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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Intervista ad Alessandro Boeri

Mulini e mercati esteri, uliveti e comunicazione digitale. Alessandro Boeri, a trent’anni, tiene insieme pezzi diversi dello stesso mestiere. Lo fa da questi boschi della Liguria, dove l’azienda di famiglia produce da 130 anni l’extravergine di oliva Taggiasca. «Io sono letteralmente nato in frantoio», dice. Da bambino passava le giornate tra le macchine e le persone che arrivavano qui per la raccolta. «I genitori mi portavano in ditta fin da quando ero piccolo. Avevamo un piccolo stabilimento nel centro del paese e poi abbiamo costruito un nuovo impianto a un chilometro di distanza. Era una festa: amici, clienti. Chi portava la sardenara, chi le bottiglie di vino, chi la torta».
Cresciuto a Taggia, dopo il liceo scientifico sceglie Scienze Gastronomiche a Parma. «Ho deciso di capire le dinamiche dietro il mondo del cibo, i prodotti tipici di nicchia nelle realtà dimenticate da Dio. Adesso le olive taggiasche sono un marchio globale. Prima erano così». La formazione diventa un modo per dare un nome e un metodo a ciò che ha respirato dall’infanzia. Subito dopo la laurea, una parentesi fuori traiettoria. «Un anno a Ibiza, mi sono divertito. Dal 2018 sono qua». Il ritorno coincide con l’ingresso stabile in azienda e con un ruolo preciso: seguire le vendite, cercare nuovi clienti, costruire una comunicazione coerente, senza perdere il contatto con la terra.
«Io e mia sorella Federica siamo la quinta generazione, stiamo portando avanti l’azienda insieme a papà e mamma, che si dannano l’anima per insegnarci un mestiere. Per quanto riguarda la modernità ci danno carta bianca, io mi occupo soprattutto del marketing, ma mi piace andare in campagna, assaggiare gli oli». La divisione dei ruoli, come spesso accade nelle aziende familiari, non è rigida. La presenza sul campo è una scelta e, assieme, una necessità.
Il progetto industriale ha di fronte uno scenario difficile. «Questo settore attraversa il momento più duro di sempre, non ho una memoria storica, ma siamo al 70% in meno del raccolto». Qui il climate change non è teoria, è qualcosa in grado di sconvolgere il lavoro di un anno: «L’ultima estate è stata incredibilmente calda, ci sono problemi con la mosca delle olive, un parassita che le buca. Se l’attacco avviene a ridosso della produzione, tendono a salvarsi ma il prodotto è un disastro. Se succede in estate, vanno distrutte». È una fragilità strutturale che rende imprevedibile ogni stagione. «È la vita dei contadini, costretti a lavorare senza sapere che cosa sarà di tutto quell’impegno».
Il territorio resta il punto di partenza e insieme il vincolo più forte. «Questo è uno dei luoghi più belli che abbia mai visto. Le nostre campagne sono costruite su 47 mila ettari di muretti a secco, i nostri antenati hanno fatto una fatica pazzesca per consegnarcelo. La Liguria è una cartolina difficilmente replicabile, ti capita di passeggiare tra gli uliveti e restare senza fiato». Accanto all’orgoglio, però, c’è una lettura critica. «Se devo dire la verità, temo l’arretratezza. Ci sono aziende all’avanguardia, ma tanta olicoltura è frammentata e hobbystica, fatta di appassionati ma che magari non sono in grado di farcela davvero». Il tentativo è fare sistema, allargare le collaborazioni. «Sulla carta c’è unione, si prova a lavorare in armonia, anche se ovviamente a livello commerciale ognuno gioca la propria partita».
Boeri, come si immagina tra dieci anni? «Vorrei lasciare ai miei figli una situazione più semplice, da interpretare e da vivere. La Liguria produce l’1 per cento dell’olio nazionale, pochissimo, nonostante questo circa il 50% degli uliveti qui sono abbandonati. La logistica è terrificante, a volte non ci sono neanche le strade».
Da questa consapevolezza nasce una nuova iniziativa condivisa, ancora una volta, con la famiglia. «Io e mia sorella abbiamo creato un’azienda che si occupa principalmente di questo: abbiamo già recuperato tremila piante». È qualcosa che arriva da lontano. «A parte una breve parentesi in cui sognavo di fare il Papa, sono sempre stato convinto che avrei fatto questo lavoro. Le olive sono il nostro patrimonio. E va preservato».