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 2026  gennaio 25 Domenica calendario

Intervista a Salvatore Trifirò

Salvatore Trifirò, 93 anni, decano dei giuslavoristi italiani. Armatore, atleta e ora scrittore, con il libro «Volevo fare il viceré». C’è riuscito?
«Sono nato in Sicilia, a Barcellona Pozzo di Gotto, nel 1932: c’era solo una strada dello struscio, via Roma, dove iniziava e finiva la vita delle persone. Io volevo di più: sono stato educato a eccellere. Sedevo al primo banco: quando ci fu in palio una medaglia per una gara di lettura mia madre mi legò a una sedia, lei leggeva e io ripetevo. Vinsi».
Una mamma tigre.
«Una mamma tenera, alla quale devo molto. All’età di 11 anni mio padre morì dopo aver contratto la tubercolosi. Quando mi sono laureato eravamo io e lei, con un mazzolino di fiori. Il giorno dopo mi disse: “Vai da tuo zio a Milano”. Mi preparò un panino con la cotoletta per il viaggio».
Nel libro c’è la Sicilia degli anni ’30 e la Milano degli anni ’50. A quale è più legato?
«Conservo quel senso di angoscia atavica, forse perché noi siciliani ci portiamo dietro le tragedie greche. Milano per me è la vita, il posto dove mi sono realizzato: qui ho conosciuto mia moglie Paola, è cresciuto mio figlio Stefano. Vado per i 94 anni, ho in mano il cd della mia vita e nel libro la racconto. Un giorno mi sono messo a parlare degli Anni di piombo a dei ragazzi, mi hanno detto: “Che bella storia, perché non la scrive?”».
Nella prefazione Ferruccio de Bortoli racconta che «quell’immigrato, ricco solo della voglia di fare, riusciva a malapena a mettere insieme il pranzo con la cena».
«Lo zio su cui mia madre faceva conto mi aiutò poco. Avevo in tasca 50 mila lire raccolte fra i miei parenti. Condivisi con un amico una stanzetta da 4 mila lire al mese. Mangiavo alla mensa comunale, ma ero sicuro che ce l’avrei fatta.
Avevo una bella cultura, leggevo Steinbeck, i classici russi e quello che veniva dall’America. E molta positività».
Gaetano Afeltra nel libro Milano Amore Mio ha raccontato l’arrivo da Amalfi per diventare un giornalista del Corriere. E non si è voltato più indietro.
«Ho conosciuto “Gaetanino” e mi colpiva il suo attaccamento a Milano: quando andavo a Londra mi chiedeva di portargli i profumi preferiti. Anche io ho pensato che in Sicilia non sarei tornato più: avevo paura di perdere quello che stavo costruendo a Milano. Fin da piccolo dicevo di voler fare il viceré».
Perché non il re?
«Fare il viceré significava avere un margine di crescita, un sogno. Il sale della vita sta tutto qui».
Nel 1986, dopo una carriera nello studio Grassetti ha creato Trifirò & Partners.
«Quando il professor Grassetti chiese chi si voleva occupare di quelle 15 mila cause pendenti di diritto del lavoro, io mi feci avanti. Mi disincentivò: “Lasci perdere, le cause di lavoro sono povere”…».
E invece ha proseguito e ha introdotto delle novità.
«Capital mi dedicò la copertina sui contratti d’oro e di ferro che approntavo per i grandi manager. Fui il primo a introdurre nella retribuzione variabile le stock options, che hanno consentito un notevole aumento delle liquidazioni».
Le spetta un altro primato: la riesumazione di una salma per il test del Dna.
«Assistetti gratis una signora senza mezzi che aveva avuto un figlio dal suo ex datore di lavoro, un petroliere, e ottenni per la prima volta in Italia di riesumare la salma. Purtroppo il ragazzo morì il giorno precedente alla sentenza».
Negli Anni di piombo ha rischiato la vita?
«Venni convocato d’urgenza dal capo della Digos: ero nel mirino delle Br. Mi consigliarono di tenere una pistola».
Scrive: «Non serve essere Einstein. Basta un’intelligenza media».
«Conta la tenacia: con la determinazione puoi arrivare dove vuoi. E poi la sintesi. Al cliente chiedo di iniziare dalla fine, dal risultato che vuole ottenere».
La sua grande occasione.
«L’incontro con Cesare Grassetti, uno dei più grandi civilisti del Novecento: è stato l’autobus che non ho perso. Mi mise alla prova e lo convinsi a tal punto che mi decuplicò lo stipendio che percepivo nell’altro studio».
Il segreto della sua forma?
«Ho lavorato per una vita 24 ore su 24, è stata mia moglie Paola a convincermi a fare sport. Ho iniziato a 70 anni e anche questo è un insegnamento: non è mai troppo tardi. Ad un certo punto il mio trainer mi ha proposto di correre ai Campionati italiani di Ancona nei 60 metri indoor: ho vinto la medaglia d’oro! E ai World Masters of Athletics di Alachua County in Florida ho conquistato l’argento».
Il ballo è una delle sue passioni. La tiene giovane?
«Sì, da ragazzo inventavo i passi. Per me significa esprimere poesia, allegria, dolcezza, tirar fuori la parte buona. Quella “cattiva “è per il giorno dopo, al lavoro, per condurre il cliente alla vittoria».
E poi le barche.
«Abbiamo avuto delle barche meravigliose, da Zefira a Ribelle: la parte più divertente forse è la progettazione».
Al lavoro ha incontrato sua moglie Paola.
«La donna della mia vita: stiamo insieme da molti anni ma l’ho conosciuta davvero durante il Covid. Prima quando arrivavo a casa era come se fossi sceso da un ring: volevo solo riposare. Con il Covid ho scoperto le cose che faceva perché tutto fosse perfetto. È molto legata a Stefano, il figlio che ho avuto da Anna, la mia prima moglie: ha chiesto l’adozione speciale».

Chi sono i suoi amici?
«Quelli disposti a fare per me quello che io sono pronto a fare per loro: fino all’impossibile per aiutarli».
Crede nell’aldilà?
«Purtroppo al di là della mia ragione non so andare».