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 2026  gennaio 24 Sabato calendario

Intervista a Miriam Leone

Non sa che viso avesse, neppure come si chiamava: “Avevo poco più di vent’anni ed ero stata a Roma per sostenere dei provini quasi per gioco. Sulla strada del ritorno, in una cuccetta della Freccia del Sud, un treno che aveva visto giorni migliori e che tra gli amici, sentendoci molto spiritosi, avevamo ribattezzato “Feccia del sud”, mi ripetevo “non ti puoi rimproverare niente, ci hai provato, adesso ti metti a studiare e lasci perdere per sempre”. Poi una mattina all’improvviso squillò il telefono. Una voce anonima dall’altro capo del filo mi diceva che ero stata selezionata per partecipare a Miss Italia. Non sapevo ancora che la mia vita sarebbe definitivamente cambiata, ma avrei avuto tempo per rendermene conto”.
Milano, pomeriggio invernale. Nonne, dolci, aria di festa. Miriam Leone prova a governare il caos: “Con risultati incerti: avere un figlio di due anni è come ritrovarsi ogni giorno sul set di Hunger Games”, e per dialogare in pace si appoggia a un’innocente menzogna capace di concederle una tregua. Ne Le cose non dette, il nuovo film di Gabriele Muccino che interpreta con Stefano Accorsi, Carolina Crescentini e Claudio Santamaria, segreti e bugie ritmano l’esistenza di due coppie costrette alla prova della verità: “È un apologo su ciò che ci teniamo dentro, sulla sincerità che in un rapporto sentimentale sacrifichiamo per scelta o per quieto vivere e sulla distanza emotiva che la mancanza di onestà insinua tra due essere umani”.
È un film in cui l’onestà ha un prezzo.
“È una storia in cui il matrimonio è abitato dall’inganno e le bugie si mettono tra i corpi, diventano il terzo incomodo, dilatano l’incomunicabilità, fanno crollare tutto. Le relazioni umane sono fragilissime e ognuno di noi è un conflitto vivente”.
L’universo maschile fotografato da Muccino sembra in profonda crisi di identità.
“Nel film l’uomo insegue un’emozione che gli sembra perduta, una seconda giovinezza, qualcosa che non trova più. Per superare l’angoscia sacrifica la realtà. E sacrificare la realtà porta inevitabilmente a delle conseguenze”.
Perché mentiamo, in coppia?
“Forse perché prima ancora di ascoltare vogliamo già punire e sapendolo ci proteggiamo con le invenzioni, o forse perché abbiamo idealizzato l’amore, restare soli ci fa paura e guardarlo in faccia per quel che è davvero ci spaventa”.
È un peccato?
“Uno spreco di energie. Dove stiamo veramente bene non abbiamo bisogno di mentire”.
Cos’è per lei, l’onestà?
“Un valore. Una liberazione. A volte una prova spietata alla quale siamo chiamati soprattutto con noi stessi. Io faccio l’attrice, metto le maschere, interpreto chi non sono, ma se devo mentire mi trovo a disagio”.
Cosa l’ha fatta sentire a disagio nella vita?
“Crescere. Ogni tanto guardo i ragazzi, i loro passi incerti, le loro fatiche adolescenziali e penso che se me lo proponessero non tornerei mai ai miei quindici anni”.
L’adolescenza è un incubo?
“È un momento infernale, ma è piena di cose bellissime che poi non si potranno fare più. Il problema è che non lo sai e lo scopri con fatale ritardo”.
Che ricordi ha della sua infanzia?
“Sono cresciuta in una famiglia felice, in cui mio padre e mia madre, divisi da qualche anno d’età e complici in un’avventura osteggiata dai più, decisero di amarsi al di là delle convenienze, delle economie incerte e della precarietà”.
Che bambina era?
“Una che rifiutava le divise, nei pomeriggi casalinghi riduceva il grembiule in piccole strisce e poi lo gettava nei bagni della scuola allagandoli,
una che beveva l’acqua gassata solo per ridere e vederla uscire a fiotti dal naso, una che camminava a piedi scalzi sugli scogli bollenti, che giocava al sole per ore e poi si tuffava dai faraglioni di Aci Trezza senza alcuna percezione del pericolo”.
Qualche balla la diceva?
“Mio padre mi ha dato un’educazione novecentesca, ma qualcuna, per sopravvivere, l’ho detta anch’io”.
Cose innocue?
“Rientravo a casa, facevo finta di andare a dormire e poi magari uscivo di soppiatto per l’ebbrezza di violare un divieto. Credo sia tutto in prescrizione”.
