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 2026  gennaio 23 Venerdì calendario

Mika: Delirio, paura e Hyperlove

“Era il 2015, il giardino di una villa capitolina. Il Fashion Show dell’American Academy per la Mirabilia Romae, si celebrava la grandezza di Valentino. Io felice, cantavo e ballavo con un ensemble da camera davanti a mezza Hollywood. Finché…”
Finché?
Valentino è in prima fila. A un certo punto si fissa su qualcosa nel mio corpo. La sua espressione cambia. Comincia a discutere furiosamente con Pierpaolo Piccioli.
Cos’era successo, caro Mika?
Si era infuriato con l’atelier che al mio abito aveva messo i bottoni del colore sbagliato. Non solo. Le calze non si intonavano perfettamente al bianco dei pantaloni.
Chi aveva scelto le calze?
Io.
Bella lezione.
Bocciato dal maestro durante il mio concerto. Però questo era il genio e l’ossessione di Valentino. Il suo sogno era mettere ordine nel mondo attraverso la bellezza, come vuole anche la filosofia giapponese.
A proposito di grandi italiani. Lei duettò con Dario Fo su Ho visto un re.
Da Daria Bignardi. Fo era un campione della resistenza poetica. Inflessibile nella sua visione. Quando il potere gli dava addosso, dialogava con il suo Paese usando il pop, il teatro, l’assurdo, il clownesco, la stilettata. Erano le tinte della sua palette, il campo di gioco in cui sfidava senza protezione, neppure economica, la società che girava in altre direzioni.
Quando il Nobel contava. Mentre la Machado…
Vederle consegnare il quadro a Trump è stata la scena più triste degli ultimi vent’anni.
Mika, il suo “Spinning out tour” che passerà il 2 marzo a Bologna e il 4 a Torino, toccherà anche gli Stati Uniti. Non le fa paura esibirsi lì?
No, perché sono anche americano. Però l’iperpolitica della Casa Bianca, con il suo messaggio di umiliazione, non mi rappresenta. Ne sarei complice se tacessi, ma già nella copertina del mio nuovo album Hyperlove il sorriso inquietante e l’abbronzatura accentuata sulla mia faccia sono risposte da combattente. Non si capisce da quella posa se Mika sia un venditore di assicurazioni, un pagliaccio o un killer psicopatico. Mi sono chiesto cosa avrebbe scritto in questo periodo distopico Hunter S. Thompson.
L’autore di Paura e disgusto a Las Vegas.
Oppure George Saunders, con quella incredibile capacità di descrivere il futuro. Tra i suoi capolavori c’era Brain Dead Megaphone. In quel libro trovavi tanti esserini che eseguivano gli ordini di questo megafono, perché quel che conta non è la qualità delle parole, ma il volume. Niente di diverso da ciò che accade oggi.
Ci saranno statement diretti nel suo show?
No, ci sarà la metabolizzazione artistica del mio mood in un momento di buio mondiale. La chiave estetica sarà il costruttivismo degli anni 20, l’astrazione industriale della propaganda di regime, il lavoro che il regista Mejerhold faceva con le scenografie dei Ballet Russes. Ruote che girano e che potrebbero stritolare il tempo impazzito.

Hyperlove è un luminoso album superpop, dalle canzoni tridimensionali, con approccio analogico, un progetto umano. Eppure, lì dentro, spunta un’attualità spaventosa. Che pensa dell’intelligenza artificiale?
Vi racconto anche i rapporti intimi con amanti da fantascienza. Non possiamo sostenere di essere stati colti di sorpresa dallo sviluppo tecnologico. Il mondo non sarà mai più quello di 30 anni fa. Mi spaventa che nella cultura mainstream manchi la consapevolezza della presenza di questi strumenti e il controllo sul loro utilizzo.
Cosa sta per accadere?
L’impatto della coesistenza con l’IA è sottostimato: ne vedremo le conseguenze sul senso dello spirito e sull’identità dell’essere umano. La posta in gioco è la sopravvivenza della nostra anima. È la domanda di Hyperlove: come faccio a resistere, a riconnettermi con questa carica elettrica che forma la mia coscienza? Ho voluto rimettere in marcia la macchina biologica, ma non da scienziato, bensì con la libera ignoranza dell’artista.
C’è il leggendario John Waters, il regista e scrittore più controcorrente del 900, a recitare gli interludi dei brani. Come lo ha convinto?
Gli ho mandato una mail. Mi ha risposto: ok, mi piace il tuo progetto. Waters ha acceso un faro sul nostro lato da freaks, siamo tutti diversi gli uni dagli altri, la nostra unicità è l’ingrediente base del melting pot e della ricchezza culturale.
La prima canzone che imparò al pianoforte?
Chopsticks. Per un bambino era facile. Ma capii subito che con tre accordi potevo scrivere cento melodie. Ho rifatto pace con il piano a 40 anni.
Se Conti la invitasse a Sanremo?
Sanremo è una celebrazione, non si può rifiutare.