La Stampa, 24 gennaio 2026
David Foster Wallace, 30 anni di genio infinito
Considerate per esempio Infinite Jest. Quest’anno, il primo febbraio, compie trent’anni e non è più un romanzo. Forse non lo è mai stato, ma a osservarlo dalla distanza che ci separa dal 1996, da David Foster Wallace, dalle riflessioni sul rap, sul tennis, sulla maniera che hanno i romanzieri di considerarsi sempre universali quando invece sono la razza più particolare che esista di scrittori, è evidente che ormai il libro universo, il mattone, il manifesto che ha scavalcato di mille pagine il postmodernismo per inventarsi una generazione del tutto nuova e completamente inadeguata, è un oggetto. Un bell’oggetto, un oggetto di culto, un oggetto che chiunque vorrebbe possedere ma nessuno ha il coraggio di leggere.
DFW non ha mai veramente spiegato cosa gli sia entrato in corpo quando ha deciso di scrivere Infinite Jest – che per il trentennale viene riproposto da Einaudi in un’edizione da collezione, per la traduzione di Edoardo Nesi. Della storia esistono varie versioni, alcune più attendibili, altre meno. Il suo secondo romanzo, La scopa del sistema, era stato una delusione commerciale e – ma questo dipende dalla natura stessa, ossessiva e appassionata di autocritica, dell’autore – editoriale. L’editor della casa editrice Little, Brown Micheal Pietsch, che aveva già lavorato ai suoi romanzi precedenti, ha sempre parlato del libro come di qualcosa che a un certo punto gli è capitato sulla scrivania. Un monolite nel quale era difficile mettere mano, frutto di un lavorio segreto e complicato, moralmente erosivo, che aveva lasciato l’autore in uno stato ancora più depressivo e insicuro di quanto lo avesse mai visto prima. Eppure, appariva necessario. Difficile, ma necessario. «Era un collasso strutturato», ha dichiarato Pietsch in alcune interviste. «Uno svuotamento emotivo completo, non sapevo se avrebbe mai più scritto altro».
È evidente che a quel punto DFW aveva bisogno di includere in un’unica opera la sua intera visione universale. La ripugnanza e l’attrazione per tutto ciò che di consumistico lo circondava. La teledipendenza, l’iper-vendibilità, la completa assuefazione dell’umanità a un intrattenimento che, in un futuro possibile, si trasforma in un obbligo simile alle imposizioni visive dell’Oceania di George Orwell in 1984, ma molto più inquietanti perché pop, colorate, irresistibili in chiave di consumismo trionfale. Wallace non sapeva rinunciare a niente, non sapeva non spendere e non sapeva non mangiare, bere, consumare, ballare. Era un bulimico esistenziale. Infinite Jest da questo punto di vista è il suo manifesto personale.
Come sia diventato un manifesto universale, è ancora tutto da capire.
«L’eredità di DFW, per me, è un argomento complicatissimo, ora più che mai», dice oggi a La Stampa il romanziere Jonathan Franzen. «È un mistero e una condanna». La stessa che ha inchiodato Infinite Jest lontano dal canone, ma nell’immaginario popolare che meno gli appartiene.
Di certo, Wallace non sapeva decidere. La sua vita è stata breve e non ha avuto il tempo, o forse la forza, di prendere una direzione definita e definitiva. Sapeva di essere uno scrittore brillante, probabilmente veramente la migliore voce della sua generazione, ed era benedetto dalla capacità innata di guardare con franchezza alle abominevoli aberrazioni della sua contemporaneità, dal kitsch delle crociere, alle aragoste bollite vive. Aveva negli occhi una meraviglia sincera, che guidava la sua visione, ma che non gli ha dato il tempo di scegliere cosa fare della sua abilità. Infinite Jest, da questo punto di vista, è un tentativo di forzare il meccanismo dell’ispirazione in movimento e di dargli, finalmente, una direzione certa. Serviva più a lui che al mondo, però non aveva fatto i conti con la fama.
Già nel marzo del 1996, a meno di un mese dall’uscita del romanzo, era chiaro che qualcosa di inaspettato stava succedendo. Il libro, difficile al limite del repulsivo, si vendeva. Di più: si fotocopiava, si faxava, si passava di mano in mano in versioni ridotte. Ora capitoli, ora gli imponenti paratesti che occupano lo spazio di una specie di secondo romanzo parallelo e alternativo. Stava trascendendo la sua funzione letteraria ed entrando in quella che lo avrebbe caratterizzato nei tre decenni a venire: di accessorio da avere, non necessariamente di libro da leggere. Il romanzo illeggibile che si scaglia contro il consumismo era destinato a fungere da totem del consumismo stesso. E così il suo autore, che adesso non aveva più spazio per scappare, né un posto dove andare a nascondersi.
L’effetto manifesto ha travolto Infinite Jest e DFW da quasi subito, e né l’uno, né l’altro, sarebbero più stati in grado di liberarsene. Dapprima, la visione del mondo di Wallace, il suo pessimismo moderato e affascinato, e la sua apparentemente ingenua fascinazione per il nazional-popolare, sono stati assunti a stile al quale aspirare per molti scrittori non ancora finiti. Oggi è un tipo umano, un modello di autore in camicia hawaiana che presenzia agli happening con fare di divertita superiorità e falso imbarazzo senza che ormai più nessuno lo trovi fuori posto. Nel 1996 era Wallace, preda della sua insormontabile ansia sociale. Imitata da tutti, eguagliata da nessuno. E poi Infinite Jest è diventato il contro-canone, al punto di alimentare il sospetto che nessuno lo legga più, ma che campeggi in tutte le librerie, occupando tutto lo spazio necessario ad essere sempre bene in vista.
Una delle leggende più diffuse sul concepimento di Infinite Jest è quella che lo vuole essere un’opera di impulso, il prodotto di un unico getto così intenso da risultare incontenibile, i trentasei metri di carta copiativa di Jack Kerouac aggiornati di quarant’anni. Pietsch lo ha descritto come la barra nera di 2001: Odissea nello spazio, comparso dal nulla e fondamentale. In realtà, all’Harry Ransom Center dell’Università del Texas, dove è conservato lo sterminato fondo di materiali, carte, appunti, ritagli, quaderni, bozze e fotografie di DFW, ne esistono già varie versioni parziali, a testimonianza del fatto che anche per il monolite più venerato della letteratura è esistito uno studio, un’aspirazione, una sofferenza. Ed è lì, in quell’arrovellarsi, che va cercato il senso del capolavoro di Wallace. Non nelle risposte che può dare o nella figura che fa appoggiato alla scrivania, non in uno stile di vita da imitare. Ma nella sua eterna e irreparabile fragilità, che a trent’anni dalla prima pubblicazione, forse, sarebbe il caso di restituirgli.