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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Liv Ullmann: «Siamo le rovine del futuro. Quelli che verranno dopo di noi, potranno guardarci e capire in che modo le cose sono cambiate»

«Siamo le rovine del futuro. Quelli che verranno dopo di noi, potranno guardarci e capire in che modo le cose sono cambiate. Siamo diversi e siamo utili, sono così orgogliosa di far parte di questa nostra comunità artistica. Soprattutto adesso che il mondo è mutato, impaurito, incomprensibile, e noi dobbiamo imparare, mai come adesso, che non ci sono “gli altri”, ma che siamo tutti insieme, a fare le cose e ad andare avanti». Accompagnata dallo sguardo affettuoso della presidente degli Efa Juliette Binoche, dopo aver ricevuto un infinito fiume di applausi, Liv Ullmann, 87 anni, anima e cuore del cinema di Ingmar Bergman, ha ricevuto il premio alla carriera durante l’ultima edizione degli European Films Awards, e il suo discorso, lucido e appassionato, ha cancellato, in pochi attimi, le barriere del tempo, le differenze d’età, i segni su un viso che hanno fatto la storia del cinema mondiale.
Pensa che l’arte abbia conservato la sua importanza, il suo ruolo cruciale, anche nel mondo di oggi?
«Oggi l’arte è ancora più importante di ieri, perché ci fa riconoscere la bellezza e ci fa sentire parte di una comunità, ma soprattutto perché è ciò che ci rappresenta, più di qualsiasi altra cosa. Purtroppo è stata spesso sottovalutata, anche adesso, e invece l’arte ci spinge a pensare, cosa di cui abbiamo molto bisogno, soprattutto in questo periodo, perché siamo in un universo sempre più pieno di pericoli e drammi».
Ha detto che lei e i suoi colleghi, attori, registi, sceneggiatori, siete le “rovine del futuro”. In che senso?
«I nostri film vivranno molto dopo di noi, le persone li vedranno e capiranno come eravamo fatti».
La sua carriera ha preso il via in una fase di grande vitalità cinematografica. Rispetto a quell’epoca pensa che il cinema abbia perso o guadagnato qualcosa?
«Non penso che abbia perso niente, però credo che le condizioni economiche di oggi impediscano a molte persone di girare i loro film, eppure anche in quest’epoca sono state realizzate opere meravigliose, molto interessanti perché riflettono il cambiamento. Trent’anni fa, quando ero più giovane, abbiamo cercato di esprimere altre cose in modo diverso, ma sempre contando sul nostro talento».
Agli Efa, in occasione della sua premiazione, è stato proiettato “Scene da un matrimonio”. Che cosa rappresenta per lei quel film?
«Avevo 35 anni quando l’ho girato, ho vissuto praticamente più del doppio di quegli anni… mi ha fatto piacere sapere che era stato scelto proprio quel film. Chiarisco che non descrive assolutamente la storia del mio rapporto con Ingmar Bergman, ma che parla di qualcosa di significativo, cioè delle relazioni infelici e del modo in cui tante persone continuano a vivere dentro quei contesti, cosa che, soprattutto in quei tempi, succedeva quasi sempre. È un film molto triste, ma, in quel periodo, in pieni Anni 70, era fondamentale, anche per il movimento femminista, raccontare la condizione di quella donna. Oggi mi dispiace solo di non poterne parlare con il mio partner sullo schermo, Erland Josephson».
La musa di Ingmar Bergman. Che cosa ha imparato da lui e che cosa lui ha imparato da lei?
«Non saprei dire che cosa abbia imparato da me, ero molto giovane quando ci siamo incontrati, lui diceva che ero il suo Stradivari, ha pensato di poter mostrare, attraverso di me, attraverso qualcuno che era molto più giovane di lui, l’innocenza, ma anche la creatività. Che cosa ha imparato da me? Forse l’amore, diceva che avevamo qualcosa in comune, abbiamo lavorato insieme così tanto, anche negli anni in cui aveva scelto di vivere da solo, lontano da tutto, nella sua isola. Allora mi ha offerto la possibilità di passare dietro la macchina da presa, il che vuol dire che da me qualcosa aveva imparato, altrimenti non lo avrebbe fatto. Non mi ha mai insegnato niente in modo diretto, ma si impara tanto stando insieme e parlando, proprio come noi stiamo facendo adesso».

Ha lavorato molto in Italia, con Monicelli, con Bolognini. Che cosa le hanno lasciato quelle esperienze?
«Sono stata così felice durante quel periodo trascorso in Italia. Monicelli era una persona meravigliosa, ho lavorato benissimo con lui e con altri incantevoli attori e autori, sono stata fortunata, il ricordo dell’Italia è sempre rimasto vivo e infatti ho continuato a tornarci, per tanti anni. E poi che clima stupendo, da voi è sempre primavera».
Monicelli l’ha diretta in “Speriamo che sia femmina”, era Elena, energica, razionale, la guida di tutti, il punto fermo. Cosa le è rimasto impresso?
«Ho amato la casa di Elena, nella campagna toscana, la vicinanza tra i personaggi femminili, che era il cuore del film, qualcosa di reale, tangibile, anche per gli uomini».
Al suo impegno di attrice ha aggiunto quello sul fronte umanitario, è stata la prima donna ambasciatrice Unicef e ha fondato la “Women’s Refugee Commission”, che cosa hanno rappresentato per lei quelle battaglie?
«Sono sempre stata una persona piena di energia e lo sono anche adesso, in un’età che farebbe presupporre il contrario. Sono stata fortunata come essere umano perché mi sono successe tante cose, l’impegno per i rifugiati è arrivato mentre stavo facendo un musical a Broadway, almeno 50 anni fa. Con Unicef sono andata in Cambogia e in Vietnam, per portare medicine e aiuti, ho conosciuto il Dalai Lama, Elie Wiesel, ho vissuto avventure incredibili, è stata una parte molto importante della mia vita».
Quando chiude gli occhi e pensa al passato, che cosa le viene in mente?
«Alla mia età mi piace molto stare sola, a casa mia, posso essere tranquillamente infantile, perché dentro mi sento ancora una quattordicenne, posso mettermi a guardare le foto e pensare a quello che ho fatto, alle persone cui sono legata, in America e in Norvegia, alcune non ci sono più, ma restano parte della mia esistenza. È un bel momento, oggi, per essere anziani».
Sogna ancora qualcosa?
«Sì, certo, ma sono sogni da ragazzina».
Ha rimpianti?
«No, non ne ho, almeno non per quello che riguarda la carriera».
È cambiato il modo di recitare delle attrici?
«Credo che le grandi attrici siano sempre le stesse, ho conosciuto Bette Davis, Elizabeth Taylor, e ce ne sono tante altre bravissime anche adesso, non credo che il talento sia cambiato o abbia acquistato caratteristiche diverse. Oggi ci sono anche le influencer, ma non mi piacciono per niente, diventano grandi stelle, non capisco perché».
Che cosa conta di più per lei?
«Credo che la prima cosa, la più importante, sia che siamo nati e stiamo vivendo qui, tutti insieme, in questa stessa epoca storica. Noi siamo qui, e non ci sono altri al nostro posto».