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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Occidenti, plurale

Inutile cullarsi nelle illusioni: il mondo di ieri se n’è andato e non tornerà mai più. Non ce lo restituiranno neanche qualche smottamento repubblicano nelle elezioni americane di midterm e neppure eventuali successi democratici alle future presidenziali ammesso che si tengano in condizioni normali. Nessuno potrà garantire che il corso della storia riprenderà alla maniera di prima. Dopo ottant’anni di un Occidente più o meno stabile con la sua stella polare alla Casa Bianca, è bastato un anno di amministrazione Trump a far sì che nessuno potrà mai più sentirsi al sicuro sotto l’ombrello di Washington. Anche perché già Obama e Biden avevano avvertito l’Europa che i tempi della protezione incondizionata erano da considerarsi alle spalle. Definitivamente alle spalle. Il che non vuol dire che quel passato fatto di elezioni democratiche, libertà economiche, informative, nelle scelte di vita e in quelle religiose, nonché, soprattutto, stato di diritto, non vuol dire, dicevamo, che quel mondo sia andato definitivamente in frantumi e debba essere considerato indifendibile e irrecuperabile.
Solo che dovremo prendere in considerazione nuovi modi di proteggerlo e assicurare ad esso un futuro. Le cornici del dopoguerra – Onu, Nato, la stessa Europa unita, si sono dimostrate non più funzionali ad offrire garanzie di difesa alle democrazie. Democrazie, che peraltro definiamo occidentali per convenzione (dal momento che ce ne sono anche di asiatiche) e che ancora prosperano nel mondo intero.
Ma è giunto il tempo della loro maggiore età, il momento che facciano da sé. Dialogando e concordando con gli Stati Uniti quando è possibile. Altrimenti muovendosi da sole entro schemi nuovi che coesistano con quelli antichi.
In questo senso, i discorsi pronunciati dal premier canadese Mark Carney e da Volodymyr Zelensky al World Economico Forum di Davos sono stati, a leggerli tra le righe, perfettamente sovrapponibili. Più sistemiche quelle di Carney, maggiormente piegate ad esigenze tattiche quelle del leader ucraino, le loro parole non sono state pronunciate per difendere gli interessi di Ottawa o di Kiev. È di noi, dell’Occidente, che si parla. Di come possiamo reagire con celerità alla «sorpresa» costituita dal fatto che l’«amico americano» non si limiti a sottrarsi alle responsabilità assunte dopo la Seconda guerra mondiale ma si allei sfacciatamente con il nemico. Oggi in Europa, domani in Medio Oriente, dopodomani in Asia. Sono da mettere nel conto i colpi di scena più impensabili: non c’è alcuna linearità nelle erratiche scelte dell’amministrazione americana. E non sono da escludersi – tutt’altro, anche se è eccessivamente precipitoso darle per scontate – degenerazioni autoritarie del mondo trumpiano. Del resto, la facilità e la felicità con la quale il presidente degli Stati Uniti instaura rapporti con Paesi che non rispondono al canone occidentale, dovrebbe pur dirci qualcosa. Lo fa per esibiti interessi economici, d’accordo. Ma la voluttà con cui si abbandona tra le braccia di dittatori o simil dittatori ci segnala che c’è in lui la soddisfazione di immaginare il proprio futuro in compagnia di coloro che il 6 gennaio del 2021 non storsero il naso al cospetto nell’assedio di Capitol Hill. E contemporaneamente di togliersi dalle scatole i rappresentanti di quei Paesi che considerarono e ancora considerano quell’episodio alla stregua di un peccato originale.
L’Occidente a questo punto deve avere il coraggio di dividersi in due, tre. Eventualmente anche quattro o cinque. E mettere al mondo nuove alleanze che, senza entrare in contrasto con le antiche, siano in grado di prendere decisioni, anche militari (sempre, beninteso, di carattere difensivo), in tempi rapidi senza subire veti ed essere costrette ad impaniarsi in quel genere di discussioni che ci ha rinfacciato Zelensky. Ci sembra questo l’unico modo per supplire al venir meno di una leadership mondiale dell’Occidente. Alleanze circoscritte che eventualmente possano intrecciarsi tra loro. E non escludano per principio eventuali accordi con gli Stati Uniti ove mai essi si rendano lealmente disponibili. Ma senza che mai più torni a loro il comando.
La via che ci indicano in molti, quella di gettarci tra le braccia della Russia, della Cina o di qualche potenza mediorientale comportandoci all’occorrenza da «piccoli Trump» (cioè facendo politica e affari) è piena di insidie. Soprattutto in una fase storica come l’attuale in cui c’è un Trump, quello vero, che farà l’impossibile per mandare a monte iniziative del genere. Così come ha fatto con i «Willing» anglo-europei.
L’alternativa? Inseguirlo, giorno dopo giorno, nelle sue mattane – ieri la Groenlandia, oggi il board con i satrapi e qualche disgraziato capo di governo costretto a umiliarsi – non è né dignitoso, né saggio. Non sappiamo cosa capiterà a Trump (anche se un’idea ce la siamo fatta). Sappiano per certo cosa accadrà ai suoi compagni di strada: finiranno inesorabilmente nel burrone prefigurato da Mark Carney. Senza attenuanti, dal momento che tutto è chiaro già adesso.