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 2026  gennaio 24 Sabato calendario

Intervista a Jonathan David

Jonathan David, (si pronuncia Davìd, accentato, alla francese) sa che riuscirà anche nella sua vita italiana, la quinta di un giovane uomo alla rincorsa di un sogno. «Non sono pentito della scelta che ho fatto e la rifarei. Il tempo metterà a posto le cose». È nato a Brooklyn, cresciuto ad Haiti, maturato a Ottawa e diventato adulto in Europa, tra Belgio e Francia. Alla Juve vuole essere un campione.
Brooklyn perché?
«Ci vivono i miei zii: quando nacqui eravamo da loro per qualche mese. Poi siamo subito tornati a Port-au-Prince. Di quegli anni ho ricordi vaghi, tranne uno: passavo le ore a giocare a pallone per strada con bambini della mia età. Ad Haiti tutti giocano a calcio».
In Canada, invece, quasi nessuno, vero?
«Infatti mi hanno fatto provare qualsiasi sport. Anche l’hockey, ma solo su prato. Io però volevo giocare a pallone e basta. Ci siamo trasferiti quando avevo sei anni, il mio padrino era già lì e ci ha aiutato a inserirci. Vivere ad Haiti è difficile, ce ne siamo andati per ragioni di sicurezza, per avere più opportunità, per una vita migliore. Non è stato difficile ambientarsi, nonostante fosse tutto diverso, a cominciare dal clima: la neve non l’avevo mai vista prima. Non ero spaventato, ma eccitato dal fascino dell’ignoto».
Quindi l’Europa, a 17 anni: due provini con Stoccarda e Salisburgo e poi il primo contratto col Gent, in Belgio. Mai un tentennamento?
«Sono venuto da solo, ma non è stata dura se non per gli allenamenti: in Canada ho giocato solo in squadre amatoriali, dove a essere bravi eravamo in pochi mentre in Belgio lo erano tutti, e ne facevo al massimo quattro la settimana e d’inverno tre al coperto».
A vent’anni rimase orfano di madre: ha avuto una vita difficile?
«Più cresco e più mi realizzo di quante vite ci siano più difficili della mia. Certo, la morte di mamma è stata dura da superare, così come cambiare continente da minorenne, ma ho realizzato i miei sogni: faccio quello che ho sempre desiderato, ho una vita agiata, guadagno bene, sono orgoglioso di me. Se mi lamentassi io, cosa dovrebbe dire chi non ha neanche un lavoro?».
Inoltre sta per vivere un’esperienza irripetibile: la Coppa del mondo a casa propria.
«Quando ho cominciato, nessuno avrebbe mai immaginato che il Canada partecipasse a un Mondiale, figurarsi a uno in casa. Quando ero piccolo il calcio non interessava a nessuno, chi lo praticava veniva guardato strano. Ma quando ho cominciato a mettere piede nelle Nazionali giovanili si è capito che stava crescendo una generazione di calciatori che in Canada non c’era mai stata. La svolta l’hanno data gli immigrati che venivano da Paesi dove il calcio era lo sport più popolare, come Haiti: abbiamo continuato a praticarlo e piano piano la base si è allargata e sono arrivati gli osservatori stranieri. Oggi mi dicono che per strada si parla molto della Coppa del mondo, ci sono grandi aspettative. L’obiettivo è superare la prima fase, ma sappiamo che spesso le squadre di casa ottengono risultati inimmaginabili: non ci poniamo limiti. Tra l’altro ci sarà anche Haiti: la sua qualificazione mi ha reso felice e soprattutto ha reso felice un popolo intero».
È mai tornato ad Haiti?
«Due volte. La prima avevo 13 anni, abbiamo passato qualche settimana dai parenti, l’ultima nel 2022, con la Nazionale. Collaboro con una fondazione che aiuta i ragazzi a nutrirsi, studiare e a giocare a calcio, puntando anche sulla formazione di insegnanti e allenatori».
In Italia com’è stato l’impatto?
«A Torino mi trovo bene, un po’ somiglia a Lille, e comunque non sono uno che esce spesso, quindi in qualunque posto per me cambia poco. Alla Juve mi sto ambientando: il vostro calcio è molto diverso da quello francese. È come cambiare scuola, devi imparare a conoscere compagni nuovi. Anche a Lille all’inizio faticai: segnai tre gol nei primi sei mesi, più o meno come qui. A fine stagione diventarono 13 e dall’anno dopo ne feci sempre più di 20».
