La Stampa, 23 gennaio 2026
Intervista a Vincenzo Sparagna
Se c’è un personaggio che ha solcato i mari della vita e dell’editoria nel segno dell’avventura, questo è Vincenzo Sparagna: militante eretico della sinistra extraparlamentare negli anni Settanta, si è salvato per un soffio dal golpe cileno e ha bazzicato personaggi della sinistra clandestina in Argentina quando frequentare il Paese, sotto la dittatura di Videla, non era certo una passeggiata di salute. Non contento, è andato a stuzzicare i regimi totalitari del Patto di Varsavia, distribuendo di persona falsi numeri di Trybuna Ludu (l’organo ufficiale del partito comunista) nella Polonia di Jaruzelsky e, soprattutto, un giornale sovietico altrettanto fasullo nell’Afghanistan occupato dall’Armata Rossa: nei titoli e nei testi, l’invito ai soldati russi a disertare. Roba da fucilazione.
Ha anche collezionato un numero impressionante di processi per diffamazione e oscenità per le storie estreme pubblicate da Il Male e Frigidaire, di cui era direttore, ed è stato pure arrestato dopo una performance provocatoria su Papa Wojtyla. Oggi, alla soglia degli ottant’anni, vive a Giano dell’Umbria, dove si è rifugiato vent’anni fa aprendo un museo e un centro culturale, la Repubblica di Frigolandia, da cui stava per essere sfrattato dal Comune, prima di vincere la causa al Consiglio di Stato.
Sparagna, lei da piccolo che cosa sognava di diventare?
«Volevo vivere delle avventure, volevo partire per l’Africa o per l’India, fantasie da bambino… Venivo da una famiglia poverissima e vivevo a Napoli, mio padre Cristoforo era maestro di scuola e artista. Alle superiori mi sono ritrovato in un liceo classico talmente di destra, l’Umberto I, che non ci andavo mai».
Intanto scopriva la politica.
«Mi sono trasferito a Roma, ero iscritto a Lettere e impegnatissimo in politica. Già a Napoli ero in Sinistra universitaria, poi a Roma in Sinistra leninista, ma fin dall’adolescenza ero contro l’Urss, che consideravo una mostruosa forma di capitalismo di Stato. Poi Sinistra leninista si è fusa con Avanguardia operaia e io sono entrato nella segreteria».
E come ci si trovava?
«Scrivevo sul settimanale dell’organizzazione e una volta attaccai pesantemente la Cina, era il periodo in cui giravano tutti con ’sto libretto rosso in mano. Mi è costato la radiazione. Venivo anche accusato di “soggettivismo piccolo-borghese” perché avevo deciso di fare un figlio nel 1972, nell’anno decisivo della lotta di classe, come si leggeva in un comunicato delirante».
Lei è amico di Renato Curcio, fondatore delle Br.
«Sì, dal 1967. Avevamo grandi discussioni, poi lui è entrato in clandestinità, cosa che pensavo fosse una grandissima cazzata. Trovavo inaccettabile sul piano etico l’omicidio politico e questa retorica della rivoluzione come lotta armata».
Nel 1973 è andato in Cile.
«Ero con la mia compagna Virginia e nostra figlia di pochi mesi. Volevamo fare una comune popolare, ma c’erano già minacce di colpo di Stato: c’erano sparatorie da tutte le parti e buona parte dei militari era contro Allende. A Concepción dopo un corteo siamo scappati con le pallottole che fischiavano e la bambina che rideva come una pazza...».
Come siete scampati al golpe?
«Il 10 settembre siamo passati in Argentina scavalcando le Ande con una jeep. Una volta raggiunta Buenos Aires abbiamo saputo del golpe. Tornato in Italia ho scritto una serie di reportage per il Manifesto».
È anche tornato in Argentina sotto Videla.
«Dopo il colpo di Stato ho incontrato clandestinamente i vertici dei Montoneros e di altre organizzazioni messe al bando dai militari».
Nel ’78 è entrato nella redazione de Il Male e ha avuto qualche problema con la giustizia: come andò?
«Ci arrivai su invito di Pino Zac, il primo direttore. Nell’autunno del ’78, dopo l’elezione di Giovanni Paolo II, abbiamo organizzato un finto discorso del Papa dal balcone della redazione del giornale, a Roma: Roberto Perini travestito da pontefice fece un discorso delirante a una piccola folla, la cosa suscitò un piccolo scandalo nel quartiere e la sera venne a bussare la polizia».
Dopodiché?
«Sono andato ad aprire io perché gli altri erano scappati... Gli agenti mi hanno portato in commissariato, mi sono fatto accompagnare da Carlo Zaccagnini, figlio del segretario della Dc, Benigno, che lavorava al Male, ma non è servito: hanno arrestato me e un altro che passava per caso: una settimana in carcere. Ci contestavano l’uso dei paramenti sacri, che però erano degli stracci».
Lei ha accumulato un numero esorbitante di processi.
«Sì, ma ho avuto 124 assoluzioni e una prescrizione, la fedina penale è immacolata».
Da direttore di Frigidaire ha avuto a che fare con i migliori talenti del fumetto italiano, un’impresa difficile?
«Il gruppo della rivista Cannibale l’avevo conosciuto al Male: Pazienza, Tamburini, Mattioli, Liberatore, Scozzari. Con Tamburini abbiamo progettato Frigidaire e abbiamo riunificato quei disegnatori nel 1980. Eravamo molto legati fra noi, non c’erano imposizioni o gelosie».
Cosa ne provocò la fine?
«L’eroina si è portata via Tamburini nell’86 e Pazienza nell’88, e sono stati due colpi terribili. Ma il colpo fatale è arrivato con la mancata erogazione dei rimborsi per la carta previsti dalla legge sull’editoria: ci spettava mezzo miliardo di lire per quattro anni, ma la commissione ci cancellò dalla lista delle riviste culturali per odio di Craxi e non avemmo un soldo. Mi sono trascinato debiti per trent’anni, ho venduto anche casa mia, gravata da sette ipoteche...».
Fra le sue provocazioni, la diffusione di falsi giornali sotto la Cortina di Ferro.
«Alla distribuzione della falsa Pravda per le Olimpiadi di Mosca dell’80 i sovietici non reagirono, ma con Stella Rossa portata da noi in Afghanistan che dava notizia di ammutinamenti fra i soldati, ci attaccarono come agenti dell’imperialismo americano».
Che cosa c’è a Frigolandia, a Giano d’Umbria, dove vive?
«Qui sono conservati gli archivi di tutte le nostre riviste, Cannibale, Il Male, Frigidaire, Frìzzer, Vomito, eccetera, migliaia di preziose opere originali e decine di migliaia di fotografie. Facciamo Frigidaire e Frigolandia è animata soprattutto da giovani, autori, autrici e appassionati».
Il Comune voleva sfrattarvi, ora è tutto risolto?
«Il contenzioso si è chiuso nel 2025 con una sentenza del Consiglio di Stato che ci ha dato completamente ragione, giudizio ribadito dalla Cassazione che ha giudicato inammissibile l’estremo ricorso del Comune».