resto, il vaguebooking nasce per un bisogno ben preciso, spesso rappresenta l’altra faccia del ghosting. Dove uno sparisce, l’altro allude. Se qualcuno smette di rispondere, l’altro inizia a parlare per mezze frasi. Entrambi evitano il confronto diretto: il ghosting taglia senza chiudere, il vaguebooking allude senza esporsi. Due strategie diverse con la stessa logica di fondo, restare presenti senza assumersi fino in fondo la responsabilità della relazione interrotta: “Se chiami, ti rispondo” o per essere più chiari, “Non ho più voglia di soffrire…”. Avete mai letto/scritto un post così? Siate onesti, please.
Non si tratta solo di una cattiva abitudine comunicativa, né di semplice narcisismo. Il vaguebooking esplicita la chiara necessità di poter esprimere il disagio in spazi che rendono tutto visibile e drammaticamente già letto. Dire troppo ci espone, non dire nulla ci isola. Allora la risposta può essere una via di mezzo, esserci senza scoprirsi, raccontare senza dire troppo? Forse è per questo che il vaguebooking continua a resistere, fra chi cita Bukowski e Gio Evan in bikini e chi va ad Ibiza con gli amici ma continua ad ostentare tristezza. Non è solo un tic moderno, ma il sintomo di un disagio comunicativo più ampio. Se l’algoritmo ci chiede di esporci e ci offre pochi strumenti per essere sinceri senza rischi, l’allusione si rivela una exit strategy emotiva. Un segnale lanciato a scena aperta, in attesa che qualcuno lo raccolga. E faccia il primo passo, finalmente. —