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 2026  gennaio 23 Venerdì calendario

Gian Luigi Beccaria: “La mia vita tra le parole, un tesoro da proteggere. Non c’è solo la tecnologia”

Una vita in mezzo alle parole, e ormai sono quasi 90 anni (il 27 gennaio, auguri). Il professor Gian Luigi Beccaria, tra i maggiori linguisti italiani, voleva però fare altro: «Il musicista, come vede lì». Indica il pianoforte in salotto. «Papà decise per me diversamente, anche se presto mi appassionai alla glottologia e non ho ancora smesso».
Professore, che regali si aspetta?
«Quando andai in pensione, mia moglie Marinella mi donò un trombone, alludendo al fatto che finalmente avrei smesso di esserlo. Per i novanta, visti i precedenti escluderei una cravatta».
Nove decadi: un’infinità.
«La ricorrenza mi mette un po’ di malinconia, ma non invecchiare sarebbe stato peggio. E poi mi sento bene e ho ancora voglia di lavorare. Il guaio sono gli amici che se ne sono andati, alla fine si rimane un po’ soli».
La voglia di un bell’italiano che ci faccia compagnia s’impara? Si insegna?
«Tutto è in mano alla scuola, ai professori. Ormai costretti, purtroppo, a riempire moduli. Quanto tempo può restare loro per la didattica?»
Gli autori irrinunciabili?
«Nessuna letteratura è nata gigante quanto la nostra: Dante, Boccaccio e Petrarca. Avevamo già una nazione, anche se non lo eravamo. E nessuno ha i nostri colossi dell’Ottocento: Verdi, Leopardi, Manzoni. Chi può vantare un capolavoro come I Promessi Sposi?».
Luciano Bianciardi sosteneva che non andrebbero insegnati prima dei quarant’anni, perché non si capiscono.
«Non aveva tutti i torti. Io li ho gustati davvero in età adulta, diciamo alla quarta lettura. Ma lì dentro c’è tutto l’universo: l’ironia, la tragedia, il terribile senso della storia, l’umana debolezza, la profondità della vera fede, il ritmo e la musica dei dialoghi. Tutto l’universo: il pranzo di don Rodrigo, i capponi di Renzo e la monaca di Monza sono condizione umana».
Diceva di Leopardi.
«A 15 anni era già un genio purissimo. Lei lo sa che inventò la fantascienza?»
Le parole sono musica?
«Sì. L’”Addio monti” è prosa o poesia? Certe pagine nei romanzi di Pavese, sono prosa o poesia? A vent’anni eravamo tutti innamorati di lui».
Si può amare un libro come una persona?
«I libri formano le persone e moltiplicano le esistenze. Siamo quello che abbiamo letto».
Il Novecento, allora.
«Sarò campanilista, ma le colonne del tempio sono i nostri grandi piemontesi. Pavese, come dicevo. Primo Levi, che più passa il tempo e più diventa un gigante, non soltanto il maggiore testimone del lager ma uno scrittore totale, assoluto. E quel selvatico di Fenoglio, talento allo stato brado. Da ragazzo, se avessi saputo che esisteva e che studiava a pochi chilometri da me, avrei preso la bicicletta e sarei corso a conoscerlo. E naturalmente il monumentale Calvino, nato a Cuba ma torinese a tutti gli effetti, che ricordo all’Einaudi sempre al lavoro, sempre alla scrivania».
Che tipo era?
«Schivo, non amava tanto parlare, forse perché si vergognava della sua balbuzie».
E Giulio Einaudi?
«Oltremodo sgradevole».
Come sta oggi la nostra lingua italiana?
«È immortale, per fortuna. Onnipotente, come la definì Leopardi, perché possiede un’incomparabile ricchezza di sfumature, ma si sta impoverendo. Troppo inglese, troppe parole orribili: attenzionare, monitorare. Che tragedia. Tutto è “scenario”, “innovazione”, “iconico”, tutto è “narrazione”. Difendiamo gli animali, com’è giusto che sia, e non le parole: perché?».
Lei è accademico della Crusca: non potete fare niente?
«Possiamo non accettare ogni cosa, ormai siamo un colabrodo. In Spagna stanno molto più attenti. Pensi che invece di dire “phon”, l’asciugacapelli lo chiamano secador de pelo. Forse esagerano sempre un po’, ma secador de pelo lo trovo magnifico».
Professore, ma in definitiva la parola cos’è?
«Qualcosa che deve possedere un corpo, qualcosa di materico. Un suono che non stia solo in superficie».
Non possiamo non domandarle dell’intelligenza artificiale.
«Ho giocato con ChatGpt, ho chiesto di scrivermi una poesia alla Pascoli: le rime e le parole c’erano tutte, però quei versi non dicevano nulla. Una parodia».
Non è forse l’eterno duello tra cultura umanistica e scientifica?
«Ma non esistono due culture! Galileo e Darwin scrivevano da Dio, Leopardi è pieno di Cartesio e di Galileo stesso. Purtroppo, ora si trattano lingua e letteratura come figlie della serva: non può essere tutto in mano alla tecnologia».
Perché in Italia non si scrivono più i grandi libri?
«Perché vita e letteratura procedono in parallelo. Stiamo attraversando un’epoca assai povera di ideali e impegno, è un momento di stagnazione del pensiero. Nel secondo dopoguerra, quel dolore diede la spinta alla creatività, eravamo un paese pieno di energia. E poi, si crede che ogni storia meriti di essere raccontata, ma non è vero: la letteratura è fatica, lavoro, mestiere, è un impegno formidabile. Non basta mettersi a scrivere per essere scrittori».
Professore, se va avanti così le regaleranno un altro trombone.
«Eh, lo temo anch’io».