Cosa sta rallentando il suo ambientamento?
«In Serie A ci sono pochi spazi e quasi tutti giocano uomo contro uomo: a questo non ero abituato. In Francia lo fa soltanto il Lens e lo faceva il Marsiglia di Tudor. In Ligue 1 le partite sono un continuo attaccare e contrattaccare, qui una squadra prende il controllo e lo tiene per cinque minuti, poi succede lo stesso con l’altra. E tutti si difendono in undici».
È cosciente di non aver rispettato le aspettative, finora?
«Lo sono. Io sono paziente, ma so che un club come la Juve non può esserlo, perché i risultati non possono aspettare. Sto cercando di accelerare i tempi: bisogna solo lavorare, lavorare, lavorare».
Ha mai perso la fiducia?
«Quella in me stesso no, anche perché ho già vissuto un’esperienza simile a Lille. Ma nemmeno quella del club, dell’allenatore, dei compagni».
E quella dei tifosi, che spesso la fischiano?
«Sono abituati a grandi Juve, a grandi campioni: è normale che si aspettino sempre il massimo. Da parte mia cerco di non farmi toccare dai fischi, di astrarmi. Ne abbiamo parlato nello spogliatoio perché era successo anche ad altri prima di me: ci siamo detti che la cosa migliore è non farci troppo caso, rimanere concentrati e sostenerci tra di noi».
Tra il rigore sbagliato con il Lecce e il gol a Sassuolo tre giorni dopo, ha toccato il punto più basso e più alto della sua esperienza juventina?
«Quel rigore me lo sono messo subito alle spalle, sono fatto così: non ero dispiaciuto per me, ma per la squadra, perché è costato la vittoria. Con il Sassuolo c’è stata quella festa collettiva per il mio gol: è stata istintiva ma non mi ha sorpreso, perché prima della partita Spalletti aveva detto parole forti che avevano unito il gruppo. Ho apprezzato molto quel momento».
Un gol può cambiare la vita?
«Solo se nella partita dopo ne fai un altro, un altro ancora e così via».
A proposito: cosa significa la coreografia con cui avete festeggiato il gol al Benfica?
«Bella, vero? Sembrava la scena di un film. Qualcosa lo prepariamo, ma poi la posa ognuno lo sceglie sul momento. Del significato magari se ne parlerà più avanti, a fine stagione. Per ora non dico niente».
È vero che in estate ha trattato con il Napoli?
«È vero, ma ho scelto la Juventus: qui c’è un progetto interessante per il futuro. È una scelta che rifarei mille volte, sia per quanto riguarda la Juve sia la Serie A. Non sono pentito. Ora il Napoli lo sfideremo sul campo: è una partita fondamentale per noi e per loro. Non so dove potremo arrivare, lo capiremo quando mancheranno cinque giornate alla fine, ma di sicuro qui non ci accontentiamo di niente».
Ha saputo che Spalletti la vorrebbe più feroce?
«A me personalmente non lo ha detto, però mi fa vedere i video con le cose che sbaglio e mi spiega come fare meglio. Lo so che la ferocia non può mancare, ma dipende anche dai momenti».
È pronto ad accogliere un nuovo concorrente in attacco, En-Nesyri?
«Non sono venuto qui per essere intoccabile. La continuità aiuta molto, è vero, ma so anche che un attaccante viene giudicato di partita in partita e il posto bisogna guadagnarselo con le prestazioni. Non avrei problemi a giocare con un’altra punta, così come non ne ho a giocare da solo. La cosa più importante è conoscersi: è questo il processo che devo ancora completare. Bisogna arrivare al punto in cui sai sempre dove ti arriverà il pallone senza bisogno di guardare o pensare, e allo stesso modo il tuo compagno sa dove servirti. Ti muovi in automatico in funzione degli altri. Spalletti lavora molto su questo tipo di connessioni, che per diventare perfette hanno bisogno di più di un anno insieme. A Lille eravamo riusciti a raffinare questo tipo di intesa, soprattutto con Zhegrova, che qui non ha ancora mostrato quello che può fare, ma ha avuto tanti problemi fisici: a volte riesce ad allenarsi al meglio e altre no».
La chiamano Iceman: è freddo anche fuori dal campo?
«Freddo o tranquillo, dipende».