Corriere della Sera, 23 gennaio 2026
Intervista a Giorgio Pasotti
Giorgio Pasotti, congratulazioni. Ha chiesto da poco alla sua fidanzata Claudia Tosoni di sposarla e l’ha fatto in teatro a fine dicembre al Manzoni di Roma. Come è andata?
«Claudia si trovava in scena con Giampiero Ingrassia e Gianluca Guidi per La strana coppia. In realtà doveva rimanere una cosa intima, lo sapevano solo loro due».
Una proposta di matrimonio a teatro non è proprio intima...
«Qualcuno dal pubblico ha scattato delle foto. La notizia ha iniziato a correre...».
Che anello le ha regalato?
«Uno di diamanti».
La data?
«Ancora non la sappiamo. Entro l’anno comunque. Prima dobbiamo finire di portare in giro l’Otello».
Lei ha una figlia, Maria, avuta con Nicoletta Romanoff. Le piacerebbe diventare di nuovo padre?
«Non c’è niente di programmato. Le cose accadranno quando e se ce le sentiremo».
È il suo primo matrimonio, giusto?
«Sì, ho raggiunto quell’età in cui una promessa diventa autentica davvero. Ho coscienza del tempo, ho fatto ciò che dovevo fare. Sono cose che uno sente dentro... e poi, con Claudia stiamo insieme da nove anni. Era il momento giusto».
Tutta «colpa» dei 50 anni?
«Sono stati uno spartiacque. E mi sono fatto una domanda, che poi mi ha portato anche a scrivere un romanzo: hai vissuto davvero la vita che volevi?».
La risposta?
«Sono soddisfatto. Vent’anni fa avrei risposto diversamente».
Perché?
«Ho raggiunto un equilibrio psicofisico che mi fa stare bene. Il tempo che passa mi dà uno spessore artistico che prima non avevo».
Non era contento di essere bello, biondo e con gli occhi verdi?
«Da attore, dimostrare sempre meno anni di quelli che avevo era un difetto. Non mi davano la possibilità di interpretare uomini più adulti, personaggi complessi. Avevo sempre sta faccia da ragazzino... tutt’ora non mi cresce bene la barba, ho una specie di vello di capra».
Cavolate ne ha mai fatte?
«Correre mi piaceva moltissimo, mi dava adrenalina. Una volta ho avuto un incidente tremendo sulla tangenziale est di Milano. Ho avuto fortuna, sono vivo per miracolo».
Con Stefano Accorsi, Claudio Santamaria, Piefrancesco Favino siete un po’ tutti «Bimbi di Muccino». Un ricordo de L’ultimo bacio?
«La sera prima dell’uscita del film: eravamo andati in pizzeria tutti insieme, c’erano Gabriele e anche Procacci che era il produttore. E ci dicevamo: “Speriamo di ricoprire almeno le spese con sto film”. È diventata una pellicola generazionale».
Siete rimasti amici?
«Molto. Prima ci si vedeva regolarmente, oggi è più difficile... siamo stati bravi a stare sull’onda, tra alti e bassi».
Sul set era Adriano, il compagno di Livia che era interpretata da Sabrina Impacciatore. Cosa pensa del suo successo internazionale?
«C’è stato un periodo in cui, con Sabrina, ci vendevano “in coppia”. Abbiamo fatto tante cose insieme tra cui Baciami ancora, una serie tv e un altro film. Sono felicissimo per lei, la adoro. Si merita di stare dove sta oggi: il mercato italiano l’ha sottovalutata».
Cosa manca al mercato italiano?
«Il coraggio. Ormai siamo tutti schiavi dei pochi soldi a disposizione del cinema».
Che generazione di attori è la vostra?
«Dovevamo essere all’altezza. Avevamo una spada di Damocle che i giovani oggi non hanno: siamo venuti subito dopo dei mostri sacri».
«Bassi» ce ne sono stati?
«Tutti li abbiamo avuti. In Italia ricominci sempre da capo, si dimenticano di cosa hai fatto prima. Abbiamo tenuto duro. E un po’ ci ha rovinato».
In che senso?
