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 2026  gennaio 24 Sabato calendario

Intervista a Ottavia Piccolo

Ottavia Piccolo esordiva a undici anni, in Anna dei miracoli di Luigi Squarzina: 1960, Teatro Comunale di Modena. Dal palco, non è più scesa, se non per il cinema, dal Gattopardo di Luchino Visconti alla Famiglia di Ettore Scola, e per gli sceneggiati tv, come Orlando furioso di Luca Ronconi o La Certosa di Parma di Mauro Bolognini, e oggi che ha 76 anni, è in tournée in Matteotti – anatomia di un fascismo di Stefano Massini.
Com’era finita, da bambina, su quel palco?
«Per caso. Mia madre voleva vedere com’era fatto un teatro e approfittò di un provino. Non sognava che diventassi famosa, non era la mamma di Bellissima. Infatti, faccio questo mestiere con allegria, perché mi diceva sempre “quando non ti va più, smetti”. Certo, qualche soldo serviva: papà, ex carabiniere, aveva una pensione minima. A lui davano 35 mila al mese, a me 6.500 lire al giorno: sembrava un’enormità. Poi abbiamo capito che con quei soldi dovevamo pagare albergo e ristorante per me e mia madre e più di una volta papà ci ha dovuto mandare dei vaglia».
E non avete pensato di smettere?
«No, è scattata in me quella che oggi chiamo tigna. Se alle prove non mi riusciva qualcosa che il regista mi chiedeva, mi dicevo: non mollo, non voglio dargli questa soddisfazione. Per me era un gioco serio, come quando un bimbo dice “sono la principessa” e fa la principessa tutto il giorno».
Cosa aveva visto Squarzina in lei al provino?
«Chi lo sa. Mi dissero: “Sei cieca e muta, ti bendiamo, cammina normale”. Camminai e tirai una capocciata contro una colonna, ma rimasi zitta perché mi avevano detto che ero muta».
Talento puro?
«Era l’improntitudine dei bambini quando giocano sul serio. Forse, mi ha aiutato essere figlia unica: giocavo molto da sola».
Il primo set cinematografico fu quello del «Gattopardo». Che cosa ricorda?
«Un altro pianeta, con centinaia di persone. E ognuno recitava nella sua lingua: Burt Lancaster in inglese, Alain Delon e Claudia Cardinale in francese, gli altri in italiano. Un esperanto. E io non avevo mai sentito parlare straniero. A Roma, vivevamo a San Paolo, era campagna: mamma comprava il latte direttamente dalla mucca, stavamo in una casa popolare bruttina e senza riscaldamento».
A quel punto, recitare era già vocazione?
«Era scattato qualcosa. Dopo Anna dei miracoli, avevo fatto una piccola parte in tv con Monica Vitti e mi ricordo che la odiai».
Perché la odiò?
«Perché lei era la protagonista e io no. Avevo solo tre battute ed ero abituata a essere alla pari di Anna Proclemer. Guardavo la Vitti e pensavo: “Come si permette questa qui?”. Il teatro è una bestia strana, una droga. Dopo sette mesi di tournée, finite le repliche, tutte le sere alle otto e trenta, pensavo “adesso, annunciano la mezza”: mezz’ora all’inizio dello spettacolo. Avevo dodici anni e già le crisi d’astinenza».
Ha fatto in tempo ad avere un altro sogno?
«Andavo a scuola dalle suore, studiavo danza. Per un po’ ho voluto diventare ballerina. E anche monaca. Ma non ho mai detto “voglio diventare una donna di casa”».
È verità o leggenda che, quando è diventata mamma, fu suo marito Carlo Rossoni a seguire vostro figlio?
«Verità. Uno dei due doveva fermarsi per accudire la creatura. Lui è giornalista, aveva fatto un po’ di teatro. Poi, ha detto: “In fondo, tu hai più chance di andare avanti. Io mi fermo”».

Non è usuale oggi, non lo era negli anni ’70.
«Nicola è nato nel 1975: sì, siamo stati moderni. Carlo è sempre stato un mio estimatore. Diceva: “Non ti preoccupare, ci arrangiamo, ti veniamo a trovare”».
Che cosa vi ha unito per più di cinquant’anni?
«L’idea di aiutarci a crescere. Ero molto insicura, non avrei parlato in pubblico nemmeno sotto tortura. Lui mi ha aiutata a coltivarmi. Io forse gli ho portato il divertimento: ridiamo tanto, per strada la gente ci prende per deficienti».

