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 2026  gennaio 24 Sabato calendario

Brexit, la retromarcia. La Ue conviene di più

«Europe is back», l’Europa è tornata, strilla in copertina il New Statesman, il settimanale della sinistra britannica: ed è più che altro il ritorno della Gran Bretagna nell’Unione europea che sarà il tema politico dominante a Londra per questo 2026, a dieci anni esatti dal referendum che sancì la Brexit.
È una dinamica che si è messa in moto da diversi mesi, ma che ora ha subito una brusca accelerazione dopo le ultime intemperanze, se così vogliamo chiamarle, di Donald Trump. È vero che il primo ministro britannico, Keir Starmer, assieme ad altri leader europei è riuscito a disinnescare la mina della Groenlandia: ma anche a Londra hanno dovuto prendere atto che qualcosa si è rotto nel rapporto transatlantico. Tanto più che il presidente americano si è preso il lusso di insultare il più stretto alleato, definendo una stupidaggine la restituzione da parte della Gran Bretagna delle isole Chagos a Mauritius, uno Stato cliente della Cina, e sminuendo l’alto tributo di sangue versato dai britannici in Afghanistan (457 morti).
E così Starmer, che tanto aveva fatto per ingraziarsi «The Donald», ha cambiato toni: prima dicendo che non aveva intenzione di «cedere» sulla Groenlandia, poi definendo «insultanti e francamente spaventosi» i commenti di Trump sull’Afghanistan. Quella che è finita a gambe all’aria è tutta una strategia che mirava a evitare il confronto diretto con il presidente americano, cercando invece di blandirlo e ingraziarselo, anche mettendo in campo la famiglia reale.
Da Downing Street continuavano a ripetere, nei mesi scorsi, che il governo di Londra non aveva alcuna intenzione di scegliere fra l’America e l’Europa e intendeva coltivare entrambe le relazioni: ma da più parti si faceva osservare che la scelta sarebbe stata prima o poi imposta dai fatti. E ora il vento spinge in direzione della Ue.
Non è un caso allora che diversi ministri britannici abbiano di recente rotto il tabù sulla Brexit e invocato il rientro nell’unione doganale. I portavoce del premier, ogni volta che vengono interrogati in proposito, ripetono la stessa litania: «No al mercato unico, no all’unione doganale, no alla libertà di circolazione». Ma la verità è che il dibattito si è aperto in seno al partito laburista e lo stesso Starmer ha detto che intende perseguire un «sempre più stretto allineamento» col mercato Ue.
È una discussione che si intreccia con la corsa per sostituire il premier, sempre più impopolare in patria: e i vari contendenti, in un modo o nell’altro, fanno dell’Europa la propria bandiera. È una svolta che prende atto di come, nell’opinione pubblica, il giudizio sulla Brexit sia consolidato: la maggioranza la considera ormai una cattiva scelta (anche se questo non significa che voterebbero per rientrare tout court nella Ue).
A favorire il cambio di passo da parte del Labour c’è anche la consapevolezza che l’avversario da battere è Nigel Farage, il tribuno della destra populista e apostolo dell’uscita dalla Ue: cosa dunque di meglio che non rinfacciargli una decisione che agli occhi dell’opinione pubblica si è rivelata sbagliata?.
Finora i laburisti avevano evitato di riaprire il dibattito sulla Brexit perché erano all’inseguimento di quell’elettorato popolare che aveva votato contro l’Europa: ma ora si sono resi conto che la loro emorragia di consensi è soprattutto a sinistra, verso i Verdi e i liberal-democratici. Per recuperare su questo terreno, dunque, conviene innalzare il vessillo europeo.
Alti diplomatici Ue a Londra riconoscono il «cambio di passo, di narrativa» da parte della Gran Bretagna e sottolineano l’importanza di una relazione strategica: «La sfida è come articolarla», notano. C’è chi evoca il «modello svizzero», fatto di tanti accordi settoriali, ma è una strada non priva di rischi. Però una cosa è certa: a Londra il 2026 sarà l’anno dell’Europa.