Come nella famiglia di un altro siciliano, Franco Battiato, nella sua non mancavano le sarte.
“Le sentivo “sferruzzare” dalla mattina alla sera, le donne di casa, in un silenzio pregno di parole dette a bassa voce e moniti ancestrali. Mentre loro facevano la maglia e io tenevo il rocchetto del filo per sentirmi utile, c’era un silenzio spezzato raramente dalle frasi dette a mezza bocca dalle nonne. Sembrava una preghiera, un film di Germi. E quel contesto mi ha lasciato in eredità rituali e magie. Quando però avvertivo un’aria che odorava di sottomissione culturale e prigionia psicologica, quando mi sentivo dire: “Non hai fatto bene il letto, non ti sposerà nessuno” e intravedevo un barlume di infelicità coltivavo soltanto il desiderio della fuga”.
Come nelle favole che leggeva da piccola.
““Cappuccetto rosso tornò a casa e nessuno le fece più del male”. È stato il primo libro che ho ascoltato con un’audiocassetta e poi letto, Cappuccetto Rosso. Letto, imparato a memoria e recitato davanti ai miei genitori attoniti. Anche quella favola iniziava con “C’era una volta””.
Ha sempre sognato di fuggire?
“Ho sempre sognato di trovare il mio posto in un mondo in cui le cose e i ruoli non fossero stabiliti a tavolino. Sono stata la prima donna della mia famiglia a iscriversi all’università, un salto che ha richiesto corsa, gambe e coraggio. Sono andata a prendermi la vita, prima che la vita prendesse me”.
Il lato oscuro dei suoi vent’anni?
“Il timore di non essere accettata, di non essere capita, di essere giudicata. Andavo in giro con capelli colorati e scarponcini. Per strada mi guardavano come fossi quella strana lasciando cadere nell’aria delle frasi non gentili. Essere considerati bizzarri, anomali e diversi può far soffrire, può farti sentire incompreso, solo, alla deriva”.
Ha mai nostalgia di qualcosa?
“Sono più malinconica che nostalgica, ogni tanto mi manca un profumo come quello dei gelsomini che estatica mi trovavo a fissare per ore e allora corro a cercarmelo. Ma lo struggimento per qualcosa che ho perso no, non mi appartiene, somiglia a qualcosa di inconcludente”.
Ha paura di sprecare il suo tempo?
“A volte, ma almeno non ho più paura di ferirmi. Mi è capitato e ho imparato che le ferite si rimarginano e diventano cicatrici. Sono una forza interiore le cicatrici, non ti dimentichi mai da dove vengono e cosa significano”.
E cosa significano?
“Che servono impegno, volontà e fortuna. E che possiamo ricominciare ogni giorno”.
La fortuna è stata dalla sua parte?
“Se ripenso al primo viaggio a Roma, ai rifiuti iniziali, alle persone che mi consigliavano di lasciare perdere il mio sogno, alla tenerezza di quella corsa in un grande magazzino per comprare un vestito e un paio di sandali allo scopo di affrontare un provino, non so come ho fatto a diventare un’attrice. Si è trattato anche di un colpo di fortuna? Sicuramente. Mi sento molto fortunata, ma so che questa fortuna me la sono anche saputa costruire”.
Come ne gode?
“Con lo stupore. Il cinema somiglia alla letteratura e recitare è una vertigine. È entrare in un racconto che non è il tuo ma potrebbe esserlo. Ogni volta che faccio un film mi tremano le gambe. È sempre una prima volta, un’emozione che non passa. È come se avessi il mio astuccio e le mie penne nuove stipate nello zaino e stessi per varcare il portone della scuola. Sono ancora la bambina che si siede al banco senza averlo mai fatto e vuole imparare con incoscienza”.
Lei ora ha quarant’anni. Ha perso per sempre quella della giovinezza?
“Speravo di averla persa e di essere diventata un’adulta conforme e invece cerco sempre l’anello che non tiene, il varco nella rete, lo spiraglio utile a cambiare un piano all’ultimo secondo”.
Cosa ha conquistato diventando adulta?
“La giusta distanza dal giudizio degli altri. Cresci quando lasci spazio all’ironia. Cresci quando qualcuno si comporta male con te e sei in grado di riderci su cambiando strada. Cresci quando ti liberi dal rancore”.
Ne è libera?
“Non provare rancore o perdonare un torto sono due cose diverse. Sul primo aspetto sono migliorata, sul secondo sto lavorando. Senza sentirmi il Candido di Voltaire provo a tendere all’innocenza e a cercare di non soffrire”.
Perché?
“Perché sono una ragazza sensibile”.