Negli ultimi anni, lei ha portato in teatro «Donna non rieducabile» su Anna Politkovskaja, «7 minuti» sui diritti delle lavoratrici, «Occident Express» su una donna in fuga dall’Isis, «Eichmann. Dove inizia la notte» sulla banalità del male, «Cosa nostra spiegata ai bambini», ora «Matteotti»: non c’è teatro senza messaggio?
«Non parlerei di messaggio, ma di voglia di raccontare storie che riguardano il mondo che mi sta intorno. Il teatro può essere tante cose diverse ma è sempre civile perché fa stare insieme la gente. Il fatto che delle persone escano di casa, prendano un mezzo e vadano in un posto dove stanno con altri è già politico».
Al cinema, invece, le è successo di non piacersi?
«Sì, in Serafino di Pietro Germi. Avevo 19 anni. Ti chiama Germi per fare la coprotagonista con Adriano Celentano e pensi di aver fatto il botto. Invece, era il film meno “germiano” di tutti, un po’ buonista e io, cresciuta dalle suore, non ero credibile come ragazza di campagna che raccoglie mele sugli alberi».
Che film ha amato invece?
«Metello di Bolognini è un film rotondo. E La famiglia di Scola è un capolavoro: racconta l’Italia dal 1900 agli anni ’80 con piccoli tocchi, sembra non succeda niente e invece cambia tutto. Molti giurano di riconoscere quella casa: in realtà era lo Studio 5 di Cinecittà. Questa è la magia del cinema: tutto è finto ma sembra vero. Oggi, purtroppo, spesso si pensa che il cinema debba somigliare alla realtà. A volte, mi chiedo se sto perdendo l’udito perché non capisco le battute: sono andata dall’otorino e ci sento benissimo, e così tanti amici. Non siamo tutti sordi: è che “fa più vero” parlare a bassa voce. Certi registi dicono: “Mi raccomando, non recitare”. Ma allora tu attore che ci stai a fare?».
Lei da chi ha imparato a recitare?
«Sono una figlia d’arte adottiva: Anna Proclemer mi ha insegnato la disciplina, Rina Morelli la misura, Tino Carraro il mestiere all’antica, Gabriele Lavia la tecnica, perfino come mettere un piede prima dell’altro perché la voce venga meglio. E Strehler era straordinario: parlava in modo diverso con ogni attore. A chi aveva bisogno di essere strigliato faceva scenate furibonde: “Voi mi volete morto, fate le cose male per vedermi stramazzare”. Con me, era più sottile, sapeva che ero la più giovane e gracile, ma mi faceva fare cose equivalenti a quattro ore di palestra».
È vero che ogni volta che è a Milano, al Piccolo, sale da sola sul palco e si fa un pianterello?
«Sì. Il Piccolo di via Rovello è il teatro dove mi sono successe le cose più belle e le più brutte. Ero lì quando è morto mio padre e quando è morta mia madre. Lì ho incontrato Claudio, mio marito: la mattina ci siamo sposati a Milano, la sera ero in scena, niente viaggio di nozze. Lì recitavo Re Lear quando ero incinta: l’ho fatto per 365 repliche».

Ora, con «Matteotti» è a quota sessanta. Perché c’è ancora bisogno di uno spettacolo sul fascismo?
«Perché la voglia di uomini e donne forti, i riarmi, la violenza, sono sempre in agguato. Da giovani, pensavamo che avremmo combattuto solo per i diritti. Invece torniamo indietro in modo violento. Raccontare una persona integerrima che aveva visto per tempo cosa stava succedendo è un modo per difenderci dalle “democrature” che avanzano. Il teatro può aiutare a fare piccoli pensieri».
Ha fatto i girotondi, è scesa in piazza per la libertà di stampa e contro le grandi navi a Venezia. E con Articolo 21 è stata in prima linea nella campagna per liberare Alberto Trentini. Gli ha parlato dopo il rilascio?
«Ho sentito la mamma, siamo sempre state in contatto. A Venezia, abitiamo vicine. È una donna speciale: per mesi, neanche sapeva se suo figlio era vivo, ma a volte, è stata lei a consolare me. Ci sarebbe tanto da dire su ciò che non è stato fatto o è stato fatto male, ma l’importante è che Alberto sia libero».
Come si spiega l’affetto che le arriva dal pubblico?
«Forse perché, da giovane, non ero la ruba mariti, ero la ragazza della porta accanto. Poi, sono diventata una signora tranquilla che fa un mestiere in cui deve apparire, ma ha cercato di restare com’era. Smettere di tingere i capelli è stato un sollievo. Credo che la gente senta questo».
Stasera non è in scena, cosa farà?

«Cucino e lavo i piatti. Stirare, no: non ho mai imparato. Se stiro una camicia, alla fine, è più stropicciata di prima. Mamma era molto intelligente e non mi ha insegnato certe cose apposta. Diceva: “Meglio se non le sai fare, così nessuno ti chiede di farle”».