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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Vincitori e vinti nella partita dell’Ai. Il rischio dell’effetto tsunami sul lavoro

L’Ai divide il mondo. A Davos, l’intelligenza artificiale ha smesso di essere un tema tecnologico ed è diventata una faglia economica e sociale. Al World Economic Forum 2026 si è imposta come la variabile che ridefinisce potere industriale, lavoro e stabilità delle società avanzate. La domanda che ha attraversato ogni panel è una sola: chi vincerà e chi perderà nella corsa globale all’Ai, mentre la sua diffusione accelera più della capacità dei decisori di governarla.
I vincitori appaiono evidenti. Le grandi piattaforme tecnologiche e i fornitori di infrastrutture concentrano capitale, competenze e influenza politica. Jensen Huang, fondatore e amministratore delegato di Nvidia, ha definito l’Ai «un’opportunità che capita una sola volta nella vita» per l’Europa, a patto che sappia sfruttare la propria base manifatturiera. «È il momento giusto per fare un salto in avanti rispetto all’era del software», ha detto, puntando su data center, robotica ed energia. Ma ha anche chiarito il prezzo dell’ingresso: «Servono più energia, più territorio e più lavoratori qualificati». Chi non investe ora, resta indietro. Nella sua visione, l’Ai non cancella il lavoro ma lo trasforma: «Avremo idraulici ed elettricisti», con salari «quasi raddoppiati», senza bisogno di «un dottorato in informatica».
Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft, ha spostato il focus sull’uso concreto. «Dobbiamo usare l’Ai per fare qualcosa di utile, che cambi davvero i risultati per persone, comunità e Paesi», ha detto, avvertendo però che «l’adozione sarà distribuita in modo non uniforme». Il limite non è la tecnologia ma l’accesso al capitale e alle infrastrutture. «Le infrastrutture critiche sono guidate dai governi», ha spiegato, ricordando che senza reti elettriche e telecomunicazioni solide l’Ai resta una promessa.
Accanto all’ottimismo industriale, Davos ha messo in scena un allarme sociale netto. Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, ha avvertito che l’Ai «può andare troppo veloce per la società». Il rischio, ha detto, è quello di «disordini civili» se l’automazione producesse licenziamenti di massa senza una transizione gestita. L’esempio è stato diretto: sostituire «due milioni di camionisti con la pressione di un pulsante» sarebbe un trauma politico prima che economico. «Non puoi mettere la testa sotto la sabbia», ha concluso, ammettendo che anche JPMorgan «probabilmente avrà meno dipendenti tra cinque anni». Le cifre del Fondo monetario internazionale rafforzano l’allarme. La direttrice generale Kristalina Georgieva ha parlato di un impatto «come uno tsunami» sul lavoro. «In media il 40% dei posti di lavoro è toccato dall’Ai», quota che sale al 60% nelle economie avanzate. I ruoli vengono «migliorati, eliminati o trasformati», spesso senza benefici salariali. «Anche nei Paesi meglio preparati non siamo pronti abbastanza», ha detto, sottolineando che a scomparire sono soprattutto i posti di ingresso, con un impatto diretto su giovani e classe media.
Il dibattito divide anche l’industria. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ritiene che manchino «tra i sei e i dodici mesi» a modelli capaci di svolgere gran parte del lavoro di un ingegnere software, mentre Demis Hassabis, a capo di Google DeepMind, prevede «nuovi lavori, più significativi», pur riconoscendo l’impatto negativo su stage e ruoli junior. La competizione tecnologica si intreccia con quella geopolitica: «Non vendere chip alla Cina è una delle cose più importanti che possiamo fare», ha detto Amodei, per guadagnare tempo nella gestione dell’Ai.
Sul piano istituzionale, due giorni fa la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde ha riportato il confronto in una cornice più vicina all’Ue, a oggi fra i perdenti della lunga corsa globale. L’Ai è «ad alta intensità di capitale, di energia e di dati», ha ricordato. Senza cooperazione e regole comuni «ci sarà meno capitale e meno accesso ai dati». La conclusione è stata lapidaria: «Siamo in difficoltà, diciamolo».
Alla fine del Wef targato 2026, la linea di frattura è chiara. Vincono le imprese che controllano chip, modelli e infrastrutture, e i Paesi capaci di finanziare energia e dati. Perdono i lavoratori meno qualificati, i giovani e le economie che non riescono a tenere il passo. L’Ai non è più una scommessa sul futuro: è una prova immediata di governo del cambiamento. E il tempo per prepararsi si sta riducendo.