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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Errori e pregiudizi nei tribunali elvetici

Siamo diffidenti? È il minimo. Le perplessità italiane sulla scarcerazione di Jacques Moretti e vari dettagli inquietanti nel tragico Capodanno di fuoco e morte a Crans-Montana, perplessità che pare infastidiscano i giudici svizzeri («Ma come, non vi fidate?») hanno radici antiche.
E affondano in processi che hanno visto i tribunali elvetici chiudersi a riccio contro troppi italiani che avevano chiesto invano giustizia contro gli autori di crimini insopportabili.
Cominciò tutto agli sgoccioli dell’800 quando a Zurigo si scatenò una paurosa «caccia all’italiano» nata dall’accusa a un nostro emigrato (peraltro condannato a tre mesi perché gli fu riconosciuta la legittima difesa in una rissa) d’avere ucciso a coltellate un arrotino alsaziano. Una scintilla in una polveriera. Come documenterà lo storico Peter Manz si leggevano allora verbali di polizia tipo questo: «Il Maulbeerweg e la Isteinerstrasse sono diventati invivibili a causa degli italiani che li frequentano. Non si può più camminare sui marciapiedi dalle sette di sera, quando gli italiani si accampano e fanno tanto chiasso che non si sente neppure la propria voce». O ancora: «Gli italiani tengono le finestre spalancate per tutta la domenica, dal primo mattino fino a sera. Le loro stanze sono affollate per tutto il giorno. Fanno tutto con le finestre aperte, anche vestirsi, come i selvaggi».
Non bastasse, scriveva la Neue Zürcher Zeitung citata anni fa dalla tv della Svizzera italiana, gli abitanti di Zurigo provavano «una profonda amarezza contro gli italiani immigrati, muratori e lavoratori della terra. La ragione di questa agitazione non ingiustificata sono i numerosi tafferugli notturni in cui i focosi figli del Sud, che sanno come evitare le liti e gli scontri da sobri, fanno uso dei loro coltelli...». Accuse false? Non del tutto, se lo stesso Corriere il 1° agosto 1986 riconosceva: «È probabile che l’odio latente contro la concorrenza degli operai italiani si sarebbe sfogato presto o tardi in altra occasione; ma quanto sarebbe meglio per il nome, per la reputazione nostra, che il pretesto non fosse sempre quel maledetto coltello». «The italian knife!» era denunciato anche da inglesi e americani. Troppi coltelli, in mano a troppi italiani.
Fatto sta che il pogrom contro i caffè, i negozi, le case dei nostri nonni, quelli violenti ma anche gli innocenti rei soltanto d’«impestare l’aria con la loro puzza d’aglio» fu spaventoso. Tanto da spingere i nostri consolati ad allestire treni di emergenza per portare in salvo i profughi in fuga. Augusto Bertoglio, «che abitava dinanzi ad un’osteria italiana», racconterà al Corriere «l’assalto dato a questa dalla folla che voleva massacrare una trentina d’italiani che vi si erano rifugiati. Questi opponevano una validissima difesa: ma gli assalitori, sfondato il portone, finirono per irrompere nell’osteria dove fecero scempio di quei poveretti». Un’ondata di odio incontenibile.
Eppure gli archivi, ricchissimi su altri temi, sono avari di resoconti dei processi contro gli autori di quelle feroci retate. E lo stesso storico svizzero Georg Kreis, studioso di xenofobia, ha sottolineato una sproporzione tra l’enormità delle folle assatanate che attaccarono gli italiani e le condanne per i protagonisti limitate a «poche settimane». Una sproporzione che, nella storia, si sarebbe ripetuta più e più volte.
Basti ricordare il caso di Attilio Tonola, un muratore della Val Chiavenna, padre di quattro figli, pestato a sangue nel 1968 a St. Moritz-Bad da tre energumeni per aver reagito al grido di «Tschau Tschinggeli», un insulto in dialetto tipo «ciao terrone» o meglio ancora «ciao zingaro». C’era tutto, contro quei razzisti: avevano ucciso con le aggravanti dei futili motivi, erano ubriachi fradici, avevano precedenti per reati vari compresa, per uno dei tre, una tentata evasione da un penitenziario nei Grigioni. E prima di andarsene a smaltire la sbornia a letto avevano cercato di sbarazzarsi del corpo trascinandolo in un garage dove l’Attilio, avrebbe accertato l’autopsia, era morto soffocato dal suo stesso sangue per ferite che gli avevano inferto, già a terra, prendendolo a calci in faccia con gli stivali. Durò due giorni, il processo. Due soli giorni. Senza che venisse nominata la parola xenofobia. E finì con una condanna a due anni al primo responsabile, 15 mesi al secondo, assoluzione per il terzo. E l’occultamento del cadavere trascinato in una baracca? «Era ancora vivo, faceva freddo e non volevamo lasciarlo in strada».
Un verdetto sconcertante. Nella scia di un’altra sentenza «anomala» del 1966 quando il tribunale di Araau aveva condannato per omicidio premeditato (premeditato!) un falegname, Kurt Haeberle, che aveva confessato d’avere ucciso a martellate un operaio, Vincenzo Rossi, buttato poi dentro un altoforno: 6 anni. Per non dire dell’assassinio di Alfredo Zardini, un bellunese che, lasciati la moglie e un figlioletto a Cortina d’Ampezzo (non ancora benedetta dal turismo di lusso), era andato a «catàr fortuna» dalle parti di Zurigo e una notte in cui era bastonato dalla solitudine e dal vino, nel marzo 1971, fu massacrato in un’osteria a pugni e calci e scaricato in mezzo alla neve da un bestione di 130 chili alto due metri che aveva diversi precedenti per rissa. Durata del processo: una sola udienza. Condanna per il gigante omicida: diciotto mesi.
Perfino questi casi, però, sono quasi secondari rispetto a due tragici insulti che l’Italia non può dimenticare. Il primo è del 1875 quando i minatori piemontesi, lombardi, veneti, toscani che a Goeschenen scavavano la galleria del San Gottardo falciati da decine di morti per le esplosioni della dinamite e una micidiale malattia battezzata «anemia del Gottardo», scesero in sciopero chiedendo condizioni di lavoro meno spossanti e pericolose. Come risposta i padroni dell’impresa fecero radunare trenta squadristi armati fino ai denti che spararono sulla folla ad alzo zero ammazzando quattro minatori e ferendone molti altri. E il processo? Evaporato. Come sarebbe evaporato 90 anni dopo l’inchiesta sulla strage con 88 vittime (55 italiane) su cui Toni Ricciardi ha scritto il libro Morire a Mattmark.
Un migliaio di operai lavoravano giorno e notte sotto il ghiacciaio dell’Allalin per costruire una grande diga. Come si accerterà, il ghiacciaio aveva dato segni di smottamento. E i responsabili del cantiere lo sapevano. Eppure misero i baraccamenti sotto la linea di caduta della frana. Senza servizi di monitoraggio per controllare se un pezzo di montagna si fosse mosso. E il 30 agosto 1965 venne giù. Pareva tutto chiaro. E il pubblico ministero accusò 17 persone. Ma non solo rinunciò a chiedere una pena detentiva: propose per tutti multe dieci volte inferiori a quelle fissate dal codice. Sentenza: tutti assolti e spese processuali a carico dello Stato. In appello sarebbe andata ancora peggio: tutti assolti e spese per metà a carico dei parenti dei morti.
Sinceramente: la diffidenza degli italiani avrà o no, oggi, dei buoni motivi?