Il Messaggero, 23 gennaio 2026
I dati delle bozze del Libro Bianco del Mimit
Il made in Italy, con un fatturato da 4.120 miliardi, doppia quasi il Pil. Si poggia su produzioni di eccellenza – pari al 10 per cento del totale manifatturiero – che sul fronte dei volumi di export sono precedute soltanto da Giappone e Cina. Garantisce al sistema Paese alte quote di valore aggiunto e di occupazione. E, se non bastasse ancora, è primo in Europa nell’economia circolare. Di converso, paga i «limitati investimenti in ricerca» (1,4 per cento del Pil), il nanismo dimensionale, gli alti costi per energia e materie prime, il «deficit di capitale umano e finanziario», il peso degli oneri burocratici pari a 80 miliardi all’anno per le Pmi.
Questa è la fotografia che fa della produzione nazionale – al netto della parte finanziaria, dei servizi o della difesa – il ministero della Imprese del Made in Italy in un Libro Bianco ("Made in Italy 2030"), curato dallo stesso ufficio studi del dicastero guidato da Adolfo Urso dopo una consultazione che ha coinvolto organi istituzionali, associazioni di categoria, sindacati ed economisti. Un volume – ieri sono circolate le prime bozze – che analizza senza fare sconti il sistema per descrivere le future sfide di politica industriale da qui al 2030.
Sì, perché dallo “Stato interventista” si vuole passare allo “Stato stratega”, che coordina e dialoga con le filiere per «l’identificazione di settori e priorità strategiche», con «una visione per missioni e obiettivi» e in tempi limitati. Anche perché siamo di fronte a uno scenario, dove per vincere sullo scacchiere internazionale, diventano fattori decisivi quanto il costo del lavoro e l’innovazione i dazi, i prezzi dell’energia, sovranità tecnologica, difficoltà a recuperare le materie prime fino alla denatalità – se non si ritorna a una media di 2 figli per famiglia si perderanno entro il 2035 2 milioni di lavoratori – o alla fuga di cervelli che in un decennio ha visto emigrare 900mila persone.
In questo contesto, spiega il Libro Bianco, si muove «il sistema economico italiano che ha vissuto un processo di deindustrializzazione caratterizzato da peculiarità e contraddizioni significative». Infatti, «da un lato l’Italia, a differenza di molte altre economie avanzate, è riuscita a mantenere una solida base industriale, con il settore manifatturiero che conserva quote di valore aggiunto sul Pil e di occupati tra i più elevati nell’Unione Europea e nell’Ocse. Dall’altro lato, vi è stata una fase di stagnazione del valore aggiunto del Pil estremamente lunga che ha bloccato investimenti, compresso i salari e fatto mancare al mercato interno i consumi necessari». Infatti tra il 1997 e il 2019, «come produttore industriale globale», l’Italia ha visto il suo peso quasi dimezzato dal 3,3 all’1,8, anche per non aver ammodernato i nodi sull’organizzazione del lavoro e sui processi produttivi. Guardando solo alla manifattura, sempre nello stesso arco temporale, il surplus è cresciuto del 12 per cento, contro il 55 della Germania, il 30 della Francia e il 25 degli Usa.
Forte della sua resilienza, il made in Italy genera circa 4.200 miliardi di fatturato e oltre 1.100 miliardi di valore aggiunto in un ecosistema di 5 milioni di aziende, che a loro volta danno lavoro a 19 milioni di addetti. Il manifatturiero, «pur rappresentando solo il 7 per cento delle imprese totali, genera quasi il 30 per cento del fatturato e del valore aggiunto complessivi e impiega il 21 per cento degli occupati». Le 18 filiere che lo compongono, nel 2023 – ultimo dato disponibile e ricavato dal Registro nazionale degli aiuti di Stato, hanno ricevuto 17,7 miliardi di euro di incentivi pubblici.
Motore del Paese resta l’export, il cui valore il governo spera di portare entro il 2027 a 700 miliardi. Anche su questo fronte molte luci e qualche preoccupante ombra. «Questa alta competitività sui mercati internazionali è trainata dal made in Italy d’eccellenza», che oltre 500 prodotti specializzati e difficilmente ripetibili vale da solo 419,4 miliardi di vendite all’estero. Il 78,2 per cento di questi beni va oltre confine, con una performance che al mondo riescono soltanto a raggiungere Giappone e Cina. Più preoccupante, invece, «la gran parte del benessere economico nazionale» generato dall’export dipenda dalle relazioni coltivate con i Paesi dell’Occidente allargato», mentre «le nuove opportunità di crescita futura vanno ricercate nei mercati ancora poco rappresentati negli scambi commerciali, in particolare quelli asiatici ma anche dell’America Latina e dell’Africa subsahariana».
Le opportunità, quindi, sono immense, sulla spinta di un sistema flessibile con le famose “multinazionali tascabili” e un’ampia varietà di prodotti. Non aiuta, invece, il calo della spesa pubblica per la politica industriale: era allo 0,55 per cento del Pil nel 2001, è scesa allo 0,34 nel 2008, per toccare lo 0,23 nel 2016, mentre la media europea si è stabilizzata allo 0,90 per cento.