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 2026  gennaio 24 Sabato calendario

Molti figli molto potere

Contano le dinastie. Corpose, imponenti, ricche, auto perpetuanti. Il popolo non vuole saperne di riprodursi e allora pazienza, anzi meglio: che si estingua, che si accoppi con un’Ai e adieu. Autocrati, tecno oligarchi, re e vicerè del mondo hanno preso in mano le redini dell’incremento demografico, ben decisi ad accelerare la fine di tutto tranne che della propria stirpe. Delle molte cose che mai ci saremmo immaginati e che però si sono fatte realtà in un lampo, una delle più paradossali è che il globalismo ha portato al pronatalismo di pochi, anzi dei ricchi, specie dei ricchissimi, che hanno preso a coincidere in modo impressionante con i potenti.
Elon Musk ha 12 figli, Pavel Durov (fondatore di Telegram, il whatsApp di adulteri, spacciatori e giornalisti pentiti) ne ha 106 (e si è recentemente premurato di vincolare l’eredità di ciascuno di loro, facendo sì che possano accedervi solo tra un trentennio, così che non crescano smidollati come Paris Hilton, che prima di diventare filantropa e femminista ha impiegato più o meno i primi tre decenni della sua vita a sperperare le inesauribili rimesse familiari); il premier ungherese Viktor Orbàn ne ha cinque; il vice presidente statunitense J.D. Vance ne ha tre, il quarto è in arrivo. Lo ha annunciato, tre giorni fa, con un post su Instagram che sembrava un proclama regale, da monarchia assoluta dell’Europa pre ghigliottina, nel quale si diceva assai felice di poter condividere la lieta notizia, ringraziava i medici militari che seguono sua moglie, Usha – che così diventa la prima second lady della storia del Paese a essere incinta durante il mandato del marito – e che le saranno accanto fino a luglio, quando verrà al mondo il bambino, naturalmente maschio (fosse stata femmina si sarebbe creato un non auspicabile equilibrio di genere: attualmente in famiglia sono due donne e tre maschi). Si vociferava che tra la second lady e il vice president ci fosse maretta, aria di divorzio, e invece no, erano solo ormoni della gravidanza, erano solo voci dei menagrami di sinistra. Il messaggio di Vance alla nazione e al mondo si conclude così: «Grazie a chi ci consente di servire il Paese mentre conduciamo la nostra vita meravigliosa con i nostri figli». Ed è da queste poche righe che s’intuisce come, in verità, tra questi fertilizzatori del nuovo mondo, questi disgregatori delle verità di tutti meno che della propria, c’è chi vuole ripopolare il mondo con un esercito di propri consanguinei e chi, invece, i figli li fa per manifestare il potere di cui dispone, per darne misura, per creare, anzi ricreare lo scarto tra noi e loro, ripristinare l’aura che il populismo aveva frantumato. Se non può esserci differenza di classe, di cultura, di competenza, di stile, tra governanti e governato, può esserci però differenza di fertilità. Dimmi quanti figli hai e ti dirò quanto sei potente e capace, dal momento che, oltre che da ricchi, fare figli diventa sempre di più, almeno nella narrazione conservatrice, una attività assoluta, assorbente, qualcosa per cui per una donna vale la pena starsene a casa e farsi mantenere (le trad wife – tradizionaliste trumpiane – americane lo rivendicano per statuto), in opposizione invece a decenni di guerre culturali femministe e femminili che richiedevano e richiedono che le società s’incarichino di rendere maternità e genitorialità compatibili con la vita attiva. Il potere sta quindi anche nel requisire la madre, in questo specifico caso la povera Usha, che nel comunicato compare in calce, con la sua firma, e del cui stato di salute veniamo messi a parte dal signor marito. L’ostensione della prole, da insopportabile vezzo materno, diventa rivendicazione militaresca, ostensione del bottino: ehi, voialtri infertili, straccioni, guardate qua, voi zero e noi 4 (in Italia ovviamente abbiamo tutte fatto considerazioni sull’età di Usha, 40 anni, età che negli Stati Uniti, per quanto regrediti, a nessuna, che sia upper class o middle classe o immigrata, vale i confortevoli e incoraggianti epiteti delle ginecologhe e dei ginecologi italiani). Molti figli molto potere: sulle mogli, sul divorzio, sul gender gap, sull’inverno demografico, sul catastrofismo di sinistra (a settembre il New York Times ha scritto che i figli si fanno di più a destra perchè a destra sono tutti meno impensieriti dalle sorti del mondo, mentre a sinistra sono tutti afflitti dalla sindrome di Nostradamus).
Essere pluripadri è il nuovo essere madri: dispensa dalle maldicenze, è garanzia di rispettabilità (ricorderete che la premessa preferita di Matteo Salvini è, da tempi non sospetti, «lo dico da padre»), fa status quanto un rolex, mostra un’invidiabile salute a un mondo parecchio malmesso, invecchiato, talvolta anche precocemente, e di recente assicura persino un posto nei Board of Peace e soprattutto colloca in un empireo, quello dove si riesce a fare una famiglia, arte che richiede una notevole compagine di talenti.
I corpi delle donne tornano a essere venerati e venerabili contenitori, e le mogli tornano a non dire niente se non che sono in uno stato di grazia, che niente è bello e sacro e potente come una pancia all’ottavo mese.
I più celebri pronatalisti americani sono cresciuti nella Silicon Valley, dove fino a qualche anno fa si creavano App per frodare le case discografiche e mettere il mondo in mano a tutti, specie ai miserabili, e ora invece si architettano piani eugenetici di procreazione mirata. Li abbiamo visti in decine di servizi: Malcolm e Simone Collins di Philadelphia, lei ex startupper della Valley, convertitasi alla vita in fattoria dedicata a fare figli previo test genetico finalizzato soprattutto a produrre individui con quoziente intellettivo al 98esimo percentile. Attualmente hanno 5 figli, ma puntano a 12. Lei sa che è molto pericoloso, ma si è più volte detta felice di sacrificarsi per la causa: dare un esempio di come si crea una stirpe di invincibili. Il pronatalismo popolare è un’ideologia inquietante alla quale oligarchi e riccastri non si appellano ma che, naturalmente, fomentano: sanno benissimo che indurre uomini e donne a fare figli li dispenserebbe dal doversi industriare per adattare le società che governano al più colossale cambio di rotta dell’umanità degli ultimi cinquant’anni: il calo demografico, la sua radice nell’indipendenza delle donne, e nel solidale individualismo che va affermandosi e che cambierà case vicoli e palazzi prima ancora che famiglie stipendi e pensioni. Solo che non gli riesce: Putin punisce persino gli spot che vengono ritenuti inneggianti alla vita senza figli, detassa le madri e salassa le non madri, ma niente da fare, bimbi non ne vengono. Negli Stati Uniti le uniche rimaste a far figli sembrano essere le donne single (quelle che in Italia sono ai limiti dell’illegalità pressoché per tutto, e non hanno alcun diritto di accedere a nessuna delle tecniche con le quali si resta incinta negli anni Venti del nuovo millennio, nessuna delle quali, spiace, passa per il sesso). E allora, vista la poca ricettività delle persone normali, che anche se non sembra visto come va il mondo, sono ancora la maggioranza, meglio puntare a chi passa la vita vestita da romanzo di Margaret Atwood, aspettando di morire di parto. Poi ci sono le alte sfere, dove il vicepresidente cattolico di un Paese che usa un bambino di 5 anni come esca per far arrestare il padre immigrato (è una delle ultime prodezze dell’Ice), ci racconta che i bambini rendono la vita meravigliosa. Per i propri porci comodi, naturalmente.