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 2026  gennaio 24 Sabato calendario

Le donne di Irmgard Keun che i nazisti trovavano troppo libere

Pubblicato in Germania nel 1931, Gilgi, una di noi fu immediatamente un best seller, così come il successivo Doris, la ragazza misto seta. Ciononostante, entrambi i romanzi della scrittrice Irmgard Keun – ancora prima di vedersela con la censura nazista – dovettero affrontare le resistenze di una critica conservatrice e nazionalista che si sentiva attaccata nei suoi valori tradizionali. Gilgi rappresentava un’idea di donna che sfidava la morale del tempo, che non incarnava il cosiddetto “spirito tedesco”, un concetto tanto vago e astorico quanto ideologicamente pervasivo e disastroso. Fu proprio questa l’accusa con cui i suoi libri furono messi al bando dal Terzo Reich e fatti sparire dalla circolazione. Al contrario dei dissidenti che scelsero la via dell’esilio, Keun rimase nella Germania nazista per altri tre anni. Scrisse – per esservi ammessa – alla Reichskulturkammer (l’agenzia governativa istituita da Goebbels come organizzazione professionale di tutti i creativi tedeschi, dove bisognava presentare il “certificato ariano") e nel 1935 arrivò persino a intentare una causa per danni materiali perché la sparizione fisica dei suoi volumi le aveva creato un disagio economico. Ed eccoci di fronte alle contraddizioni di Keun, e di Gilgi: come si fanno a coniugare idealismo e pragmatismo? O forse quello a cui assistiamo è un gesto strategico, e in questo radicale? Sfidare il sistema con le sue stesse armi?
Se sia possibile smantellare la casa del padrone con gli strumenti del padrone è una questione tuttora aperta. Ma resta il fatto che ci si può provare, benché spesso la casa del padrone occupi il nostro spazio interiore e non ce ne accorgiamo per il semplice fatto di non abitarci.
Fa sorridere, in un certo senso, vedere Keun impegnata in una battaglia legale contro il Terzo Reich per chiedere legittimamente ciò che le spetta, se pensiamo alla rappresentazione dello scrittore che ci ha offerto in Gilgi, una di noi: Martin, un uomo tormentato dai propri demoni e dai piaceri della vita, l’alcol su tutto, velleitario, sbandato, totalmente disinteressato al denaro. Quanto Keun avrebbe voluto assomigliare a lui e quanto quell’idea faceva parte degli amuleti con cui gingillarsi per solleticare il proprio romanticismo?
Questi contrasti si ripercuotono nella sua esistenza: Tralow, suo marito, scriverà nel 1936 al presidente della Reichskulturkammer per gettare discredito su Keun, presentando una lettera in cui la moglie si lamentava del trattamento riservatole da quella stessa istituzione e sfruttando queste ragioni per avviare le pratiche di divorzio. Il suo grande amore, Joseph Roth – la quintessenza dell’amore tormentato e dello scrittore alcolista –, la porterà in un vortice di depressione finché sarà la stessa Keun a finire ricoverata per abuso di alcol. I suoi ultimi anni di vita assomigliano a ciò che Gilgi ha scongiurato per se stessa. Ma la spinta della rimozione è sempre all’opera e può venire a stanarti in qualsiasi momento.
C’è un’altra figura maschile centrale in questo romanzo: Pit, un caro amico di Gilgi, infatuato di lei e della causa socialista. Nei suoi confronti la ragazza prova una tenerezza mista a rabbia, nonché una certa gelosia, perché competere con il sol dell’avvenire è meno semplice che competere con un’altra donna. Pit è un personaggio fenomenale, raffinatamente moderno nei suoi rovelli, un uomo scisso tra un’indole da mansplainer e la necessità di decostruire la propria virilità. Se non è facile oggi, figuriamoci in un momento in cui Hitler stava salendo al potere. È a lui che si rivolge Gilgi quando cerca di trovare un ordine nella propria vita, ma per Pit l’unico ordine possibile è quello socialista. Lei non ci sta e poi di nuovo finirà per smentirsi, con una forma di altruismo più emotivo che politico, arrivando a capire che l’autoinganno è il più crudele degli inganni, e soprattutto il più complicato da mettere in atto. No, non ci si salva da soli.
La collettività per Gilgi non rappresenta la massa anonima che intravedeva nei discorsi di Pit, tuttavia si renderà conto molto presto che da quella massa affiorano volti familiari, volti a cui si vuole bene, e persino il proprio volto che si è tentato di rifuggire come il peggiore degli incubi: lo sguardo distorto e disperato della povertà. La perdita di controllo. La paura di non essere più nelle condizioni di scegliere.
Keun appartiene a quella categoria di autrici, che prima della teorizzazione femminista, avevano intuito la dimensione pubblica del privato. La sua mancanza di ortodossia rispetto al modello di donna voluta dal regime si manifesta anche in questo, come nella sua presa di posizione esplicita sull’aborto, tanto per dirne una («il paragrafo 218 contro l’aborto, che avrebbe dovuto essere stato abrogato già da un bel pezzo»). Ma c’è qualcosa di più sottile e innovativo di un posizionamento così aperto, ovvero la forma letteraria che adotta Keun: l’autonarrazione, il diritto a raccontare se stessi. Tanto più se è una donna a farlo, con un’ironia e una sprezzatura invidiabili, anche nei momenti più cupi e dolorosi.
Se Gilgi è una di noi, la vera domanda a cui tentare di rispondere è come si crea questo “noi”? Forse riconoscendoci nella frattura che ci ha indicato Keun: «Conosce il domani, conosce il pericolo, la quotidianità e il mai più. E nell’intimo presagisce il dolore e l’ineluttabile senso di perdita. Separa le labbra in un sorriso sapiente, e sente il più profondo e fisico dei desideri: quello della sofferenza, della certezza del dolore, della paura della febbre – una cosciente paura del sangue, che tratta le nostre gioie come oro».