«Ricorderò per sempre la frase che Mario Monicelli mi disse sul set del suo ultimo film Le rose del deserto: “Tu e quelli della tua età, vi prendete un po’ troppo sul serio. Non ridete mai”. Mi aveva in simpatia, passare due mesi con lui è stato un privilegio».
Che uomo era Monicelli?
«Uno dei più dominanti, intelligenti, ironici e colti che abbia mai conosciuto in questo ambiente. Quando tornammo a Roma dal deserto, appunto, andai a cena con lui e Risi, non credo di essermi mai divertito tanto nella vita. Neanche in gita scolastica. Erano micidiali insieme, sia per intelligenza che per ironia».
L’ha stupita che si sia suicidato?
«Onestamente no. Era un uomo di una tale vitalità ed entusiasmo che mai avrebbe accettato di restare immobile in un letto d’ospedale».
Lei è anche nella Grande Bellezza di Sorrentino. Le ha cambiato la carriera?
«No. L’ha cambiata a Paolo che è un talento inarrivabile. Però, essere dentro un film che ha vinto l’Oscar non capita spesso».
Tra poco la vedremo sulla Rai come protagonista della fiction Rosso Volante, dedicata a uno dei più grandi bobbisti italiani: Eugenio Monti. Da sportivo quale lei è, lo conosceva?
«Ignoravo l’esistenza di Eugenio Monti. Mi fece conoscere la sua storia Paolo Bonolis durante una serata del Coni che lui conduceva. E me ne innamorai. È perfetto che la fiction vada in onda in concomitanza delle Olimpiadi. La pista di bob porta il suo nome. È un progetto esportabile in tutto il mondo».
Nella sua vita c’è stato invece tanto karate.
«Sono stato in nazionale, campionati europei e mondiali. Ho iniziato a 5 anni e ho smesso a 25».
Quindi il suo sogno non era recitare?
«Io volevo fare il medico sportivo. Se faccio l’attore è tutta colpa della Cina».
Perché?
«Parto per il militare e mi riformano: asma. A quel punto era dicembre e il mio anno universitario era buttato. Mio padre conosceva un antiquario inglese che stava a Pechino e che gli dice che là c’era una università sportiva dove ci si poteva ancora iscrivere. Faccio il test d’ammissione e lo passo, prendo il primo volo e arrivo nella Cina del 1992. Per mesi ho parlato solo a gesti».
E il cinema?
«Un giorno viene una produttrice di Hong Kong a fare dei provini per un film: cercavano un ragazzo occidentale che sapesse fare arti marziali. Vinsi il casting perché ero l’unico. Ne feci diversi di film, mi servivano per guadagnare».
Il 2026 è l’anno in cui uscirà anche il suo nuovo e secondo film da regista. Ce ne parla?
«Ci ho messo 8 anni a realizzarlo. Si intitola Sotto a chi tocca ed è tratto da una pièce teatrale di Jordi Galceran. Ci sono, tra gli altri, Rocco Papaleo, Giuseppe Battiston, Giovanna Mezzogiorno e Claudia».
Spesso lavora con le sue compagne. Sono più i pro dei contro?
«Non è una cosa voluta, capita. Non è facile e non lo auguro a tutti».
Ah no?
«Ci sono dei momenti in cui lavorare insieme è bello, ma l’optimum è avere delle vite separate. Soprattutto per delle persone che di professione fanno gli attori. Fondamentalmente, io ho avuto due donne importanti».
Tosoni e Romanoff. Entrambe attrici. Si somigliano?
«Hanno un carattere molto forte. Non voglio lamentarmi, evidentemente a livello inconscio è ciò di cui ho bisogno».
Lei e Romanoff eravate molto belli ai tempi.
«Ci siamo rifatti una vita. Lei ha un marito e un’altra figlia».
È stato fidanzato anche con Elisa. Vi incontraste sul video di Luce.
«Eravamo giovanissimi... ci dirigeva Luca Guadagnino. Ci “picchiavamo” ma era in realtà una danza d’amore. Ero sicuro che avrebbe vinto Sanremo. Siamo ancora molto amici».