la Repubblica, 23 gennaio 2026
Grattacieli e spiagge, la New Gaza di Kushner: “Pronta in tre anni”
Che location, Gaza, che spiagge, che sabbia, che mare pescoso. Il presidente degli stati uniti, Donald Trump, che di immobiliare se ne intende – ce «l’ho nell’anima», ha detto – è sicuro che può nascere oro da quel «bel pezzo di proprietà». Jared Kushner, il genero senza incarichi ufficiali ma molto potere sostanziale, ha presentato il piano per la “nuova Gaza” ieri a Davos, un masterplan scintillante con torri vista Mediterraneo, reti elettriche ottimizzate con l’intelligenza artificiale, treni ad alta velocità. «In Medio Oriente, costruiscono città come questa, per due o tre milioni di persone, in tre anni. È fattibile», assicura. Ci vorranno 25 miliardi di dollari ma in 10 anni il reddito medio familiare toccherà i 13mila dollari, promette, ci saranno la piena occupazione e «opportunità per tutti». Si comincia da Rafah, la città del sud rasa al suolo dall’esercito israeliano. In fondo è semplice, dice Kushner: basta convincere gli investitori, se lo fanno a Dubai perché non a Khan Yunis?
Del resto, nel comitato esecutivo che sovrintende quello tecnico palestinese e sottostà al board of peace trumpiano, gli immobiliaristi sono rappresentati in consistente quota – Kushner stesso, Steve Witkoff, il factotum di Trump – ma anche i miliardari con Marc Rowan e gli ex premier convertiti alla consulenza per le ricche monarchie del Golfo come Tony Blair. Al comitato amministrativo, l’unico in cui compaiano palestinesi, il terzo livello, verso il basso, della piramide del potere nella “nuova gaza” toccherà vedersela con Hamas, e convincerla a un disarmo senza violenza, come ha confermato il capo del comitato, Ali Shaath: «Ristabilire l’ordine, ricostruire le istituzioni e creare un futuro di opportunità e dignità, secondo il principio di un’unica autorità, una sola legge e un’unica arma». Se non dovesse funzionare, ci penserà Trump: «Se Hamas non disarma sarà la fine per loro». Solo dopo, l’esercito israeliano si ritirerà ma non da tutta Gaza, ai suoi confini.
Nella Striscia congelata dall’inverno, i piani di Davos sanno di irrealtà. Pioggia e vento hanno sradicato decine di tende, e decine di migliaia di palestinesi vivono ancora nei campi sfollati. Di notte la temperatura scende sotto zero. La discarica di al Mawasi è diventata una miniera dove scavare con le mani per cercare plastica da bruciare. Amjad Shawa, direttore della rete delle ong palestinesi, dice ad al Jazeera che nessuno li ha «consultati sui piani per Gaza e sul suo futuro». Eman le ha viste le slide di Kushner mentre si piangevano ieri, proprio ieri, altri quattro morti a est di Gaza city: «Mi sembra tutto irreale, qui le condizioni sono disastrose». Ha aperto un crowdfunding per uscire appena si potrà. Ma il piatto langue. E l’agenzia egiziana chiede 5mila dollari a testa per fuggire.
«Questo comitato include israeliani. Come possiamo comprendere questa situazione? Gli israeliani che ci hanno inflitto così tante sofferenze», dice all’Afp Rami Ghalban. L’alternativa però «non c’è, non esiste», ammette Eman, nell’infinito orribile di Gaza. Mercoledì tre giornalisti sono stati uccisi mentre stavano filmando vicino a un campo profughi, uno di loro, Abdul Raouf Shaat, collaborava con l’Afp. I palestinesi si chiedono se qualcosa di quella terra rimarrà loro, i più pensano solo a come sopravvivere. Anche la promessa riapertura del valico di Rafah non riesce a farsi speranza vera. Gli israeliani vogliono prima indietro l’ultimo ostaggio, la salma di Ran Gvili. Sotto le macerie, a Gaza, restano i corpi di almeno 10mila palestinesi, mai recuperati, su un bilancio che ha superato le 67mila vittime.
In tre anni dice Kushner si può ricominciare. Sul masterplan il lungomare di Gaza è segnato con una linea lilla: destinato ai resort di lusso. Dietro, in giallo, ci sono le palazzine per i lavoratori. Dietro ancora le fabbriche e i data center, e gli israeliani sul perimetro. L’elettricità arriverà ancora solo da Israele. Il porto? Non più quello antico di Gaza city, cancellato dall’Idf, ma un nuovo scalo mercantile: a Rafah, vicino alla zona controllata dagli israeliani.