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 2026  gennaio 24 Sabato calendario

Cosa sta succedendo ai curdi in Siria e perché dietro la fine del Rojava c’è Donald Trump

I curdi sono stati traditi. Di nuovo. E di nuovo dall’alleato occidentale, che dieci anni fa si era servito del coraggio di questo numeroso popolo senza Stato per contenere e sconfiggere i terroristi dell’Isis e che, adesso, da un giorno all’altro, li abbandona in nome della realpolitik e del nuovo corso siriano. Si pongono così le premesse per la fine del Rojava, l’amministrazione autonoma curda nella Siria del Nord-Est che è anche progetto politico, basato su quel confederalismo democratico, postulato da Abdullah Ocalan, che si ispira al municipalismo libertario, al femminismo, all’ecologismo.
È più di un anno che a Damasco il nuovo governo sunnita di Ahmed al-Sharaa, sostenuto dalla Turchia di Erdogan e sorto sulle ceneri del cinquantennale regime baathista, sta negoziando coi curdi, che costituiscono il 10 per cento della popolazione siriana. La posizione di al-Sharaa si è indurita man mano che il suo governo si è irrobustito, fino a proclamare l’ultimatum del 31 dicembre col quale chiedeva ai curdi di: 1) smobilitare le milizie autonome Ypg-Ypj, che costituiscono il nucleo delle Syrian democratic forces (Sdf), per poi avviare la parziale integrazione nell’esercito nazionale siriano; 2) ritirarsi dalle città a maggioranza araba prese durante la lotta allo Stato islamico (Raqqa, Tabqa, Deir er Ezzor in primis); 3) cedere il controllo dei valichi, dei pozzi di petrolio e delle dighe; 4) consegnare all’esercito governativo, composto dai miliziani di Hayat Tahrir al-Sham che un anno fa hanno marciato su Damasco partendo dalla provincia di Idlib, le chiavi delle prigioni dell’Isis. In sostanza, rinunciare all’autonomia.
Gli Stati Uniti, a quel punto, hanno esplicitamente fatto capire che non avrebbero più difeso le posizioni curde. A Parigi a inizio anno si sono tenuti incontri riservati durante i quali è stato garantito ad al-Sharaa che i soldati Usa non si sarebbero opposti all’avanzata dell’esercito. Il successivo 20 gennaio, con un lungo post su X, l’ambasciatore americano e inviato speciale per la Siria Tom Barrack, ha chiuso la partita.
“La più grande opportunità per i curdi ora risiede nella transizione post-Assad sotto il nuovo governo del presidente al-Sharaa”, scrive Barrack. “Storicamente la presenza dell’esercito Usa nel nord-est della Siria era giustificata dall’alleanza anti-Isis. Le Sdf, guidate dai curdi, hanno dato prova di grande efficacia nello sconfiggere il Califfato nel 2019. Allora non c’era un sistema centrale siriano funzionante con cui allearsi, il regime di Assad era partner di Russia e Iran. Ma adesso la situazione è radicalmente cambiata, la Siria ha un governo che si è unito, come 90esimo membro, alla grande coalizione per sconfiggere l’Isis”.
Il messaggio ai curdi è fin troppo chiaro: lasciare le zone controllate e procedere all’integrazione con il nuovo Stato. Cosa che però i curdi, dopo aver sacrificato la vita di 11 mila combattenti nella guerra contro l’Isis (e altri 2 mila, circa, sono le vittime tra i peshmerga curdo-iracheni), non vorrebbero fare.
Senza il sostegno militare Usa, tuttavia, non possono tenere Raqqa e Deir er Ezzor e infatti in poche ore i curdi hanno perso la metà del territorio, ritirandosi nella provincia di Hasakah, estremo angolo nord-est della Siria.
Trump, in questo quadrante di Medio Oriente, ha puntato sull’ex qaedista Ahmed al-Sharaa, quindi su Erdogan che lo appoggia (Erdogan è il nemico numero uno del popolo curdo, che conta tra i 30 e i 40 milioni di persone): l’obiettivo del tycoon è di far siglare la pace a Siria e Israele per porre fine alla disputa sul Golan e infine portare Damasco negli Accordi di Abramo.
Già nell’ottobre del 2019 i curdi sono stati traditi da Trump: allora il presidente Usa, dopo la sconfitta del Califfato, annunciò a sorpresa il ritiro dei soldati americani dal confine tra Siria e Turchia. Subito dopo Erdogan fece alzare in volo i suoi caccia per bombardare le postazioni curde, dove si trovavano gli uomini e le donne che avevano appena finito di combattere contro i terroristi dello Stato Islamico. La storia si ripete.
L’avanzamento delle forze governative siriane è stato fulmineo e quasi privo di resistenza da parte dell’Sdf. Domenica 18 gennaio è stato raggiunto in fretta e furia un accordo in 14 punti per quattro giorni di cessate il fuoco, che rispecchia le richieste di al-Sharaa e la volontà di Erdogan: l’Sdf è chiamato a integrarsi con l’esercito, i curdi siriani si impegnano a ritirarsi a est del fiume Eufrate e trasferiscono le istituzioni civili di Hasakah al controllo di Damasco, insieme ai valichi. Rimane curda una ridotta forza di polizia locale a Kobane, la città simbolo della resistenza contro il terrorismo. Nei fatti, la fine del sogno del Rojava.
Ma la fragile tregua vacilla, anche per le reciproche accuse di averla rotta con attacchi con droni. E il capo dell’Sdf, il generale Mazloum Abdi, continua a ripetere di avere il diritto di rimanere nelle zone a maggioranza curda.
In tutto questo, c’è la grande incognita dei terroristi detenuti. Prima dell’avanzata dell’esercito governativo, c’erano circa 10.000 combattenti dell’Isis chiusi in una dozzina di prigioni, e migliaia di loro familiari sistemati in campi come quello, gigantesco, di al-Hol.
Le forze curde sono state già costrette ad abbandonare alcune delle strutture più importanti, come ad esempio il carcere di al-Aqtan a Raqqa e quello di al Shaddadi, da cui sono scappati 150 prigionieri (il governo siriano dice di averne riacciuffato 81). Nel frattempo gli Stati Uniti hanno cominciato a trasferire in Iraq i primi jihadisti, circa 150, e contano di arrivare a 7.000.
“I terroristi non iracheni rimarranno lì solo temporaneamente”, afferma il segretario di Stato Marco Rubio, chiedendo ai Paesi di provenienza di rimpatriare i loro cittadini che si sono votati all’ideologia del Califfato.