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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Intervista a Cathy La Torre

«Lo masculazzo». La chiamavano così, da bambina. Un soprannome («il maschiaccio», in italiano) che aveva poco di affettuoso ma tradiva la malcelata irritazione di una Sicilia perbenista degli Anni 80, incapace di confrontarsi con una bambina prima e una ragazza poi che non nascondeva la sua omosessualità. Non si nascondeva, e questo a scuola le fece conquistare l’ultimo posto in fondo alla classe perché «lei era contagiosa, poteva avere l’Aids». E tutto questo Cathy La Torre se l’è portato addosso: prima come ferita, poi come bandiera, infine come monito. Il suo dolore si è fatto tempesta: è entrato nei tribunali, per poi deflagrare nei social e perfino a teatro. In questi tre ambienti lei combatte, da oltre 20 anni, in qualità di avvocato esperto in diritti civili e diritto antidiscriminatorio, «una realtà sancita nel 2000 dalla normativa europea ma di cui molti colleghi ignoravano l’esistenza» spiega. Lo fa per passione, più che per opportunità: «I primi anni di carriera li ho passati di giorno in aula, alla sera a lavare i piatti perché con i diritti civili non fai soldi. I miei assistiti sono persone povere o vittime di soprusi: chiedere di pagare sarebbe come aggiungere al danno la beffa». Nel 2019 è stata premiata da The Good Lobby come miglior avvocata pro bono d’Europa. Ieri era al Teatro Italia di Roma con lo spettacolo Tutte le volte che le donne: al centro, le invenzioni femminili che sono state sistematicamente rubate alle legittime proprietarie. La lista è lunga: si devono alle donne invenzioni come il tergicristallo, il climatizzatore dell’auto, lo specchietto retrovisore, nonché il primo trattamento contro la lebbra, la struttura a doppia elica del Dna.
Raccontare l’altra metà del cielo vuol dire raccontare l’altra metà della Storia?
«Purtroppo sì, ma non è mai stato un progetto a tesi. Se gli uomini fossero stati sistematicamente defraudati delle proprie scoperte, avrei parlato anche di loro nello spettacolo per strapparli dall’oblio. Purtroppo però è accaduto solo alle donne».
Più che sulla presunta supremazia dei sessi, il patriarcato si fonda quindi sulla appropriazione intellettuale indebita?
«Sicuramente, anche se a livello normativo non era indebita: era resa possibile dalla legge. Non dobbiamo dimenticarci che, fino a pochi anni fa, le donne erano escluse dal lavoro e da tantissimi ruoli. Basti pensare che in Inghilterra negli Anni ’80 le donne non potevano uscire a bere da sole; fino al ’76 le irlandesi non potevano comprare una casa e tuttora in Italia un uomo si può subito risposare dopo il divorzio mentre le donne devono aspettare 300 giorni. Questo perché le leggi sono fatte dagli uomini che agiscono secondo il loro punto di vista: non per forza maschilista ma sicuramente maschile. Da qui l’importanza di consessi larghi, per dare voce a tutti i punti di vista».
Il fatto che lei, avvocata, cerchi giustizia nei teatri anziché in aula, rappresenta una sconfitta per la legge?
«Le norme da sole non bastano: si tratta di coltivare una coscienza collettiva. A volte il posto giusto è l’aula, altre volte servono il teatro, i social, le inchieste giornalistiche e la stessa politica (anche se purtroppo spesso chi di dovere si sottrae...)».
Quando ha deciso di diventare avvocata?
«A nove anni. Sono nata e cresciuta nella Sicilia ostracista del 1980, in una città ad alta densità mafiosa come Castellammare del Golfo. Il papà di mio cognato è stato ucciso da Cosa Nostra, così come diversi genitori dei miei compagni di classe: la mafia la conoscevi e la riconoscevi. Il boss Mariano Saracino, che poi fu arrestato, frequentava casa: giocavo sempre con i suoi figli. Quando si è scoperto dei suoi legami criminali, è calata l’omertà. Non se ne poteva parlare. Lì ho deciso di diventare avvocata».
Oggi chiunque, a vario livello, rivendica un diritto. E se i grandi assenti fossero i doveri?
«Non direi visto che siamo un Paese dove si fanno due decreti sicurezza all’anno, che introducono nuovi obblighi e nuovi reati. L’unico dovere su cui dovremmo batterci molto di più è quello di pagare (tutti) le tasse. Per il resto trovo più costruttivo battersi per i diritti perché vuol dire ragionare sulla dignità, propria e altrui. Un giorno un giudice mi rimproverò di vedere diritti ovunque. Replicai: il problema è lei che non li vede».
Ha tatuato: “Io sono quella che sono: un caso inconcepibile come ogni caso”. Perché?
«Per ricordarmi che vado bene così come sono. Ho avuto una giovinezza difficile perché ero una ragazza omosessuale negli anni dell’Aids. Anche la mia famiglia fu emarginata perché non mi faceva nascondere il mio vero orientamento. Solo dopo, quando a Bologna sono entrata in politica in qualità di capogruppo in consiglio comunale, il vento è cambiato: non ero più “Lo masculazzo” ma “L’Onorevole”. Mi hanno persino dato dei premi».
Com’era il rapporto con i suoi genitori?
«Papà voleva un maschio, perché lui era il primogenito dei La Torre e mancava un erede. Invece sono nata io e, contestualmente al parto, mamma ha subito una isterectomia diventando sterile. Papà allora ha detto: “Me ne frego e la cresco come un maschio”. Mi ha insegnato moto e motocross e non ha fatto una piega quando a cinque anni gli dissi che non mi sentivo né maschio né femmina. Sono potuta crescere libera, fuori dagli stereotipi, al contrario di mia sorella maggiore che, essendo trattata come femmina, aveva mille paletti».