Avvenire, 24 gennaio 2026
Soldi per chi lascia Hamas
Quando a Gaza giorni fa si era sparsa la voce secondo cui sono stati trovati i soldi per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici della Striscia, e chi lascerà Hamas per arruolarsi con la polizia dell’autorità nazionale palestinese avrà denaro e stabilità, molti pensavano a una trappola per consegnarsi. Ma ieri è arrivato l’annuncio ufficiale: «Cento milioni di dollari al mese per i prossimi due anni».
È il primo passo dell’Autorità nazionale palestinese per riprendere il controllo della Striscia. Il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza «ha approvato il bilancio mensile degli stipendi del settore pubblico per Gaza, pari a 100 milioni di dollari al mese». Un bilancio che farà parte «di un sistema salariale professionale e trasparente, concepito per migliorare gli standard di vita a Gaza e garantire ai dipendenti del settore pubblico un reddito equo e dignitoso, che favorisca stabilità, responsabilità e una vita normale», spiegano le fonti di Ramallah. Fino al 2023 l’ufficio statistico palestinese registrava circa 84mila dipendenti pubblici in tutta la Striscia. Hamas a sua volta pagava con discontinuità i salari a 50mila lavoratori, un certo numero dei quali risultavano essere anche dipendenti dell’Autorità palestinese. Tra questi anche militanti del gruppo fondamentalista inquadrati come forze di sicurezza ufficiali. Alla filiera di Hamas gli stipendi venivano pagati attraverso cospicui finanziamenti esteri, in maggioranza dal Qatar, che spesso ha dovuto negoziare con Israele il consenso per l’invio dei fondi attraverso canali concordati. Se il piano di Ramallah andasse in porto, lo stipendio mensile medio sarebbe di circa 1.000 euro.
Ma nella Striscia, oltre alla guerra che non smette di fare lutti nei giorni di cessate il fuoco, si combatte anche un’altra battaglia. Secondo l’agenzia Reuters, Israele vuole limitare il numero di palestinesi che entrano a Gaza attraverso il valico di frontiera con l’Egitto, per assicurarsi che il numero di chi fuoriesce sia superiore a quello di chi entra, continuando a far diminuire i residenti effettivi nella Striscia. Diverse fonti hanno indicato negli Usa i principali sostenitori del piano. Ma l’ambasciata degli Stati Uniti in Israele non ha voluto rispondere alle richieste di chiarimento dai media. Più della ricostruzione e del “Piano Trump” che nei palazzi del potere a Ramallah ufficialmente tutti appoggiano, ma nelle chiacchiere ai tavoli del thè assicurano che nella forma annunciata sarà irrealizzabile, è il controllo del denaro che interessa: viene percepito come la principale via d’accesso alle istituzioni guidate da Abu Mazen. «Questa decisione segna un primo passo concreto nel trasferimento dell’autorità ammini-strativa al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza», spiega infatti una fonte vicina al comitato palestinese per Gaza. «Ancora più importante – osserva l’analista politico palestinese Samer Sinijlavi – potrebbe rivelarsi il passo più efficace verso il disarmo di Gaza, non attraverso la forza, ma attraverso la governance, la dignità e la sicurezza economica». A suo dire: «Quando le istituzioni funzionano, gli stipendi vengono pagati e le persone possono vivere dignitosamente, l’estremismo perde ossigeno».