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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Proteggiamo di più il nostro udito

Essere un po’ duri d’orecchio è uno dei problemi più diffusi: le ultime proiezioni dell’impatto del calo dell’udito nel mondo realizzate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblicate su The Lancet, parlano di oltre un miliardo e mezzo di persone con qualche difficoltà a sentire bene, pari a circa il 20% della popolazione mondiale. In 400 milioni sono alle prese con un deficit uditivo moderato o grave che richiederebbe l’uso di un apparecchio acustico: il condizionale è d’obbligo perché, mentre gli occhiali si inforcano senza troppi pensieri, tuttora parecchi non accettano di buon grado l’idea di doversi mettere l’apparecchio. Così fingono di sentirci benissimo, con conseguenze pesanti sulla qualità di vita ma anche sulla salute: basti pensare che la perdita dell’udito è ritenuta la terza causa di disabilità al mondo. Il rapporto Oms inoltre sottolinea che la maggioranza delle persone con un deficit uditivo ha superato i 50 anni, un’età in cui è fisiologico iniziare a perdere pian piano un po’ di acutezza uditiva, ma lancia un allarme per il futuro: anche solo tenendo conto dell’invecchiamento della popolazione, nel 2050 il numero di chi avrà problemi a sentire bene è destinato ad aumentare del 56%. La faccenda però assumerà probabilmente contorni ancor più preoccupanti, visto che sempre più esperti sottolineano come le persone con disturbi uditivi, anche in età giovanile, siano in continua crescita. Per invertire la rotta però si può fare molto, perché la perdita dell’udito è in larga parte evitabile seguendo alcune regole di prevenzione.

Il deficit uditivo è un’epidemia silenziosa, non solo perché porta a vivere in un mondo sempre più «muto», ma soprattutto perché è un problema spesso rimosso e sottostimato: difficilmente si pensa a come prevenire la perdita dell’udito o a fare controlli per verificare che tutto sia a posto, come accade molto di più per la vista, e chi si accorge di avere qualche difficoltà non di rado mette la testa sotto la sabbia per parecchio tempo.

Ci comportiamo insomma in modo opposto a quel che sarebbe raccomandabile per mantenere le orecchie in perfetta salute. Anche perché, come ha sottolineato di recente uno studio statunitense condotto su oltre 500 persone seguite per 25 anni per valutare l’incidenza dei deficit uditivi e i fattori che vi si associano, molti elementi che possono comportare un calo uditivo sarebbero facilmente gestibili attraverso scelte di prevenzione alla portata di tutti.

I dati sottolineano per esempio che negli under 50 il fattore di rischio principale per i disturbi dell’udito è l’esposizione al rumore, mentre in chi ha superato i 50 è la pressione alta ad avere un maggior peso; in chi non è più giovanissimo l’ipertensione è anche responsabile di una maggior probabilità di progressione del deficit verso livelli di sordità più gravi.

Se si escludono l’età avanzata e il sesso femminile, due parametri che accrescono il rischio di un calo dell’udito più consistente ma su cui si può fare ben poco, avremmo perciò molto margine per prevenire guai, come conferma Nicola Quaranta, direttore dell’unità di Otorinolaringoiatria del Policlinico Universitario di Bari e già presidente della Società Italiana di Audiologia e Foniatria, «si può fare tanto, fin da giovanissimi, innanzitutto proteggendo le orecchie dal rumore in eccesso. L’uso assiduo delle cuffiette per ascoltare musica o per i videogiochi, per esempio, di per sé non sarebbe un pericolo, se il volume fosse tenuto a livelli bassi: portarlo al massimo possibile provoca invece un trauma all’orecchio, che pian piano accumula danni. Questi sono proporzionali alla durata dell’esposizione: tante più ore si trascorrono “a tutto volume”, tanto più cresce il rischio di problemi uditivi».

Non a caso l’Oms raccomanda la regola del 60/60, ovvero di utilizzare le cuffie a non più del 60 per cento del volume e per non più di un’ora al giorno: per chi lavora da remoto e utilizza le cuffie per molto tempo in riunioni virtuali, la raccomandazione è impostare un volume ancora più basso, scegliere cuffie di alta qualità che cancellino il rumore di fondo esterno, fare pause frequenti e magari usare app che monitorino l’esposizione sonora.

I dispositivi come gli smartphone, in genere, segnalano se si è selezionato un volume eccessivo per l’ascolto in cuffia: è bene non ignorare l’avvertimento e abbassare un po’. Secondo le indicazioni Oms, un suono a 80 decibel (che corrisponde per esempio al traffico intenso; si veda anche il grafico) può essere tollerato fino a 40 ore a settimana, se si sale a 90 decibel (il livello di rumore di un phon a distanza ravvicinata) il tempo concesso senza rischi crolla ad appena quattro ore a settimana.

