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 2026  gennaio 24 Sabato calendario

Intervista a Pierluigi Magnaschi

Pare che sia il più anziano direttore di giornale sulla faccia del pianeta. Oddio, più vecchio di lui ci sarebbe l’australiano Robin Letts, 95 anni, ma il suo The Buloke Times è un modesto settimanale da 1.000 copie. Pierluigi Magnaschi, direttore e editore di Italia Oggi, quotidiano economico, giuridico e politico, festeggerà gli 85 anni l’11 febbraio. Come il compianto Albino Longhi, detto Albinosauro, che diresse tre volte il Tg1, Magnaschi, per gli amici Magnum, è al terzo mandato. La prima volta, nel 1987, rimase in carica 425 giorni, poi Raul Gardini lo licenziò. La seconda otto anni. La terza ha raddoppiato: sedici. Totale: 25. Un quarto di secolo. Considerato che è giornalista da 52 anni, ha trascorso metà della sua vita professionale a Italia Oggi e l’altra metà sul ponte di comando di Tempo, Domenica del Corriere, Il Giorno, La Notte, La Discussione, MF Milano Finanza, fino alla Gazzetta Ufficiale del giornalismo, l’Ansa, che ha guidato dal 1999 al 2006.
Non si è ancora stufato?
«Non so fare nient’altro. Mi annoio persino al ristorante, devo mettermi a leggere l’etichetta dell’acqua minerale».
Enzo Biagi diceva che un cronista lo riconosci da questa abitudine.
«Davvero? Allora sono un cronista».

Lavora sempre.
«Lo Stato obbligava mio padre, tabaccaio, a tenere aperto pure a Natale e Pasqua. Mia madre era figlia di allevatori: di sabato e di domenica le mucche mangiano. L’imprinting familiare è questo».
Nel 1977 rischiò di costarle la vita.
«Già. I terroristi rossi scelsero il giorno di Ognissanti per un attentato dimostrativo, una bomba contro La Discussione, di cui ero responsabile. Benché fosse festa, stavo in redazione con il direttore politico Guglielmo Zucconi. Ci ritrovammo sepolti dai calcinacci».
Martiri democristiani mancati.
«Mai avuta la tessera. Trasformai La Discussione, banale bollettino, in un settimanale influente. Passò da 7 mila a 80 mila copie, faceva concorrenza a Rinascita del Pci. La mia poltrona tornò appetibile, la Dc se la riprese, mise in sella un altro e la testata finì in niente».
Era già stato il braccio destro di Zucconi al settimanale «Tempo».
«Ci collaborava Pier Paolo Pasolini. Chiesi a Zucconi uno stipendio di nove volte superiore a quello che prendevo ad Avvenire. Mi coprì d’insulti, ma alla fine cedette. Lo portammo a 100 mila copie.
Eugenio Cefis, presidente della Montedison, che aveva tentato di comprarsi L’Espresso ma era stato stoppato dall’altro Eugenio, Scalfari, pensò bene di rilevare Tempo e di rubargli Camilla Cederna, che rifiutò. Affidò il settimanale a Lino Jannuzzi e Carlo Gregoretti. Il nuovo duo, pur formidabile, nel 1976 lo condusse a sepoltura».
In che modo arrivò al giornalismo?
«Mi chieda quando, piuttosto: a 30 anni. Nemmeno Alberto Cavallari, piacentino come me, riusciva a entrare nel quotidiano locale, Libertà, gli toccò emigrare a Milano, dove diventò direttore del Corriere della Sera. Devo tutto ai “dimonios” della Brigata Sassari».
I demoni, intrepidi soldati sardi.
«Con i loro lanciafiamme, bruciarono gli austriaci che tenevano prigioniero mio padre diciottenne, ferito dopo la disfatta di Caporetto. Se non lo avessero fatto, sarebbe morto dissanguato e io non sarei nato. Non basta. All’inizio scrivevo per Tino Oldani, capo dell’economia di Avvenire: fu chiamato alle armi proprio nella Brigata Sassari. “Conosci qualcuno che possa sostituirlo?”, mi chiese il direttore Angelo Narducci. Eccomi qua, risposi. “Non scherzare”. Replicai: dammi solo il tempo di telefonare a mia moglie. Si trattava di retrocedere dalle 700 mila lire al mese, lo stipendio di un professore di scuola media alla sua prima nomina, alle 145 mila di un praticante. E avevo già tre figli a carico».

Reazione della consorte?
«“Va’! Ce la faremo”».

