repubblica.it, 24 gennaio 2026
Pacchi dall’e-commerce, quanto guadagnano i negozi a fare da “punto di ritiro”?
Dalla tabaccheria all’edicola, dalla cartolibreria alla profumeria: i punti di ritiro per pacchi e-commerce stanno diventando onnipresenti nelle città italiane. Ma quanto guadagnano effettivamente gli esercenti che decidono di integrare questo servizio nella loro attività? La risposta breve è: poco, almeno in termini di compensi diretti. Ma c’è dell’altro.
I numeri parlano chiaro: le commissioni riconosciute dai vari operatori logistici oscillano tra i 20 e i 50 centesimi a pacco, con punte che in casi particolari possono arrivare a 1,50 euro, per gli spedizionieri che puntano più sulla qualità del servizio che sulla quantità delle spedizioni. "Non si parla di grandi importi”, conferma Alessandro Rosa, presidente di Snag Lombardia, l’associazione che rappresenta gli edicolanti, una delle categorie merceologiche che più hanno unito la raccolta di pacchi alla loro attività. “Siamo nell’ordine dei 20-30 centesimi a pacco, con sistemi di pagamento che possono arrivare anche a 90 giorni, tranne qualche operatore come Ups che paga a un mese”.
InPost, uno dei principali player del settore con oltre 5.000 punti di ritiro in Italia, propone un modello diverso: una base fissa mensile più un corrispettivo variabile per ogni pacco gestito. Secondo quanto riferito dall’azienda, un InPost Point genera in media circa 200 euro lordi mensili di commissioni dirette, anche se i punti più performanti riescono a triplicare o quadruplicare questa cifra. Dhl Express, con la sua rete di 3.600 punti in Italia, articola l’offerta su quattro format: flagship, franchising, service point e reception. Mentre i primi due rappresentano investimenti più strutturati, i service point – integrati in cartolerie, money transfer e tabaccherie – funzionano con logiche simili agli altri operatori.
"Il ricavo addizionale più importante non sono i 100 euro al mese”, spiega Rosa, “ma portare gente in negozio”. È questo il vero motivo per cui migliaia di esercenti in Italia hanno scelto di diventare punti di ritiro: l’opportunità di intercettare nuovi potenziali clienti. La speranza è che chi viene a ritirare il pacco acquisti anche altro: una bottiglietta d’acqua, una rivista in edicola, materiale per la scuola in cartoleria, ricariche telefoniche in tabaccheria.
InPost Italia ha condotto studi sui comportamenti d’acquisto nei supermercati dotati di locker, rilevando come una quota significativa di persone che ritira un pacco decida poi di fare la spesa.
La diffusione dei punti di ritiro riguarda ormai l’intera Italia, con particolare concentrazione nelle aree urbane. InPost utilizza algoritmi che analizzano densità di popolazione, punti di interesse e flussi di mobilità per decidere dove posizionare i propri punti. “Abbiamo un obiettivo – commenta Nicola D’Elia, Managing director di InPost Italia – fare in modo che oltre il 60% della popolazione italiana abbia un punto della rete a meno di un chilometro di distanza. Le categorie di esercenti coinvolte sono variegate: tabaccherie, edicole, cartolibrerie, librerie, bar, negozi di telefonia ed elettronica, negozi multiservizi come Caf. Nelle grandi città come Milano non mancano nemmeno punti specializzati che fanno esclusivamente ritiro e spedizione pacchi, spesso combinando i servizi di più operatori. La maggior parte degli operatori offre contratti flessibili, senza vincoli a lungo termine. InPost, per esempio, permette agli esercenti di rescindere il contratto con un preavviso di un mese.
Le piattaforme consentono inoltre di tarare i volumi e il numero di pacchi da gestire, evitando che un piccolo negozio di 10 metri quadrati si trovi sommerso da televisori e pacchi ingombranti. Tuttavia non tutti i punti sono uguali agli occhi degli operatori. Gli orari di apertura fanno la differenza: un negozio chiuso per tre o quattro ore al giorno, chiuso il sabato e la domenica, difficilmente verrà selezionato. “Idealmente vorremmo replicare la disponibilità dei locker, che sono disponibili 24/7”, ammette D’Elia.
Uno dei principali ostacoli segnalati dagli esercenti riguarda i tempi di pagamento. Mentre Ups rappresenta un’eccezione positiva con pagamenti a 30 giorni, altri operatori possono arrivare fino a 90 giorni. “Se parliamo comunque nell’arco del centinaio di euro al mese, se non mi arriva questo mese mi arriva il mese dopo”, minimizza Rosa. Ma per chi gestisce volumi più elevati o combina più operatori, i ritardi nei pagamenti possono rappresentare un problema di liquidità non trascurabile. Nicola Bonamini, titolare di un Mail boxes etc a Sarzana, offre uno sguardo dall’interno del sistema logistico: “I punti di ritiro sono solo unicamente a vantaggio del corriere e dell’e-commerce. Vanno a ottimizzare portando tanti pacchi in un unico luogo per caricare meno il corriere. Per il negozio il guadagno è irrisorio”. Il risparmio per gli spedizionieri è evidente: un pacco destinato a un punto di ritiro costa meno di uno consegnato direttamente al privato.
Nonostante i guadagni diretti modesti, il fenomeno continua a espandersi. InPost riceve numerose candidature spontanee di esercenti, anche se non può accettarle tutte per evitare saturazione in determinate zone. Il gruppo ha gestito oltre un miliardo di pacchi nel solo 2024, con un aumento del 22% rispetto all’anno precedente. Il modello italiano guarda con interesse alla Polonia, dove InPost è nato e dove nelle grandi città il 90% delle persone ha un locker entro 500 metri. Lì, più della metà dei pacchi viene consegnata fuori casa, un dato che in Italia è ancora lontano: l’85% delle consegne e-commerce avviene tuttora al domicilio. Per gli esercenti, la decisione di diventare punto di ritiro rimane quindi una scommessa: pochi euro garantiti, ma la possibilità di intercettare clienti nuovi in un contesto commerciale sempre più difficile. Come sintetizza Rosa: “È un sistema per creare traffico, che rientra tra i tanti servizi che offriamo noi edicolanti, per cui guadagniamo davvero poco. Ma se l’e-commerce è una realtà in continua crescita, meglio entrare a contatto con il settore che non farlo”.