Meglio quindi non esporsi spesso a rumori troppo intensi, per esempio ai concerti o in discoteca dove i decibel possono superare abbondantemente i 100 decibel: in queste situazioni sarebbe meglio almeno stare lontano dagli amplificatori, utilizzando magari tappi per le orecchie per attutire il suono e prendendosi momenti di tregua acustica, allontanandosi spesso dalle sorgenti più rumorose.

Sottolinea Quaranta: «Purtroppo la rumorosità di fondo delle nostre vite è costantemente superiore ai decibel che sarebbero sicuri per l’udito. In teoria, i regolamenti che stabiliscono i limiti di sicurezza esistono; nei fatti, non c’è una concreta attenuazione del rumore attraverso un uso maggiore di materiali fonoassorbenti o una progettazione urbanistica e architettonica attenta all’acustica, pensiamo anche solo agli interni caotici di bar o ristoranti. Tutto questo ha delle conseguenze, non a caso gli abitanti dei centri urbani hanno in media una perdita uditiva maggiore rispetto a chi vive in aree rurali: è la cosiddetta “socioacusia”, un calo uditivo dovuto all’esposizione cronica, quotidiana a un rumore costante ed eccessivo. Dei danni non ci si accorge subito perché si accumulano lentamente e quello che facciamo sopportare alle orecchie da giovani lo paghiamo poi da adulti, dopo i 50 o 60 anni; per questo è ancora più importante almeno evitare di esporsi al rumore non necessario».

A volte le orecchie fanno capire che si è esagerato, subito dopo essere stati troppo a lungo in un ambiente rumoroso: un classico esempio è l’acufene, il ronzio, fischio o fruscio che si sente nelle orecchie dopo un concerto rock o simili. È il segno della cosiddetta «deriva temporanea della soglia», una perdita uditiva che viene recuperata nelle ore e nei giorni successivi ma che, se si ripete, nel lungo periodo può essere dannosa. Il calo uditivo in questo caso emergerebbe con chiarezza in un eventuale test audiologico, che invece risulta normale in chi soffre di ipoacusia nascosta, «una patologia emergente che non si distingue con i test audiometrici», dice Quaranta. «È legata a cambiamenti nell’orecchio interno dovuti all’esposizione cronica al rumore (che nel tempo danneggia le sinapsi uditive, ovvero i punti di contatto fra le cellule sensoriali che convertono i suoni in segnali elettrici e le fibre del nervo uditivo che li portano al cervello, ndr) e si manifesta soprattutto con la difficoltà nel discernere il parlato in un ambiente rumoroso».

Chi ne soffre tende a distrarsi facilmente se si trova in mezzo alla confusione e preferisce appartarsi per conversare, perché altrimenti non comprende bene il discorso; se si hanno questi sintomi, oppure si soffre di acufeni o si è superata la boa dei 50, una visita audiologica è raccomandabile anche per valutare se ci sono fattori di rischio specifici che potrebbero accelerare o rendere più grave la perdita dell’udito.

«Oltre alla pressione alta, lo sono anche le malattie cardiovascolari, la sindrome metabolica, il colesterolo alto e l’uso di alcuni farmaci che possono avere effetti tossici sull’orecchio, tra cui alcuni antibiotici e diuretici, i chemioterapici o perfino l’acido acetilsalicilico, a dosi elevate», spiega Quaranta. «Uno screening uditivo dopo i 50 anni sarebbe utile per intervenire se necessario con gli ausili acustici, perché non sentire bene fa male alla salute: aumenta per esempio la velocità di decadimento cognitivo, da un lato perché il deficit uditivo porta a isolarsi dagli altri e quindi ad avere meno stimoli, dall’altro perché doversi sforzare per capire il prossimo comporta un sovraccarico cognitivo che costringe a investire tante energie in questo, togliendole da altri compiti mentali. Inoltre, la perdita dell’udito è anche associata a una maggiore probabilità di peggioramento del tono dell’umore e a depressione negli anziani».

Per tutti questi motivi chi ha un deficit uditivo dovrebbe correggerlo, proprio come chi non vede bene indossa gli occhiali; come tuttavia specifica l’esperto, «chi ha un calo uditivo lieve non sempre percepisce quanto sia necessario risolverlo e non vuole usare un apparecchio. Oggi però i possibili ausili sono tanti ed è importante trovare quello giusto; in caso di ipoacusia leggera, per esempio, possono essere utili gli occhiali che integrano microfoni e amplificatori aiutando a sentire meglio. Scegliere fra i dispositivi meno visibili aiuta a ridurre lo stigma nei confronti degli apparecchi acustici e consente allo stesso tempo di correggere il problema, con un impatto positivo sulla qualità di vita e una riduzione del rischio di declino cognitivo», conclude Quaranta.