repubblica.it, 24 gennaio 2026
Il Metropolitan Opera di New York in crisi: “Ci vendiamo gli Chagall”
Nella serie tv Étoile l’intraprendente direttore del New York Metropolitan Ballet, una fittizia compagnia di ballo di primissimo livello di New York (interpretato da Luke Kirby), per salvare la sua compagnia e il teatro dalla bancarotta escogita con la direttrice del Ballet National di Parigi (una Charlotte Gainsbourg esistenzialista e nevrotica come da copione) uno scambio di primi ballerini e ballerine, nella speranza che il richiamo delle étoile straniere aiuti entrambi a fare sold out ai botteghini per tutta la stagione. Sembra pura fiction, eppure per correre ai ripari di fronte ai bilanci in rosso anche nella realtà le grandi istituzioni culturali escogitano stratagemmi sempre più singolari, cercando di valorizzare ciò che in gergo economico potremmo chiamare i loro asset, umani o artistici in senso lato.
È di queste ora l’indiscrezione, pubblicata dalla testata The Art Newspaper, che il Metropolitan Opera, un faro per le arti performative negli Stati Uniti e un pezzo di storia cittadina, dopo aver chiuso un accordo da 200 milioni di dollari con l’Arabia Saudita che porterebbe al finanziamento di Ryadh includendo una tournée invernale nel Paese arabo di tre settimane, starebbe valutando, tra i piani per rimettere in sesto i suoi conti, anche la vendita dei grandi murales che l’artista ebreo russo Marc Chagall realizzò appositamente per il teatro nel 1966. Poiché i soldi di Ryadh non stanno ancora arrivando, il direttore del Metropolitan Opera, Peter Gelb, ha messo in campo un piano di licenziamenti e di taglio degli stipendi dei dirigenti e la vendita dei due murales giganteschi ideati da Chagall appositamente per il Met, Il trionfo della musica e Le fonti della musica, hanno una valutazione complessiva di 55 milioni di dollari secondo la casa d’aste Sotheby’s; nel 2009, le opere di Chagall erano state utilizzate dal teatro come garanzia per un prestito.
Secondo il New York Times, Peter Gelb ha deciso di rinviare una produzione della prossima stagione, la Khovanshchina di Modest Mussorgsky, e sta anche tentando di seguire una strada già intrapresa da altri teatri e centri culturali newyorchesi, che hanno messo in vendita la possibilità di dare all’istituzione il proprio nome, vendendo i diritti di denominazione, o affittato il teatro tra una stagione di rappresentazioni e l’altra, per “tagliare senza compromettere i nostri risultati artistici”, ha detto. “Dobbiamo farlo”.
Ideati da Chagall per il Metropolitan Opera, dove si sono esibiti i fuoriclasse della lirica, da Caruso a Callas, ma anche del balletto, da Baryshnikov a Balanchine, e i più grandi direttori d’orchestra, da Toscanini a Muti ad Abbado, i due murales sono un esempio della produzione matura del grande artista, che sempre di più nell’ultima fase della sua lunga carriera (morì nel 1985, a 97 anni) predilesse le grandi superfici, lavorando sia su vetrate che su murales monumentali per edifici pubblici, laici e religiosi, sia in Europa che in altre parti del mondo.
I due murales americani, giocati sui toni del rosso (Il Trionfo della Musica) e del giallo (Le Fonti della Musica) sono un esempio tipico della poetica chagalliana, in cui motivi di diversa ispirazione si mescolano in composizioni affollate: in particolare, nel Trionfo della musica un violinista dalla testa di capro, che rievoca i tanti violinisti con cui Chagall omaggiò la tradizione musicale ebraica nei suoi quadri più giovanili, occupa il centro della composizione.
Nelle Fonti della musica, invece, una figura che rinvia al biblico Davide, re poeta e suonatore di lira, più volte rappresentato da Chagall nei cicli di illustrazioni dedicati alla Torah ebraica, attira lo sguardo dello spettatore nella parte alta del murale. Altre opere monumentali di questo tipo furono realizzate dall’artista in luoghi simbolo per la cultura occidentale: il più celebre è il soffitto dell’Opéra Garnier di Parigi. Entrambe le opere, oltre che alle arti performative, sono un più vasto omaggio a due paesi a cui Chagall era riconoscente. Proprio a New York, infatti, si rifugiò durante la Seconda guerra mondiale, scappando dalla Francia invasa dai nazisti. Mentre fu in Francia che decise di tornare alla fine del conflitto, restando a vivere in Costa Azzurra fino alla fine della sua vita.