Non si sbagliava.
«Tutto merito di Guglielmo Zucconi e Paolo Panerai. Uno maestro di fantasia, l’altro di rigore. Mi hanno trasmesso l’amore per la chiarezza, l’indipendenza e la libertà. Ma il viatico per la vita me lo diede mio padre in punto di morte».
Voglio sentirlo.
«Obbedisci, ma non rinunciare mai alla dignità. E non farti pagare più di quanto meriti: i padroni sanno quello che vali. Un giorno pretenderanno di ritorno il troppo che ti hanno concesso».
Zucconi la portò al «Giorno».
«In crisi nera. Le grandi firme erano scappate alla Repubblica. A un giovane cronista, Paolo Martini, affidai il compito di entrare a gamba tesa nei retroscena della tv, nessuno aveva mai parlato prima di audience. Mandai Mario Zoppelli a intervistare il portinaio dell’università, la maestra, il conducente dell’Atm. Con Marina Cosi introdussi la moda, che allora i quotidiani non trattavano. Lasciai che Gigi Moncalvo si sbizzarrisse in cose turche. Il Giorno riprese colore».
L’aveva introdotto in Italia nel 1956.
«Appunto. Schiaffai in prima, a tutta pagina, il fotocolor di un’escavatrice che, su disposizione della Ue, schiacciava sotto i cingoli le eccedenze di arance in Sicilia. Scandalo. Diedi carta bianca a un grafico, Crucillà, che a getto continuo disegnava pirotecnici menabò e intanto cantava arie d’opera, alcune le inventava».
Come condirettore durò poco.
«I socialisti non mi perdonarono l’eccesso di popolarità. E così traslocai a Italia Oggi, che stava fallendo. Tagliai tutto il tagliabile, restituendolo all’onore del mondo. Finché non venne acquistato dal gruppo Ferruzzi, guidato da Raul Gardini. Che mi defenestrò».
Ma lei ebbe la rivincita.
«Tornai direttore quando, sommersa dai debiti, la testata fu ceduta a Panerai al prezzo simbolico di 1 euro».
Dopodiché risanò anche l’Ansa.
«Fu come comandare una colossale portaerei. Ai miei redattori dicevo: dietro tutti i media c’è sempre l’Ansa, ma dietro l’Ansa non c’è nessuno. In questa epoca di fake news dilaganti svolge una funzione sociale indispensabile. Meno male che esiste».
Vittorio Feltri sostiene che nel 2006 lei fu rimosso dall’Ansa per lo scoop sull’azzeramento dei vertici della Guardia di finanza che indagavano su Unipol: «Un licenziamento del tutto ingiustificato, al quale non furono estranei il premier Romano Prodi e il ministro Vincenzo Visco».
«È un’interpretazione. All’Ansa il direttore deve dimettersi al compimento dei 65 anni. Comunque il presidente dell’agenzia Boris Biancheri ne aveva dieci più di me e restò in carica».
Chi conosce il direttore dell’Ansa?
«Nessuno. Infatti diventai famoso solo come ospite di Aldo Forbice a Zapping. Ancor oggi, passati 20 anni, se dico a un vecchio tassista di portarmi da qualche parte, mi sento chiedere: “Ma lei è Magnaschi di Zapping?”».
Voce inconfondibile, in effetti.
«Radiofonica, mi spiegarono i tecnici della Rai. Non potevano sapere che da adolescente mi ero allenato a imitare Nando Martellini, Sergio Zavoli e Adone Carapezzi durante le dirette dal Giro d’Italia e dal Tour de France. Una decina d’anni fa ne parlai a pranzo con Zavoli, divenuto senatore e mio amico. “Fammi ascoltare!”, m’ingiunse. Lo accontentai. Rimase strabiliato: “Sei tu ma sembro io. È incredibile”».
A che ora arriva in redazione?
«Alle 9 di mattina. E vado via alle 9 di sera. La notte, dalle 3 alle 5, ho già letto tutti i giornali, stranieri inclusi».

Si è censurato qualche volta?
«Non ho mai scritto qualcosa in cui non credessi».
«Il giornalista non scrive tutto ciò che sa, ma sa tutto ciò che scrive», mi disse il mio primo direttore.
«Perfetto. E non racconta palle».
Che cosa pensa dei giovani d’oggi?
«Li ammiro. A Milano uso il jumbo tram. Appena salgo, si alzano per lasciarmi il posto. Alla loro età io non lo facevo. Parlano un italiano ricercatissimo, anche se non sanno scriverlo».
E le nuove leve nei giornali?
«Nelle redazioni è assai peggio. Mi si presenta un neolaureato con 110 e lode, ricercatore universitario in geopolitica. Gli chiedo di formularmi tre proposte scritte di articolo, non più di due righe l’una, per consentirmi di scegliere. Risposta: “Ma che cosa vuol dire?”. Per fortuna non ho il porto d’armi».
Oh Gesù!
«Passa un giorno. Un quarantenne disperato si propone via mail come collaboratore per la cultura. In un giornale economico, pensi un po’. Lo informo subito che non riesco a farlo lavorare. Ricevo una replica automatica: “Sono in ferie. Risponderò fra due settimane”».
Il giornale di carta morirà?
«Temo di sì. Ha costi di stampa e di distribuzione proibitivi. Siamo entrati nell’era dell’informazione tascabile. Lo leggeremo solo sui display».

Con chi festeggerà gli 85 anni?
«Già la parola “compleanno” mi procura disagio. In famiglia eravamo in sette, due genitori e cinque figli. Mai spento candeline sulla torta, era un lusso che non potevamo permetterci».

È nato nella ricorrenza della Madonna di Lourdes. Le è devoto?
«Pochissimo. Sono un cristiano integrale. Pratico la religione del non fare agli altri quello che non vorrei fosse fatto a me. Per il resto sono assillato dai dubbi. Reputo Gesù, al di là della sua divinità o non divinità, un gigante della storia. Apro il Vangelo e non trovo alcunché da espungere».
Ma pensa di rimanere direttore di «Italia Oggi» ancora a lungo?
«Diciamo fino ai 99 anni. Poi basta»