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 2026  gennaio 24 Sabato calendario

Crosetto accusa: io spiato, mi sono sentito molto solo

«Mi sono sentito molto solo in questi tre anni, durante i quali non ho ricevuto nessuna solidarietà né politica né umana». Da tre anni, tra un conflitto e l’altro, Guido Crosetto combatte una guerra che non considera sua, «perché riguarda tutti». Cos’è d’altronde il «caso Striano» se non la riedizione dei «dieci, cento, mille casi» che spesso hanno reso torbida la vita della Repubblica italiana?
«È da tre anni che attendo seduto sulla sponda del fiume», dice il titolare della Difesa in un colloquio riservato. L’amico che è andato a trovarlo al dicastero è certamente uno dei tanti amici a cui da tempo ripete sempre la stessa storia. La sua. Che inizia con la citazione di una serie di articoli nei quali tre anni fa venne ricostruita nel dettaglio la sua posizione fiscale: «E bada, uscirono quando non ero ancora ministro. Si parlava delle mie attività professionali: soldi guadagnati e denunciati al fisco. Ma leggendo quel giornale ci fu una cosa che mi insospettì: il resoconto era preciso fino ai decimali. Allora decisi di rivolgermi alla magistratura, che finì per scoprire un traffico illegale di informazioni».
Emerse così la figura di Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia. Ed emerse quello che più tardi il procuratore della Repubblica di Perugia Raffaele Cantone definì «il verminaio», «un intreccio tra magistrati, alti ufficiali della Finanza e giornalisti». «Quando presentai il mio esposto fui criticato. Destra, centro, sinistra fecero a gara. Ora tutti sono saliti sul carro a condannare questo sistema. Tutti tranne me, che aspetto sempre seduto sulla riva del fiume». Più volte durante il colloquio Crosetto offre questa immagine di sé, combattuto tra la sete di vendetta e il desiderio di giustizia. Ed è evidente l’approccio retorico al problema: «Cosa devo pensare? Che queste persone l’abbiano fatto gratis? O a pagamento? Sarebbe preferibile, altrimenti dovremmo immaginare scenari più inquietanti e oscuri».
Ed è lì che Crosetto va a parare dopo aver rappresentato la sua solitudine: «Temevo che si archiviasse tutto. E allora ho continuato a presentare denunce per capire quali pezzi delle istituzioni e dello Stato fossero coinvolti. Sentivo di essere solo. Molto solo. In questi anni non ho ricevuto nessuna solidarietà né umana né politica». L’amico azzarda una domanda: «Nemmeno...?». Crosetto lo ferma. «Molte delle mie denunce sono domande che attendono ancora risposta. Per quale motivo stavano scavando nella mia vita e nella vita della mia famiglia? Per cercare un reato? E per conto di chi agivano? Chi può decidere di deviare il potere dello Stato per tenere in mano qualcuno e tentare di ricattarlo? La forza dello Stato può essere usata per colpire chi viene ritenuto un nemico?».
Così, in forma indiretta, il ministro della Difesa arriva a esprimere il suo convincimento. L’idea che si possa «deviare il potere dello Stato» evoca l’«eversione». Una tesi che a suo giudizio è suffragata da numerosi precedenti: «Guarda che io sono una goccia in mezzo al mare. Dieci, cento mille inchieste sono finite nel nulla». E dal passato estrae due esempi: «Ricordi il caso in cui venne coinvolta Federica Guidi? Era ministro del governo di Matteo Renzi. E insieme a lei finì in mezzo anche il capo di Stato maggiore della Marina, che venne ingiustamente sputtanato. Lei dovette dimettersi, lui che era in procinto di diventare capo dei servizi fu segato. E un minuto dopo l’inchiesta svanì». Ma il caso più eclatante è quello di Calogero Mannino, ministro democristiano vittima di un’odissea giudiziaria durata ventiquattro anni: «Quando lo vedo mi chiedo sempre come faccia un uomo a sopportare un simile fardello. E mi sorprende la sua pace interiore. Io sarei impazzito».
Per molto meno Crosetto confida all’amico di dover gestire «una rabbia interiore che fatico a controllare»: «Gente che usa le sue funzioni per battaglie personali... Il Parlamento dovrebbe avviare una seria riflessione su un problema che mina le garanzie costituzionali, colpisce la politica, i partiti. Tutti. Quello che accade dà il senso di una democrazia fallata e sconfitta». Se invece in commissione Antimafia «finisce a rissa» si perde di vista l’obiettivo, che secondo il ministro della Difesa dovrebbe essere «la soluzione del conflitto d’interesse delle istituzioni». È l’eterna domanda: «Chi controlla i controllori? Magari potrebbe farlo un gran giurì per offrire una soluzione veloce nella ricerca della verità». Ci sono i conflitti e Crosetto non ha più tempo per parlare di questa guerra. Così congeda l’amico e torna a sedersi sulla sponda del fiume.