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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Carta, scoppia il caso India: «Ecco come ci rivende quella che noi ricicliamo»

L’Italia è un campione mondiale del riciclo della carta: raccoglie bene, ricicla meglio e ha costruito negli anni una filiera industriale tra le più avanzate d’Europa. Ma questo primato oggi convive con un segnale d’allarme senza precedenti. «A partire dal 2025 è cessata l’operatività di 6 impianti cartari su 150, dopo oltre un decennio in cui il settore non aveva praticamente mai chiuso uno stabilimento», spiega Lorenzo Poli, presidente di Assocarta.
Due di queste cartiere potrebbero riaprire se le condizioni lo permettessero, ma la crisi oggi si riflette in un paradosso sempre più evidente: un quarto della carta riciclata in Italia viene esportato, nonostante la nostra capacità industriale sarebbe sufficiente a riassorbirlo.
Ogni anno il nostro Paese esporta oltre 1,7 milioni di tonnellate di riciclato e allo stesso tempo importa imballaggi prodotti con quella stessa materia, ma a maggior valore aggiunto.
«In pratica – sintetizza Poli – esportiamo una materia prima povera e reimportiamo un prodotto finito ricco. È l’esatto contrario di ciò che dovrebbe fare un Paese manifatturiero».
Il problema, chiarisce il presidente di Assocarta, non è la mancanza di impianti né di mercato. «Abbiamo tutto: la materia prima, la capacità produttiva e la domanda di carta per imballaggi che potrebbe essere soddisfatta interamente dagli stabilimenti nazionali». Eppure le cartiere lavorano mediamente al 70–75 percento della capacità. «Per un’industria a ciclo continuo servirebbe stare stabilmente tra il 90 e il 95 percento. Sotto quella soglia – avverte Poli – non si resta in equilibrio: la materia prima rimane inutilizzata e il sistema si autobilancia esportandola». È in questo spazio che si innesta la crisi industriale: meno volumi lavorati significano minori margini, perdita di commesse e, nei casi più gravi, fermate produttive e chiusure definitive.
Alla base della perdita di competitività ci sono soprattutto il costo dell’energia e la gestione ambientale. «In Francia, Germania o Spagna – osserva Poli – le cartiere riescono a vendere anche a 10 euro in meno a tonnellata o a fare sconti del 3 percento. E questo fa la differenza». Sul fronte dell’impatto ambientale il confronto è altrettanto penalizzante: «In altri Paesi europei gli scarti del macero finiscono nei termovalorizzatori, producendo energia. In Italia spesso paghiamo perché ce li vengano a prendere e smaltire. Così perdiamo la risorsa e perdiamo valore».
Il risultato è un flusso crescente verso l’Asia. Nel 2025 le esportazioni europee di carta da riciclare in India sono aumentate di oltre il 60 percento. «Ma l’Asia è un acquirente opportunista – sottolinea Poli – oggi c’è, domani potrebbe non esserci più». Una dipendenza che rende fragile l’intero sistema della circolarità, costruito negli anni su equilibri industriali oggi sempre più precari.
Secondo l’ultimo studio di Assocarta, che è un appello al governo, se l’Italia riciclasse tutto ciò che oggi esporta, la produttività del settore crescerebbe del 27 percento, creerebbe 1.360 posti di lavoro in più e un aumento del Pil di 1,4 miliardi di euro l’anno. Si tratta di valore economico, occupazionale e ambientale attualmente disperso. «Tenere il valore sul territorio significa anche ridurre le emissioni – conclude Poli – Non farlo è un lusso che oggi non possiamo più permetterci».