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 2026  gennaio 24 Sabato calendario

Intervista a Piergaetano Marchetti

Per mezzo secolo si è seduto ai tavoli e nei consigli di amministrazione dove si è deciso il destino del capitalismo italiano: da Mediobanca a Bpm, da Saipem a Generali. Guai però a definire Piergaetano Marchetti un uomo di potere: «Lo escludo totalmente, ho solo dato un contributo con le mie competenze», replica netto. «L’umanità più ricca e stimolante l’ho trovata altrove: tra i colleghi di mia moglie, ad esempio, quando insegnava alle scuole medie». Una questione di confini e di distanze, dice, seduto nel suo studio di notaio alle spalle del Duomo di Milano: «Non ho mai comprato yacht per ospitare clienti né frequentato golf club. E poi ho sempre seguito la stessa regola: non montarsi la testa e restare nel proprio perimetro professionale».
Essere milanese l’ha aiutata?
«L’understatement è tipico di una parte di questa città, ma conta soprattutto l’educazione. Vengo da una famiglia composita: dei quattro nonni, uno era imprenditore serico sul lago di Como, due avevano origini ebraiche, l’altra era tedesca di religione luterana. È da lì che ho imparato ad ascoltare e rispettare, senza smanie di protagonismo».
Suo padre Carlo fu il primo notaio a lavorare in tv: Mike Bongiorno gli si rivolgeva per dipanare i dubbi sul regolamento durante Lascia e raddoppia.
«Ma noi non avevamo la televisione proprio per una scelta precisa di mio padre: così, per vederlo il sabato sera, andavamo in un cinema di periferia a Milano».

La scelta di seguire le orme professionali di suo padre nacque allora?
«Avessi avuto la forza di osare, avrei fatto studi medici o letterari. E in effetti, dopo la laurea in Legge mi iscrissi a Lettere, ma al primo esame – di psicologia, con Cesare Musatti – lessi nel suo manuale che chi, già laureato, si iscriveva a un’altra facoltà non aveva il coraggio di buttarsi nella vita. Smisi subito».
L’università però non l’ha più abbandonata: ha insegnato diritto per cinquant’anni. Come sono cambiati gli studenti?
«Difficile dirlo, specie in Bocconi dove ho a lungo insegnato e dove c’è una nutrita quota di stranieri. Spesso ho trovato allievi seri e impegnati, ma forse a volte troppo focalizzati sulla propria carriera. Avrei preferito che leggessero qualche romanzo in più, che andassero una sera in più a teatro, evitando il modello studio-sport di stampo americano. Non posso non notare una progressiva scomparsa delle basi culturali, agevolata, temo, dalla presenza sempre più capillare dei social».
Ci sono anche segnali positivi?
«Diversi. Pochi giorni fa, al Piccolo Teatro di Milano, di cui sono presidente, è iniziato un ciclo di lezioni sull’Europa organizzato insieme all’editore Laterza: in un pomeriggio sono andati esauriti gli abbonamenti. Segno che di fronte ai nodi importanti c’è ancora un interesse genuino».
A proposito di cultura: come sta Bookcity, la rassegna dei libri di Milano di cui è stato fondatore e a lungo presidente?
«Dopo 14 anni è viva e vitale: grazie alla sua capillare presenza sul territorio, è riuscita ad attrarre sempre più l’attenzione dei lettori. Lavoriamo sempre per migliorarla, provando a renderla un po’meno bulimica».
E Milano? Anche lei crede che negli ultimi tempi abbia perso parte del suo slancio?
«Non sento l’urgenza di far parte di questa crescente lamentatio. È una città europea, e tuttora è la punta avanzata del panorama italiano: ha sette università, una grande offerta musicale e teatrale. Certo: proprio per la sua crescita, ha degli squilibri sociali da colmare».
A partire dall’emergenza casa: per giovani e ceti medi acquistare o trovare in affitto è diventata una chimera.
«Il welfare va senz’altro migliorato, ma non va dimenticato che Milano, grazie alla presenza di ceti abbienti, ha una disponibilità di bilancio per l’assistenza significativa».
L’arrivo in massa dall’estero dei super-ricchi, attratti dalla tassazione agevolata, rischia di scavare ulteriori solchi sociali.
«Questo non è un problema solo locale, ma nazionale. Giudico molto più scandaloso l’ampio livello di evasione fiscale che c’è tuttora nel Paese».
Qual è il suo giudizio sull’amministrazione Sala?
«Non è affatto negativo, al contrario vedo molti aspetti positivi. Lo conosco per motivi professionali dagli anni in cui era dirigente in Pirelli e Telecom: ha sempre dimostrato capacità di governare organizzazioni complesse».
Nel 2027 si eleggerà il successore. Lei non ha mai nascosto di votare centrosinistra: circolano già alcuni nomi, da Anna Scavuzzo a Pierfrancesco Majorino. Che idea si è fatto?
«Niente nomi; occorre tuttavia cercare un profilo che, nella dovuta continuità, trovi innovazioni in grado di rivitalizzare e allargare, magari guardando all’università e alle professioni».
Sempre attraverso le primarie?
«Sono state importanti, ma se si vuole coinvolgere certi profili non so se oggi siano lo strumento migliore. Serve parlare in modo convincente a più persone possibile a cominciare da temi come sicurezza e immigrazione, anche a livello nazionale».
E in economia invece? Ci sono spazi per un nuovo interventismo dello Stato?
«Dopo i fallimenti dell’ondata neoliberista, un ritorno potrebbe essere utile ma solo seguendo piani e politiche industriali».
Come valuta le ultime operazioni nel settore bancario, a partire dalla scalata di Mps a Mediobanca?
«Non voglio parlare di casi di cui in passato mi sono professionalmente occupato. In generale, dico solo che – insieme a un rinnovato interesse della politica ad avere un ruolo centrale nella vita economica – registro molti aspetti problematici».
A cosa pensa in particolare?
«Troppi sfilacciamenti e incertezze, e poi non vorrei che interessi di parte prevalessero su una visione generale. Anche perché, questo, inevitabilmente, rischia di rispecchiarsi in livelli di crescita bassi».
Non sembra molto ottimista.
«In una poesia, “Il vecchio professore”, la premio Nobel Wisława Szymborska chiedeva a un docente come vedeva il futuro e questi rispondeva di aver letto troppi libri di storia per essere ottimista. Ecco: oggi potremmo dire lo stesso, ma sostituendo i libri di ieri con le notizie che leggiamo sui giornali».